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“Per anni la maggioranza degli Israeliani ha permesso che i valori di uguaglianza, di giustizia e di pace stessero ai margini. Ora la lotta è proteggere qualche spazio di democrazia rimasto.” Così inizia un articolo del magazine +972 alla vigilia delle elezioni in un paese bloccato dalla mancanza di un’alternativa di sinistra.

Da  “sinistra” dovrebbero sentirsi voci  sul rispetto dei diritti umani, ma queste voci in Israele vengono tacitate con durezza . Non c’è campo come la protezione dei bambini in cui tali diritti debbano essere più saldamente rispettati, tuttavia le leggi sulla famiglia emanate dallo stato violano sia il diritto dei bambini che quello dei genitori, con un particolare accanimento sul padre.

Chi guarda dentro i confini israeliani fa la dolorosa constatazione che quotidianamente troppi bambini vengono sottratti alla famiglia dalle autorità del “welfare”. Ultimamente lo stato, o peggio: il deep state, ha preso di mira i difensori dei diritti umani, nonché gli avvocati che li assistono.

“In oltre 2000 casi, posso tranquillamente dire che nel 90% non c’era necessità di portare via il bambino dalla famiglia e che, qualunque fosse il motivo per cui il Welfare riteneva di doverlo fare, l’abuso dentro il sistema è molto peggio di qualsiasi situazione lo stato stesse cercando di prevenire. Detto semplicemente: non sanno cosa fare con questi bambini”

A dirlo è Meir Mickey Givati: avvocato e difensore dei diritti umani che da dieci anni quotidianamente constata gli abusi: bambini che vengono sedati (Ritalin) picchiati, stuprati, sottoposti a lavaggio del cervello.
Givati è ebreo ortodosso, non lo si può accusare di antisemitismo, pertanto lo stato lo attacca dove può infliggergli la ferita più profonda: la paternità.

Ecco la sua storia, come in vari articoli la espone l’attivista inglese Marianne Azizi varie volte ospite di questo blog.

Marzo 2018: l’avvocato Givati riceve una convocazione della polizia. Si presenta con la tranquillità di chi sa di avere alle spalle una carriera esemplare e una fedina penale immacolata. Tre ore di un fuoco di fila di domande. Congedato – perché per trattenere un avvocato sono necessari permessi speciali – ma nel giro di un paio d’ore riconvocato.
Il secondo interrogatorio  dura sei ore e gli fa comprendere di essere stato sotto controllo da lungo tempo. Gli viene detto chiaramente  di troncare i contatti con un avvocato già rimosso dalla professione e “consigliato” di riconsiderare la sua prassi lavorativa nell’interesse della vita famigliare e dei suoi cinque figli. La polizia stessa, non un giudice, emette l’ordinanza che gli vieta di lasciare Israele. Di fatto, impedendogli i contatti con i suoi assistiti, gli limita la pratica della professione e la relativa remunerazione.
Era l’inizio della distruzione della sua vita. Grazie a un esperto informatico ha scoperto una ventina di sistemi di tracciamento collegati al computer per spiare il suo lavoro, ovvero le pratiche legali aperte, e quello dei suoi contatti. Nel suo account Facebook venivano inseriti post falsi, violato WhatsApp, registrate le sue telefonate.

Mickey aveva scoperto nel corso della sua attività l’esistenza di società di comodo e riciclaggio di denaro connessi al sistema di welfare e a istituzioni private; anche certi gruppi religiosi e i tribunali stessi sono complici nella redditizia rimozione dei bambini dalle famiglie. La vendetta dello stato è stata pronta e crudele.
Un rapporto delle operatrici sociali riportante la falsa accusa di tentato rapimento dei figli è servito al giudice – uno di quelli che lo avevano conosciuto come avvocato impegnato contro le leggi abusive – per applicare a lui quelle stesse leggi: ordine di allontanamento da casa dei figli  e  loro inserimento in un centro, nel quale i bambini correvano seri rischi. Mickey è riuscito a salvarli, ma ancora non ha potuto ottenere l’ udienza per esporre il caso e ottenere giustizia.

Givati e Azizi hanno testimoniato a Ginevra davanti alla United Nations Committee for Economic and Social Cultural Rights e, visto l’esistente divieto di lasciare il paese, Mickey si è assunto un rischio enorme.
Insieme, hanno esposto questo caso  oltre a quello di molti altri padri. Nell’articolo Israeli Coalition of Children and Families shocks UN committee c’è il riassunto della sua testimonianza. Nel video entrambi espongono ampiamente quanto qui è stato riassunto per sommi capi.

Si tenga presente che per Mickey rientrare in patria era ancor più rischioso, ma lo ha fatto e mi scrive il motivo:

“Ho corso il rischio di tornare perché i miei figli hanno bisogno di sapere che il loro padre sta combattendo per loro. E per tanti altri bambini. Finché io non smetterò di smascherare il sistema, esiteranno molto di più a farmi del male.”

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Quello di Givati è un caso isolato? No. Già dal 2015 la Corte distrettuale di Tel Aviv aveva autorizzato la Cyber Unit della polizia a entrare nelle abitazioni e violare i computer degli attivisti. I contenuti dell’attività spionistica sono coperti da segreto di stato, ai giudici del Tribunale di Tel Aviv è stato notificata l’esistenza di una maxi indagine in corso, il che esime la polizia dal  presentare le prove.

Per un padre la possibilità di provare la propria innocenza è una chimera. In Israele le assistenti sociali hanno il potere di rovesciare un giudizio in tribunale. A una donna che voglia avanzare una falsa accusa di violenza basta avere dalla propria parte una assistente sociale. Esisteva una direttiva chiamata 2.5 secondo la quale una donna poteva mentire senza essere passibile di condanna, poi la legge è stata cambiata, ma nessun uomo finora ha vinto una causa per danni o per essere riabilitato dopo delle false accuse.