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La diffusione di nuove malattie fra la popolazione è quasi sempre prodotta da zoonosi, ovvero trasferimento di infezioni dagli animali agli umani.  Quando l’interfaccia tra uomo e animale cambia crea condizioni per l’evoluzione dei virus in forme patologiche per l’organismo umano. Origine del cambiamento: deforestazione, hub industriali, urbanizzazione, agricoltura moderna. Persistendo tali condizioni, illusorio attendersi di sfuggire alle pandemie.

Il Corona virus alla base dell’attuale epidemia di SARS-CoV-2 (COVID-19: Corona Virus Disease), come il predecessore SARS-CoV del 2003, così come l’influenza suina e l’aviaria,  mostra il nesso tra economia, tecnologia ed epidemiologia. Talvolta la diffusione dei nuovi virus provoca allarme, altre volte no – spesso dipende dall’importanza economica delle zone più colpite – ma per quante siano le misure adottate potranno vincere una battaglia, ma non impediranno lo scoppio di una successiva. Occorre indagare le cause, mentre noi siamo indotti a occuparci via via degli effetti che ci colpiscono o ci vengono raccontati. Occupandosene con misure coercitive generalizzate e panico, si provocano conseguenze distruttive del tessuto sociale e dell’economia.

Sonia Shah è una giornalista americana nota per le inchieste sulle multinazionali alimentari, petrolifere e farmaceutiche. E’ autrice del saggio Pandemia: Tracciamento dei contagi: dal colera all’ebola e oltre. Per The Nation ha pubblicato un articolo dal titolo intrigante Think Exotic Animals Are to Blame for the Coronavirus? Think Again ( pdf  in inglese e qui di seguito traduzione in italiano.) 

Credi che sia degli animali selvatici la colpa del Coronavirus? Ripensaci.

Gli scienziati hanno puntato il dito contro pipistrelli e pangolini come potenziali fonti del virus, ma la vera colpa è altrove: gli attacchi umani all’ambiente.

Cresce la tendenza a considerare gli animali all’origine del COVID-19, il coronavirus che attualmente sta bloccando oltre 150 milioni di persone in quarantena e dentro cordoni sanitari in Cina e altrove. L’origine animale del virus è una criticità da risolvere, ma la speculazione su quale creatura selvaggia originariamente ospitasse il virus ha un’origine oscura che è basilare per la nostra crescente vulnerabilità alle pandemie: il ritmo accelerato di perdita di habitat. Dal 1940, centinaia di agenti patogeni microbici sono emersi  o riemersi in  territori dove erano sconosciuti. Ciò include HIV, Ebola in Africa Occidentale, Zika nelle Americhe e una moltitudine di romanzati coronavirus. La maggior parte, 60 %, ha origine nei corpi degli animali: alcuni da animali domestici e bestiame, la maggior parte, oltre due terzi, dalla fauna selvatica.
Ma non è colpa loro. Sebbene le storie illustrate con immagini di animali selvatici  fonte di focolai letali possano suggerire diversamente, gli animali selvatici non sono particolarmente infestati da agenti patogeni mortali pronti a infettarci. In effetti, la maggior parte di questi microrganismi vive innocuamente nei loro corpi.
Il problema è il modo con cui si abbattono i boschi per espandere le città. Sono le città e le attività industriali che creano percorsi per l’adattamento dei microbi animali al corpo umano.

La distruzione dell’habitat minaccia di estinzione un gran numero di specie selvatiche, comprese piante medicinali e animali da cui storicamente dipendevamo per la nostra farmacopea. Obbliga anche quelle specie selvatiche a stiparsi nei lembi dell’habitat rimanente aumentando la probabilità di entrare in frequente e stretto contatto con gli insediamenti. È questo tipo di contatto continuo che consente alla componente microbica che vive nei loro corpi di attraversare i nostri, mutando in microrganismi patogeni mortali. [ndr. mappa dell’impressionante perdita di foreste 2001-2012 ]

Si consideri Ebola. Secondo uno studio del 2017, i focolai di Ebola, che sono stati collegati a diverse specie di pipistrelli, hanno maggiori probabilità di verificarsi in luoghi nell’Africa centrale e occidentale che hanno subito recenti episodi di deforestazione. Abbattere le foreste costringe i pipistrelli a posarsi sugli alberi nei cortili e nelle fattorie aumentando la probabilità che un essere umano possa, per esempio, dare un morso a un frutto infettato dalla loro saliva, o dargli la caccia esponendosi ai germi che si trovano nei tessuti dell’animale stesso. Tali contatti consentono a una serie di virus, trasportati in modo innocuo dai pipistrelli: Ebola , Nipah e Marburg, per citarne alcuni, d’infiltrarsi fra popolazioni umane. Quando tali eventi detti “spillover” si verificano abbastanza di frequente, i virus animali possono adattarsi ai nostri corpi e trasformarsi in agenti patogeni umani.

