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La notte dell’8 luglio 2014 Israele lancia contro Gaza  l’Operazione Margine Protettivo mentre a Kafr Qasim, città araba dalla parte israeliana del confine con la Cisgiordania, una troupe filma gli episodi di Fauda, il serial tv incentrato sul conflitto israelo-palestinese. Blocco immediato delle riprese: ovvio timore di  reazioni popolari e della troupe mista, arabi ed ebrei. Ma il giorno successivo il sindaco palestinese della città: “Sentite, ci diciamo sempre di dover coesistere nella pace, ora impariamo a coesistere durante la guerra perché i missili non capiscono chi è ebreo e chi è arabo.” Da quel momento, per un mese e mezzo, la troupe visse come in una bolla di collaborazione creativa.

Fauda narra le attività dei Mistaravim, o Mista’arvim o Arabo Plotoni: soldati israeliani addestrati a confondersi fra gli  arabi, ad agire e pensare come loro, a vivere un’esistenza parallela alla loro reale, la cui identità resta rigorosamente segreta a tutti. Devono potersi confondere fra la popolazione della zona amministrata dall’Autorità Palestinese e apparire palestinesi ai palestinesi stessi per raccogliere confidenze, identificare ribelli e terroristi, o i sospettabili di attentare agli interessi di Israele; a volte istigare ribellioni che giustifichino l’uso successivo della forza.

L’attenzione a non sbilanciare il racconto c’è, non è una produzione di propaganda. Gli autori Lior Raz e Avi Issacharoff dichiarano di aver voluto condividere con il pubblico israeliano l’esperienza maturata come agente sotto copertura, Lior, e come giornalista, Avi, da sempre dedicato alla conoscenza dei palestinesi, di quello che pensano e di come agiscono i gruppi politici. “Abbiamo mostrato al pubblico i Palestinesi buoni e gli Israeliani cattivi” dichiara.
Per un pubblico internazionale il serial è una fonte di conoscenza.

Gli Israeliani non sono rappresentati come un potere coeso, si vedono divergenze fra esercito e mondo politico. Lo sforzo richiesto ai Mista’arvim non porta loro gran merito. “Voglio che tu sappia che di te non importa  niente a nessuno, sono tutti bastardi, sei solo Doron” dice il vecchio agente in pensione al figlio, protagonista della serie.
I Palestinesi non sono ritratti come un tutto omogeneo: vengono mostrate le  differenze, gli equilibrismi indispensabili della Sicurezza Palestinese sia con gli Israeliani, sia con  le formazioni di Hamas e ad altre militanze presenti in Cisgiordania. 
Quello che le cronache ci raccontano schematicamente, Fauda lo mostra nel vissuto degli individui, con tutta la conseguente complessità di tracciare linee nette fra i “buoni” e i “cattivi”, allorché si esce dalla politica e si entra nei rapporti fra le persone. In estrema sintesi è una storia di ricatti, che si incastrano creando un mosaico.

Ricatti di Israele che sfrutta i bisogni personali dei Palestinesi, ma anche ricatti incrociati fra Servizio segreto israeliano e Sicurezza Preventiva palestinese. Ricatti che costringono i Palestinesi a tradire, e il tradimento nel mondo arabo resta imperdonato con gravi conseguenze, ma anche reciproci debiti di riconoscenza perché le informazioni d’intelligence delle due parti possono salvare vite, evitare spargimenti di sangue, impedire lo scoppio del conflitto latente.
Fra i Mista’arvim vige la lealtà al gruppo, ma non è rara l’insubordinazione, o l’iniziativa personale che complica l’esecuzione delle operazioni
. Fra i Palestinesi vige la lealtà alla famiglia, ma talvolta proprio questa lealtà richiede di patteggiare col nemico, perché la presenza fra loro di elementi del terrorismo è un pericolo per tutti. 

Sfilano sullo schermo scene insospettabili. Gli incontri fra componenti di Hamas dentro una chiesa, gli squarci sulle motivazioni “si diventa martiri apparentemente per ideologia, ma quello che fa scattare la vendetta è un lutto subito per mano israeliana”.  Decine di palestinesi intrappolati nelle incursioni dell’unità israeliana, centrati da scariche di mitra  semplicemente perché nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Così come si muore da soldati israeliani in azione se l’attentato non viene sventato in tempo.

Assistiamo ad implacabili interrogatori e minacce a personaggi che sappiamo innocenti:  “o mi dici dov’è o ti farò abortire, lo farò davvero”. E più angosciante, vediamo l’uso della tortura sui palestinesi sequestrati: “alla fine tutti parlano” dice un soldato. Come riesci a farcela, chiede la soldatessa nuova del gruppo al collega che ha appena picchiato e ferito  un vecchio per costringerlo a rivelare un  nascondiglio: “semplice: non pensi, perché se pensi ti viene paura”.
Ma non è così facile non pensare, non lo è nemmeno fingere costantemente di essere altro da ciò che si è: “quando sono Amir, là nei vostri territori, mi sento meno sotto pressione, mi sembra tutto reale.”

doron-sirin-faudaCiò che è più pericoloso è ciò che vi è di più umano: l’amore fra due persone dell’opposta barricata, travolte dalla forza delle circostanze che porta alla tragedia. Così, alla fine, quel che si percepisce delle forzate interazioni fra arabi veri e israeliani travestiti da arabi è un muto senso di sconfitta collettiva.


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Girato in ebraico e arabo,  per il pubblico italiano che lo guarda in Netflix l’ebraico è doppiato, l’arabo tradotto in sottotitoli.
Nel video, la fulminea azione di rapimento che precede un ricatto:
“dammi l’informazione e noi faremo fare il trapianto di reni alla tua bambina “