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Prescrizioni OMS a confronto con la confusa miscellanea:
Complottismo, Mascherine, Tamponi e Test sierologici

“E domandò a se stesso.” Amos Oz 

Le DISPOSIZIONI UFFICIALI dell’autorità sanitaria mondiale sono impartite per scritto. Ciò che dichiarano i funzionari nelle interviste riferite dai giornalisti è commento, spesso improvvido. Il sito OMS, sezione Avvisi al pubblico tuttora recita: “La maggior parte delle persone infettate dal virus COVID-19 sperimenterà una malattia respiratoria da lieve a moderata e guarirà senza richiedere un trattamento speciale. Le persone anziane e quelle con problemi medici sottostanti come malattie cardiovascolari, diabete, malattie respiratorie croniche e cancro hanno maggiori probabilità di sviluppare malattie gravi.
Cosa fare per proteggersi:  Assicurati che tu e le persone intorno a te seguiate una buona igiene respiratoria. Ciò significa coprire la bocca e il naso con il gomito piegato o il tessuto quando tossisci o starnutisci. Quindi smaltire immediatamente il “fazzoletto” usato e lavarsi le mani. Perché? Le goccioline diffondono il virus. Seguendo una buona igiene respiratoria, proteggi le persone intorno a te da virus come raffreddore, influenza e COVID-19.

La malattia Covid19 è causata da un virus della vasta famiglia Coronavirus scoperta negli anni ’60 e nota causa di malattie che colpiscono l’apparato respiratorio: banali raffreddori o più raramente una sindrome respiratoria acuta grave (SARS). La  Cina dopo l’epidemia di Wuhan comunica ufficialmente il 9 gennaio di aver identificato un nuovo virus che successivamente è  denominato SARS-CoV-2. Virus nuovo ma di famiglia già nota come origine di epidemie e si potrebbe ritenere ovvio che governi ed istituzioni sanitarie fossero ben preparate. (nota1)

A settembre 2019 il Johns Hopkins Center for Health Security, su richiesta del Global Preparedness Monitoring Board (GPMB), braccio congiunto dell’OMS  e della Banca mondiale, aveva pubblicato il [primo] report annuale 2019 sul rischio di una pandemia a carattere respiratorio, indicando estensivamente il da farsi per affrontarla.
Valutando l’azione intrapresa dalle autorità responsabili nei vari paesi il 14 settembre 2020 l’OMS pubblica il secondo report che termina con una dura condanna.
La pandemia COVID-19 sta mostrando deludenti risultati del test sulla preparazione mondiale. Il Consiglio conclude che sono stati compiuti pochi progressi in qualsiasi delle azioni richieste nella relazione dello scorso anno e che questa mancanza di leadership sta esacerbando la pandemia. Il mancato apprendimento delle lezioni del COVID-19 o il mancato rispetto di esse con le risorse e l’impegno necessari significherà che la prossima pandemia, che sicuramente arriverà, sarà ancora più dannosa.”

Questa fosca previsione potrebbe eccitare quei semplici cittadini o capi di stato già cultori delle varie teorie del “complotto”. Sospettare una componente di volontarietà nelle tragedie che sorprendono è comune, questa volta forse i sospetti sono stati favoriti da un dettaglio del report GPMB 2019 sopra citato, in quanto a pg 6 si legge la possibilità di una grave sindrome respiratoria e si specifica “naturalmente o come risultato di rilascio accidentale o intenzionale“. E’ vero che all’inizio del report si legge “La responsabilità per l’interpretazione e l’uso di questa pubblicazione è del lettore” ma è noto che la paura fertilizza l’immaginazione molto più della razionalità.

Il Coronavirus in Italia: in quanto cittadini possiamo con ragione lamentare una comunicazione confusa e contraddittoria che ha creato uno stato di persistente ansietà. Si constata soprattutto nell’uso generalizzato delle “MASCHERINE” proposto come salvifico, ma che in sostanza esercita un collettivo effetto apotropaico.
Le direttive del sito OMS   raccomandano l’uso di questi dispositivi ai sanitari, a chi entra in contatto con i malati, ai malati stessi e agli anziani con patologie. Perché, dunque, questi dispositivi sono stati pubblicizzati come fondamentali, ci si può chiedere.  Non ci si occupa qui né del business, né delle inquinanti tonnellate di poliestere o polipropilene immesse nella raccolta indifferenziata dei rifiuti  e poi indirizzate ai termovalorizzatori, interessa comprendere se si era formato negli anni un consenso unanime sull’efficacia di questi dispositivi.