I focolai di malattie trasmesse dalle zanzare sono stati similmente collegati  all’abbattimento delle foreste, anche se meno a causa della perdita di habitat rispetto alla sua trasformazione. Quando le radici degli alberi scompaiono dal terreno, l’acqua e i sedimenti scorrono più rapidamente e le zanzare che trasportano la malaria si riproducono nelle pozzanghere riscaldate dal sole. Uno studio in 12 paesi ha scoperto che le specie di zanzare che trasportano agenti patogeni per gli umani sono due volte più comuni nelle aree disboscate rispetto alle foreste intatte.

La distruzione dell’habitat mescola anche le dimensioni della popolazione di diverse specie in modi che possono aumentare la probabilità che un agente patogeno si diffonda. Ne è un esempio il virus del Nilo occidentale, un virus degli uccelli migratori. Pressate dalla perdita di habitat e da altri pericoli, le popolazioni di uccelli nel Nord America sono diminuite di oltre il 25 % negli ultimi 50 anni. Ma le specie non diminuiscono a un ritmo uniforme. Gli  uccelli “specializzati”, come picchi e rotaie, sono stati colpiti più duramente degli altri, quali pettirossi e corvi. Ciò aumenta l’abbondanza del virus del Nilo dove si radunano i nostri uccelli comuni, perché, mentre gli “specializzati” sono raramente portatori del virus, pettirossi e corvi in questo eccellono. La probabilità che una zanzara locale morda un uccello infetto dal virus del Nilo occidentale, e poi un uomo, cresce. Allo stesso modo, l’espansione dei sobborghi nella foresta nord-orientale aumenta il rischio di malattie trasmesse da zecche espellendo creature come gli opossum che, invece, aiutano a controllare l’espansione delle zecche, ciò va a tutto vantaggio di altre speci come topi e cervi che questo controllo non lo esercitano. La malattia di Lyme trasmessa dalle zecche emerse per la prima volta negli Stati Uniti nel 1975 e negli ultimi 20 anni sono seguiti sette nuovi agenti patogeni trasmessi da zecche.

Non è solo la distruzione dell’habitat che aumenta il rischio di insorgenza della malattia, ma è anche ciò con cui stiamo sostituendo l’habitat naturale. Per soddisfare gli appetiti carnivori della nostra specie, abbiamo raso al suolo un’area vasta quanto l’Africa per allevare animali da macello. Esiste anche il commercio illegale di animali selvatici venduti nei cosiddetti wet markets. Lì speci selvatiche che raramente verrebbero a contatto in natura sono chiuse in gabbie, l’una accanto all’altra, permettendo ai microbi di saltare fra le speci, un processo che ha generato il coronavirus dell’epidemia di SARS 2002-2003 e, forse, la storia dei virus Corona ci insegue ancora oggi.

Ma molti altri animali sono allevati in fattorie dove centinaia di migliaia di individui attendono il massacro ammassati insieme offrendo, così, ai microbi rigogliose opportunità di trasformarsi in agenti patogeni mortali.
I virus dell’influenza aviaria, ad esempio, che hanno origine nei corpi degli uccelli acquatici selvatici, si scatenano negli insediamenti traboccanti di polli in cattività, mutano e diventano più virulenti, un processo così lineare da poter essere replicato in laboratorio. Un ceppo chiamato H5N1, che può infettare l’uomo, uccide più della metà di quelli infetti. Contenere un altro ceppo, che ha raggiunto il Nord America nel 2014, ha richiesto il massacro di decine di milioni di capi di pollame.

La valanga di escrementi prodotti dal bestiame introduce altre maggiori opportunità per i microbi animali di contattare le popolazioni umane. Poiché i rifiuti sono molto più voluminosi di quanto i terreni coltivati possano assorbire come fertilizzanti, vengono raccolti  in pozzi neri senza copertura detti lagune di letame. L’Escherichia coli, produttore di tossine Shiga, che vive in modo innocuo nelle viscere di oltre la metà di tutti i bovini d’allevamento americani, si nasconde in quello sterco. Nell’uomo, provoca diarrea sanguinolenta e febbre e può portare a insufficienza renale acuta. [ndt. anche la morte] Poiché i rifiuti del bestiame sprofondano così tanto nel nostro cibo e nell’acqua, 90.000 americani vengono infettati ogni anno.

