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Il 6 gennaio Camera e Senato in seduta congiunta certificheranno il risultato dei Grandi Elettori che il 14 novembre hanno decretato la vittoria di Joe Biden. Finora semplice routine, essendo la vittoria già celebrata il giorno delle urne, assume per il 46° Presidente degli Stati Uniti il valore di un punto fermo a una lunga disputa.

La corrente narrativa di un’America efficiente anche nei momenti cardine per le Istituzioni usava sorvolare sui  complicati processi elettorali,  creando l’apparenza di vittorie, fulgide o striminzite, diretta espressione popolare. Donald Trump ha fatto crollare il sipario sul farraginoso concatenarsi di tappe non omogenee a livello nazionale e sugli spazi di aleatoria oscurità. Come d’abitudine si è mosso per interesse personale, tuttavia ha costellato di punti interrogativi la narrativa sulla democraticità e limpidezza dell’intera macchina elettorale.

Con le precauzioni suggerite dalla crisi del Sars_Cov-2, l’elettore ha avuto a disposizione diversi strumenti e tempi per esprimere il voto – che assume valore a livello federale pur essendo soggetto a regole di portata locale –  e questo ha straordinariamente accresciuto il peso del voto espresso in anticipo rispetto al 4 novembre e, soprattutto, di quello a distanza attraverso il servizio postale.
Riflettendo dal punto di vista europeo, questa tornata elettorale presenta, ancor più delle precedenti, lineamenti di dubbia legalità almeno per due ragioni.
Non fotografa l’opinione della nazione nel giorno della votazione essendosi protratta per due mesi: i primi voti sono arrivati agli uffici elettorali a fine settembre, gli ultimi una settimana dopo la data ufficiale del 4.11. Gli elettori, pertanto, si sono espressi disponendo di cognizioni diverse secondo la data d’invio del voto.
Non essendo obbligatoria la presenza al seggio e la solitudine nella cabina elettorale, non è garantita la segretezza e  la completa autonomia dall’ambiente più prossimo.

Gli Stati Uniti hanno una lunga storia di frodi elettorali riconosciute. La Heritage Foundation fornisce una lista di esempi di frode, suddivisi per stato, che hanno portato a condanne o nullità di un’elezione.  I simultanei boati: “affermazione falsa”, “non fornisce prove” ripetuti, pur nell’impossibilità di aver cognizione dei fatti, a ogni denuncia da parte di Trump o di osservatori politici appaiono, nel contesto americano, piuttosto sorprendenti.

Ciò è stato possibile perché gli autentici avversari  di Trump non sono stati  Hillary Clinton e Joe Biden,  ma i media. Non stupisce che ogni testata o canale televisivo difenda interessi e tendenze di qualche settore economico-sociale, ma i media esercitano un reale potere sulle elezioni in virtù di una consuetudine risalente alla metà dell’800.
Nell’intento di abbreviare i lunghi tempi dell’arrivo e del conteggio delle schede,  l’Associated Press si assunse nel 1848 un compito che divenne consuetudine: proclamare il giorno stesso dell’elezione l’esito in base ai suoi inviati sul  posto e a modelli matematici funzionando in pratica come un Ministero degli Interni, che negli Usa non esiste.
I mezzi moderni renderebbero la prassi obsoleta, ma con la proliferazione delle fonti giornalistiche è diventata, se così si può dire, informalmente ufficiale, a danno del controllo sulla veridicità delle notizie e dell’indipendenza dell’informazione  [Nonostante ciò che si dovrebbe ricordare]
Fox News, unica emittente inizialmente disallineata  ha invertito la rotta per non perdere audience e si è inserita  nella corrente delle testate che vicendevolmente si legittimavano nel dare il risultato finale mentre milioni di schede ancora viaggiavano sui furgoni postali.
Conseguentemente a tale unanimità mediatica, sono stati oggetto di critica e illazioni i leader stranieri che non si sono immediatamente congratulati con Biden. Con una tracotanza inconcepibile negli anni precedenti, le conferenze in diretta del Presidente in carica sono state troncate a metà e i post e tweet, suoi o  di osservatori critici, etichettati dai social media come “affermazioni false” oppure oscurati.

Vi si potrebbe intravedere un esperimento pilota, simultaneo con quello sui dissenzienti della gestione del coronavirus, per assuefare definitivamente il pubblico a una sola e non contestabile visione dei fatti.
Similmente si potrebbe pensare che lo schieramento mediatico pro-Biden con il silenzio su fatti del passato (il voto in dissenso al partito democratico per appoggiare Bush sull’invasione dell’Iraq) e l’omissione del presente (le indagini federali sul figlio Hunter e negazione a priori del coinvolgimento paterno) alluda a grandi aspettative di rivolgimento nella conduzione interna e in politica estera. I segnali e le reali possibilità suggeriscono dubbi.

Joe Biden non prende a bordo del governo esponenti democratici di sinistra, come Bernie Sanders, ma  imbarca BlackRock. Sulla gestione Covid, tranne il refrain sulle mascherine, non potrà che proseguire nell’acquisto dei vaccini, mentre per tutte le altre disposizioni dipenderà, come Trump, dai Governatori degli Stati. La differenza potrebbe vedersi nel minor accanimento verso l’immigrazione, ma anche nell’abbandono di quegli stati del Mid-West che nell’intento di Trump dovevano essere risollevati con il ritorno delle industrie.

In politica estera  Biden cambierà stile: dal kitch trumpiano all’ovattato convincimento. Cambierà la narrativa: da economica a idealistica sottolineatura dei diritti umani. In sostanza, sarebbe nelle condizioni di abbandonare la linea iniziata dalla seconda presidenza Obama e palesemente inalberata da Trump: meno interventismo, no guerre per esportare la democrazia?  Potrebbe dismettere la politica di contenimento della Cina?  Cesserà le pressioni sull’Europa affinché abbandoni il 5G cinese e continui a rinnovare le sanzioni economiche alla Russia? Per la Nato è immaginabile che cancellerà le sanzioni trumpiane alla Turchia che ha acquistato missili russi? Tornerà forse a contribuire finanziariamente alle agenzie Onu?

La risposta è probabilmente: tanto rumore per poco. Come scrive nell’ultimo numero di Limes  il commentatore politico americano William Arkin, il potere  è nel Deep State, che non è un cupola segreta bensì ” l’insieme di burocrati, opinionisti e consulenti che agisce per conservare i lauti privilegi dello status quo. E che spesso ha nella visibilità un’arma. La sicurezza nazionale come antidoto al ‘potere della gente’.”

Nuovo linguaggio ma simile politica cui apporre la firma del politicamente stagionato Biden in luogo di quella del neofita ed erratico Trump.