Questo articolo  Unmasking the Surgical Mask: Does It Really Work? | MedPage Today  è del 2009 (ripubblicato in forma più estesa nel 2015)  epoca dell’influenza suina che fece 400.000 vittime complessive, per fortuna solo 229 in Italia – e  presenta un’estesa indagine, nella quale spicca:
“La mancanza di prove ha anche afflitto le maschere chirurgiche nel loro ambiente tradizionale, dove il loro uso è ancora pressoché universale: la sala operatoria. Non per mancanza di studio. In effetti, negli anni ’80 sono stati condotti tre ampi studi randomizzati per determinare una volta per tutte se le maschere chirurgiche effettivamente prevengono l’infezione della ferita chirurgica.[…] Ma le prove “non hanno mostrato alcuna efficacia” per quello scopo originale, ha osservato MacIntyre. Il chirurgo potrebbe anche non indossarla. […] ma indossare la maschera “è talmente inculcato nella pratica della medicina che sarà molto difficile cambiare”, ha detto John G. Bartlett, MD, ex capo delle malattie infettive alla Johns Hopkins. Tradizione ed estetica giocano un ruolo: i pazienti non accetterebbero un chirurgo che non la indossa perché sono radicate come simbolo di un ambiente chirurgico sicuro, ha detto Bartlett.”
Da notare che la ricerca verteva sulla protezione dai batteri, che sono assai più grandi dei virus e teoricamente più facili da bloccare.
Nello stesso anno la BBC  “Le persone indossano la maschera, penseranno di essere protette e potrebbero non temere le aree affollate. Allora il miglior consiglio è: lavarsi le mani e coprirsi la bocca quando si starnutisce.”
In tutta evidenza manca da sempre il consenso scientifico sull’efficacia delle mascherine, mentre è totale sull’igiene: più sensato ed efficace, allora, sarebbe valorizzare  l’uso dei guanti. E più responsabile sarebbe evitare reticenze  sulle teorie che individuano nel protratto uso delle mascherine il rischio del potenziamento di un già avvenuto contagio, in quanto la funzione immunitaria viene compromessa dal diminuito apporto di ossigeno.

I test molecolari, cosiddetti “TAMPONI”: questo blog aveva ripubblicato un articolo con la richiesta di un diffuso generale screening, ma era un  errore. Lo si comprende appurando che cosa realmente individua il metodo.
Una nuova ricerca del Center for Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford e dell’Università dell’Inghilterra occidentale ha scoperto che la tecnica basata sul tampone e utilizzata per la maggior parte dei test COVID-19 rischia di restituire “falsi positivi” poiché le copie di RNA del virus rilevato dai test potrebbero essere semplicemente materiale morto e inattivo, derivante da un’infezione vecchia di settimane. Sebbene i pazienti infetti da COVID-19 siano in genere infettivi solo per una settimana o meno, i test possono essere attivati ​​dal materiale genetico virale rimasto da un’infezione vecchia e superata. La ricerca del team ha coinvolto l’analisi di 25 studi sul test di reazione a catena della polimerasi ampiamente utilizzato. I test PCR utilizzano materiale raccolto con un tampone – il tipo di test più comune in tutto il mondo, e specialmente negli Stati Uniti – quindi utilizzano una tecnica di “fotocopia genetica” che consente agli scienziati di ingrandire il piccolo campione di materiale genetico raccolto per rendere possibile analizzare i segni di RNA virale. Ciò che i ricercatori qui hanno effettivamente scoperto è che questi test PCR non sono abbastanza sensibili per distinguere se il materiale virale è attivo e infettivo o morto e inerte.” Sostengono i ricercatori che, anziché fermarsi al risultato sì/no, i test dovrebbero avere un punto limite in modo che quantità molto piccole di virus non attivino un risultato positivo, inoltre  ritengono che il rilevamento di tracce di vecchi virus può in parte spiegare perché il numero dei positivi è in aumento, mentre i ricoveri ospedalieri rimangono pressoché stabili. 