Il processo di trasformazione dei microbi animali in agenti patogeni per l’uomo si è oggi accelerato, ma non è nuovo. È iniziato con la rivoluzione neolitica, quando abbiamo prima liberato l’habitat dalla fauna selvatica per far posto alle colture e abbiamo ridotto gli animali selvatici in schiavitù. I “doni mortali” che abbiamo ricevuto dai nostri “amici animali”, come diceva Jared Diamond, comprendono il morbillo e la tubercolosi dalle mucche; la pertosse dai suini  e l’influenza dalle anatre. Continuò durante l’era dell’espansione coloniale. I coloni belgi in Congo costruirono ferrovie e città che permettevano a un lentivirus dei macachi locali di perfezionare i suoi adattamenti al corpo umano; i coloni britannici in Bangladesh hanno abbattuto le zone umide di Sundarbans per costruire risaie, esponendo gli esseri umani ai batteri acquatici nelle acque salmastre delle zone umide.
Le pandemie che queste intrusioni dell’era coloniale hanno creato ci affliggono fino ad oggi. Il lentivirus del macaco si è evoluto in HIV. I batteri trasportati dall’acqua dei Sundarbans, ora conosciuti come colera, finora hanno causato sette pandemie, l’ultima prospera a poche centinaia di miglia dalla costa della Florida ad Haiti.

La buona notizia è che, poiché non siamo vittime passive di fronte ai microrganismi che dagli animali invadono i nostri corpi, bensì siamo così in gamba da trasformare i virus innocui degli animali in agenti patogeni che causano pandemie, c’è molto che possiamo fare per ridurre il rischio che questi patogeni emergano. Siamo in grado di proteggere l’habitat della fauna selvatica, in modo che i microrganismi  rimangano nei corpi degli animali e non aggrediscano il nostro, un approccio sostenuto dal movimento ” One Health “, tra gli altri. Possiamo condurre una sorveglianza attiva in luoghi in cui è più probabile la trasformazione in agenti patogeni umani, cercando quelli che mostrano segni di adattamento al corpo umano e bloccarli prima che causino epidemie. Negli ultimi 10 anni, gli scienziati finanziati dal programma Predict dell’USAID hanno fatto proprio questo. Mentre l’impronta umana ha continuato ad espandersi in tutto il pianeta, gli scienziati di Predict hanno individuato più di 900 nuovi virus nel mondo, emersi come conseguenza, tra cui nuovi ceppi di coronavirus simili alla SARS.

Oggi si profila l’ombra della prossima pandemia. Ma questo non è solo a causa del sequel coronavirus. La liberazione da parte dell’amministrazione Trump delle industrie estrattive e dello sviluppo industriale da vincoli ambientali e di altro tipo può accelerare la distruzione dell’habitat. Allo stesso tempo, l’amministrazione sta riducendo la capacità di individuare il prossimo virus spillover e contenerlo se inizia a diffondersi avendo deciso di terminare il programma Predict in ottobre. Secondo quanto riferito, i funzionari erano “a disagio nel finanziare la scienza all’avanguardia“. La scorsa settimana l’amministrazione ha proposto di tagliare i fondi anche all’Organizzazione mondiale della sanità, del 53 %.

L’epidemiologo Larry Brilliant una volta disse: “I focolai sono inevitabili, ma le pandemie sono opzionali “, però restano opzionali solo se abbiamo la volontà di ribaltare la nostra politica con la stessa prontezza con cui sconvolgiamo l’habitat naturale. Alla fine, non vi è alcun vero mistero sulla fonte animale delle pandemie. Non è un pangolino o un pipistrello. Sono popolazioni di primati a sangue caldo: la vera fonte animale siamo noi.

Chiarimento: una versione precedente di questo articolo affermava che E. coli vive in modo innocuo nelle viscere di oltre la metà di tutto il bestiame negli allevamenti americani. Mentre la prevalenza di E. coli nei bovini può raggiungere un livello così elevato in particolari appezzamenti, è più complicato calcolare la cifra a livello nazionale, poiché la presenza di E. coli varia in base alla geografia e al periodo dell'anno. L'articolo è stato aggiornato