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I dubbi sul cosiddetto “uomo forte della Cirenaica” questo blog li ha sempre avuti. Impossibile non ne avessero di ben più informati Mosca, Cairo, Washington.  Ora, con l’intervento di Ankara che ha ribaltato i rapporti di forza, Khalifa Haftar viene lasciato alla sua imbarazzante biografia e con migliaia di morti inutili ai fini della soluzione del conflitto libico. Quale partita segreta si è giocata usandolo come marionetta?

Ufficiale disertore dell’esercito libico sotto Gheddafi, adottato dagli Stati Uniti che gli hanno conferito la nazionalità forse grazie ai servizi resi alla CIA, Khalifa Haftar è stato inviato in Libia nel 2011 per intraprendere una carriera da golpista seriale   fino alla Primavera 2019 con l’annuncio di una rapida e certa presa di Tripoli per liberarla dai terroristi. Tali sono per lui Fayed al Serraj, premier del GNA: il governo riconosciuto internazionalmente, e i suoi ministri. L’escalation collezionò iniziali successi, ma le speranze sono entrate in un pantano, nonostante le forniture belliche dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e della Russia, e le coperture politiche di Trump ossessionato dai Fratelli Musulmani. Perché questo fallimento?
Novembre 2019, il colpo di scena: la Turchia stringe un patto con Serraj. Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia, che varie volte avevano intrapreso inutili e pompose iniziative di soluzione, condannano i piani turchi d’aiuto militare a Tripoli e  al-Serraj viene convocato a Bruxelles per indurlo a un cessate il fuoco. L’uomo non sarà forse il più abile e integerrimo capo di stato, ma ha il fiuto d’intuire che per l’uscita dal disastro bellico un presidente autocrate mediorientale che offre aiuto concreto vale più di una inefficiente Europa travagliata dalle rivalità interne.

La Turchia giura di respingere Haftar e dal momento in cui è siglato l’accordo, le fortune del sempre traballante GNA, sono cambiate. Embargo delle armi in Libia? Come era stato violato per aiutare Haftar, viene ignorato per mandare, con ponte aereo e navale, armi droni veicoli corazzati e mercenari siriani a Serraj.

Sei mesi dopo è Tripoli all’offensiva. L’esercito LNA di Haftar è in rotta. Ripiegando, abbandona l’attrezzatura; i sistemi di difesa aerea di fabbricazione russa, i carri armati, camion blindati con mitragliatrici, denaro e scorte di armi forniti da Egitto, UAE, Russia alla prova dei fatti in mano ad Haftar non sono serviti che a provocare vittime e distruzione.

Il 6 giugno: trionfo e disperazione: Serraj rientra a Tripoli da trionfatore, dal Cairo si tenta un’impresa disperata e vagamente patetica.
hftar-saleh-sisi-cairoCon a fianco Haftar e il presidente del parlamento orientale Aguila Saleh, Al Sisi annuncia in tv che Haftar ha accettato un cessate il fuoco – che nessuno gli ha proposto- e immediatamente da Mosca arriva una soddisfatta approvazione. Ma è una mossa irricevibile tal quale, poiché propone un futuro per LNA e per Haftar in una Libia riunita e pacificata.

La domanda ovviamente senza risposta è cosa accadrà della Libia, le cui fortune e sfortune sono ora fuori dalla portata della UE e perfino dell’ONU, ben strette nelle mani di Erdogan e Putin. Gli esperti analisti diranno la loro. Intanto si può osservare con meraviglia l’inimicizia collaborativa dei due presidenti.
Arduo credere che la Russia supponesse attraverso l’imbelle Haftar di mettere il paese sotto il proprio controllo politico-economico. Altrettanto credere che la Turchia abbia inteso impunemente sfidare la Russia attaccandone il protetto.
Più credibile una politica reciproca di resilienza. Una flessibilità secondo gli eventi, talvolta rocambolesca che ha usato il conflitto libico come proxy della riorganizzazione con spartizione di fatto della Siria.

Ma questa è un’altra storia con un capitolo importante: l’accordo del 5 marzo fra Putin e Erdogan sul futuro di una “Siria unita”. Un altro accordo per un ennesimo cessate il fuoco, stavolta lungo l’autostrada M4, arteria che collega Aleppo alla costa, da pattugliare congiuntamente da militari turchi e russi, come già avviene lungo i confini dei territori che la Turchia aveva occupato durante la precedente operazione militare nel nord est siriano. Un incontro avvenuto a Mosca e, si noti bene, là non è stata chiamata l’Iran.
Definirli, come i media usano fare, zar e sultano è un flatus voci dell’impotenza europea e degli ondeggiamenti americani.

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