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Non ha  sbagliato chi ha definito Mohamed Morsi un martire. Le sue ultime parole – dopo che gli è stato negato di deporre, come da lui richiesto a porte chiuse per  “non minare la sicurezza nazionale”: “Quei segreti me li porterò nella tomba”

Dall’ Onu le parole di Rupert Colville, portavoce di UNHCR : “Poichè l’ex presidente Mohammed Morsi era sotto la custodia delle autorità egiziane al momento della morte, lo stato aveva la responsabilità di garantire che fosse trattato umanamente e che il suo diritto alla vita e alla salute fosse rispettato. Qualsiasi morte improvvisa che avviene in custodia deve essere seguita da un’indagine tempestiva, imparziale, completa e trasparente svolta da un organismo indipendente per chiarire la causa della morte.”
Il silenzio dei capi di stato, ad eccezione di Recep Erdogan, è uno sfregio ai tanto proclamati principi della democrazia. 

Da Esquire, l’articolo di  Lorenzo Forlani è l’unico che  gli renda giustizia raccontando la crudeltà del trattamento in carcere, durante il processo, e dopo la morte: una frettolosa sepoltura negando il trasporto della salma al paese natale.

“Pochi minuti prima di accasciarsi al suolo nella cella per gli imputati di un tribunale del Cairo, Mohamed Morsi parla come se fosse conscio di una morte imminente: il giudice Sherine Fahmy gli ha concesso la parola poco prima, e lui ne ha impiegati una parte per citare i versi di una poesia: “l’Egitto, anche se mi ha combattuto, è nel mio cuore. Il mio popolo, anche quando mi ha offeso, rimane onorevole”.

Si difende da diversi capi d’accusa, prodotti dalle autorità egiziane negli anni che hanno seguito il suo arresto a luglio 2013, quando il generale Abdel Fattah al Sisi con un colpo di stato lo ha estromesso dal ruolo di primo presidente liberamente eletto della storia d’Egitto. Tra questi ci sono evasione dal carcere dopo il suo arresto durante le proteste del 2011, spionaggio per conto del Qatar (per cui è stato condannato nel 2016, senza prove né avvocato, alla pena di morte, poi commutata in ergastolo).
Poi, dopo essersi paragonato ad un “uomo cieco, che non sa cosa stia accadendo” – in riferimento alla mancanza di garanzie minime accordategli durante i processi in cui è imputato – chiede di poter “rivelare alcuni segreti di Stato” in una sessione speciale e segreta, così da non “minare la sicurezza nazionale”.

Il giudice gli nega questa possibilità, e così Morsi – con la voce sempre più debole, la bocca segnata da un’ulcera, lo sguardo consumato dalla fatica, il corpo distrutto dalle notti passate forzatamente a dormire sul pavimento e da un diabete che non gli è stato permesso di curare – annuncia che quei segreti se li porterà “nella tomba”. Il giudice Fahmy aggiorna così la sessione al martedì seguente ma nel frattempo un brusio si leva dal fondo della sala: l’ex presidente egiziano è appena crollato addosso agli altri imputati, esanime.

Nella tomba di cui parlava Morsi, una piccola tomba in un discreto cimitero di Madinat al Nasr, la sua salma viene posta il pomeriggio stesso, perché il governo egiziano ha negato ai suoi famigliari la possibilità di seppellirlo nella sua città natale, El Adwah, vietando anche all’imam locale di dedicargli un sermone nella preghiera del pomeriggio. Alla moglie, Naghla Ali Mahmoud, viene impedito di presenziare alla celere sepoltura, non preceduta da alcuna indagine sui motivi del decesso. Lei e i suoi cinque figli lo hanno potuto incontrare solo tre volte in sei anni di isolamento.

I giornali egiziani, vittime di una rinnovata censura dal 2013, annunciano la notizia con modalità surreali: su alcuni di essi compare in terza pagina e parla di un Mohamed Morsi deceduto in tribunale, senza alcun riferimento al fatto che si tratti dell’ex presidente. Su tutti i quotidiani compaiono le stesse identiche quarantadue parole, frutto di un’opera di dettatura da parte del governo alle redazioni, a cui è stato inviato il pezzo già compilato via Whatsapp. Su un’emittente televisiva si sfocia nel surreale: il conduttore legge in diretta la stessa notizia ma, preso dalla solerzia, chiude la frase aggiungendo “inviato da un device Samsung”, rendendo tutto molto palese.”

L’articolo prosegue con notizie sulla figura di Morsi, e di come è arrivato alla presidenza in un Egitto che si era illuso di aver imboccato la via democratica. 


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Servizio di France24 english