Non è migliore l’affidabilità dei TEST SIEROLOGICI. Beda M Stadler, ex direttore dell’Istituto di Immunologia dell’Università di Berna, già nel mese di maggio aveva scritto a questo proposito  un articolo, solo ora meritoriamente tradotto dal tedesco.
“Dall’OMS ai molti virologi presenti sui media, il mantra è stato che il virus era particolarmente pericoloso, poiché contro di esso non c’era immunità, essendo nuovo. Anche Anthony Fauci, il consigliere di Trump, ha continuato ad affermare questo mantra. All’inizio, poiché io e Anthony siamo buoni amici e sediamo insieme nel board del National Institute of Health in Bethesda negli Stati Uniti, devo ammettere di essere stato poco critico riguardo alle sue affermazioni. Ma ad un certo punto mi sono svegliato, quando ho realizzato che il primo test sierologico commercialmente disponibile per il Covid19 era lo stesso vecchio test per il SARS COV 1. Questo test valutava se c’erano anticorpi nel sangue del paziente, sia che essi venissero dal contatto con SARS COV 1, Covid 19 o MERS. Quindi le affermazioni che noi non avevamo immunità erano insostenibili, in quanto non avevamo test che differenziassero l’immunità ai diversi coronavirus. Le affermazioni non erano scientifiche, erano solo delle supposizioni che tutti ripetevano come pappagalli.”

Purtroppo, sono proprio i numeri dei rilevamenti via tamponi e test che vengono diffusi quotidianamente (nota2) e che mantengono viva nel pubblico la convinzione di essere sotto un’immutata minaccia contro la quale siamo indifesi.  Non è così, spiega ancora Beda M Stadler
A metà aprile veniva pubblicato un lavoro del gruppo di Andreas Thiel del Charité di Berlino. […] mostrava che il 34 % delle persone a Berlino – anche se non erano mai state a contatto col SARS-CoV-2 – presentava- contro di esso – un’immunità cellulare mediata dai linfociti T. Ciò significa che i globuli bianchi erano riusciti a identificate il SARS-CoV-2 tramite la loro memoria immunitaria sviluppata contro i coronavirus del raffreddore. Uno studio da parte di John P. A. Ioannidis dell’Università di Stanford mostra che l’immunità contro SARS-CoV-2, misurata in forma di anticorpi, é maggiore di quanto si pensava.” 

Gli oltre 35mila morti dell’Italia – soprattutto nei primi mesi ma che la mantengono al 6° posto nella classifica mondiale dei decessi – sono interamente da imputare al nuovo, non troppo nuovo,  SARS-CoV-2? Quanto ha pesato la mancanza di leadership che ha portato a improvvide disposizioni sia  del Governo sia di alcune Amministrazioni regionali? Sarà possibile dalla paura passare alla prudenza non essendo stati educati alla sicurezza ma guidati verso un senso di impotenza?

“E domandò a se stesso.” Amos Oz 

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nota 1: Per esempio, in Italia nel 2003 è stata costituita la Task Force sulla SARS del Ministero della Salute: gruppo permanente per la valutazione del rischio e il controllo della SARS e delle emergenze di origine infettiva.
9.febbraio 2020. “Si è riunita questa mattina la task-force coronavirus 2019-nCoV del Ministero della Salute alla presenza del ministro, Roberto Speranza. Nella riunione si è valutato il rafforzamento della formazione specifica sul nuovo coronavirus 2019-nCov per medici, infermieri e professionisti sanitari” – Hanno provveduto le autorità sanitarie regionali?
Da notare: con il precisarsi dei sintomi, molti cittadini ritennero di essere stati contagiati e di averlo superato senza ricorso al medico i disturbi; vari medici ospedalieri riconobbero come collegate al Covid19, allora sconosciuto, le molte polmoniti atipiche osservate nell’autunno 2019, quando già era stato diffuso il report dell’OMS .

nota 2: Da Osservatorio Malattie Rare, sui tamponi:  “Il test diagnostico di riferimento è basato su un saggio di real-time RT-PCR”, spiega il prof. Vella. “che consiste sostanzialmente in un’amplificazione del genoma. È il metodo più affidabile per rilevare anche concentrazioni molto basse dell’RNA virale”. Il SSN, pertanto cerca le basse concentrazioni, pertanto andando incontro alla possibilità di gonfiare il numero dei contagiati.
Da Corriere.it sui test sierologici in strutture private “«Chi li fa si assume la responsabilità anche del rispetto dell’isolamento dei positivi — scrive l’Asl di Milano in una lettera ai sindaci —. L’esito di un test non validato e fuori dai programmi di sanità pubblica non comporta l’approfondimento con tampone». Il timore è di ritrovarsi migliaia di cittadini, risultati positivi al test sierologico, in coda per il tampone.”