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Come si costruisce legalmente una dittatura? Il 16 aprile il Parlamento dell’Egitto approva in via definitiva la modifica alla Costituzione per prolungare il mandato presidenziale di 2 anni, fin da quello attuale. Già pronto per il 22 il referendum. Solo un meteorite cadendo sul Cairo impedirebbe il sì dei pochi elettori partecipanti: quelli  cui non importa che migliaia di media e siti web siano già stati ridotti al silenzio per impedire il lancio di petizioni popolari contrarie.

La macchinazione dello SCAF, Consiglio Supremo delle Forze Armate, nonché massimo potere economico del paese,  per creare un dittatore camuffato da presidente eletto è stata opera  magistrale e atroce che inizia nel 2011 favorendo le proteste di piazza contro un dittatore decotto, Hosni Mubarak, che ambisce  passare lo scettro al figlio. All’esercito ciò non conviene, non perché il figlio è corrotto quanto il padre, ma perché è un civile, pertanto: via il dittatore. Subito in ospedale-prigione, liberato poi.

Si permette al popolo di assaporare la “democrazia” il tempo necessario per inchiostrarsi il dito indice al seggio elettorale. Inaspettatamente, questa libertà fa emergere Mohammed Morsi di Giustizia e Libertà, partito religioso con prevalenza dei Fratelli Musulmani. Di nuovo, l’esercito non è contento ma, resiliente, constata che l’elettorato è fortemente diviso e che le laiche grandi potenze storcono il naso.

Parte la macchina del fango contro Morsi ed è sufficiente travisare un suo provvedimento per lanciare lo slogan “golpe dei Fratelli Musulmani“. Cotta al punto giusto l’immagine del Presidente,  il quale si era affiancato – ingenuamente o diabolicamente consigliato – un grigio ufficiale dell’apparato di nome Abd al-Fattāḥ al-Sīsī, la fronda laica giovanile – ingenuamente o diabolicamente consigliata – lancia una petizione per la sua destituzione. Pochi l’hanno vista, ma è vox populi che abbia ottenuto 30 milioni di firme.
Iniziano le proteste di piazza. Provvidenziali scontri fra opposte fazioni inducono l’esercito a porsi in “difesa del popolo”. Arresto del presidente. Niente ospedale, subito carcere e tempestivo processo con l’accusa-cardine di aver tramato con Hamas; resta lì con pendente sul capo un sentenza di morte.

La “difesa del popolo” richiede l’epurazione violenta dei suoi sostenitori:  più di 2.000 morti, 800 in un sol colpo, e 4.000 feriti.  Il peggiore omicidio di massa della storia moderna dell’Egitto, scrisse Human Rights Watch, ma cosa conta HRW davanti alla prospettiva che possa mettere le mani sull’Egitto quel Fondo Monetario Internazionale il cui intervento Morsi aveva rifiutato?

Finalmente lo SCAF  tiene di nuovo le leve del potere; il trucco per mantenerle sta nel gonfiare un signor nessuno, che proprio in quanto nessuno, potrà piacere a una bella fetta delle fazioni restanti, quella dei Fratelli Musulmani è al sicuro in galera o ricattata o terrorizzata. Oppure emigrata come molti liberal illusi e delusi.

Abd al-Fattāḥ al-Sīsī si cambia la divisa sporca del sangue di piazza Rabia e “vince” nel 2014 il seggio presidenziale con il 93% dei voti da contare su un 47% di votanti. Il paese è ancora diviso, ma ora è lui a comandare.
Chiama il FMI, così che sui prezzi dei generi di prima necessità ricadano gli interessi del debito,  potenzia le attività economiche dell’esercito, nomina  perfino generali-gamberetto e generali-cavoletti … uno per ogni tipo di produzione, fa sparire dal commercio il latte per neonati così che sia l’esercito a distribuirlo, lusinga i Copti, fa scrivere i sermoni del venerdì per gli imam, e confessa di seguire nella sua attività la guida che gli viene nottetempo dai sogni.
Acquista armi un pò da tutti, stringe rapporti con leader di cui non si prevede la caduta per colpa della democrazia, fa da sponda a Israele verso i Palestinesi  e a tutti quelli che vogliono una Libia perennemente destabilizzata.
Nel 2018 gli egiziani lo hanno ri-votato addirittura con il 97%, ma la partecipazione era scesa al 43%! Il paese resta a ancora diviso… fra chi ha parenti che lavorano per l’esercito e chi dall’esercito è solo tenuto d’occhio. Quell’affluenza in calo è un segnale piccolo, ma la prudenza non lo sottovaluta: avanti con la riforma della Costituzione: allungando la durata e aumentando il numero dei mandati possibili, come fatto ora, c’è probabilità di tenerlo in seggio a vita. O meglio: in seggio fino a che l’onnipotente SCAF lo considererà l’utile uomo di forte paglia.

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