Una nazione vive di reputazione, quella che gli altri le riconoscono e quella che attribuisce a se stessa. Non occorrono grandi discorsi per convincere che l’Italia è in deficit di reputazione. Gode, per il carattere della popolazione il paesaggio e le antichità, di grandi simpatie, ma ciò non conferisce potere da far valere nei rapporti internazionali. Qualcosa urgeva fare per porre rimedio e il presidente Mattarella ha giocato la carta della “risorsa nazionale” riconosciuta a livello mondiale: Mario Draghi.

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Al di là di ogni considerazione, lo scopo della compagine governativa varata il 13 febbraio è tenere ancora l’Italia nel gioco europeo, nonostante la crisi della politica e il traballante funzionamento dello stato. Scorre un fiume di  divergenti interpretazioni circa le motivazioni e le conseguenze della scelta presidenziale,  la gran parte  viziate da un’ottica ristretta a differenza del post, qui sotto riprodotto, pubblicato da  Pierluigi Fagan in Facebook, che le analizza con lucidità e articolate argomentazioni.

ITALIA 2030
Mattarella ha fatto di necessità virtù. La necessità era data da quello che ha ricordato nel suo messaggio ovvero che non si dava nessuna maggioranza politica possibile. Si aprivano così due strade: elezioni o governo di transizione nazionale. Quanto alle elezioni, tra scioglimento delle Camere e presa operativa di un nuovo governo con in mezzo le elezioni sono passati 4 mesi nel 2013 e 5 nel 2018. Se si fosse andati ad elezioni, in questo mentre, si sarebbe comunque dovuto gestire la pandemia, porre in essere la necessaria campagna vaccinale, presentare comunque il Recovery Plan entro fine aprile stante che poi sarebbero passati altri due mesi per la discussione con la Commissione ed un altro con il Consiglio per poi organizzare la macchina di spesa in azioni concrete, alcune condizionate dall’Europa. Più tardi si fosse presentato il Piano, più tardi sarebbero arrivati i soldi. Nel frattempo, oltre le questioni sanitarie, si sarebbe dovuto anche affrontare il disagio sociale ed economico tra cui decidere cosa fare alla scadenza del blocco dei licenziamenti a fine marzo. Chi avrebbe dovuto e potuto fare tutto ciò senza mandato politico? Con quale credibilità nell’interlocuzione con l’Europa, gravida di qualche opportunità e molti probabili problemi? Secondo quale strategia di prospettiva visto che il Recovery Fund è un investimento di prospettiva? Infine, l’Italia martoriata dalla pandemia, avrebbe comunque vissuto una aspra stagione di conflitto politico elettorale con anche problemi evidenti di normale agibilità politica viste le difficoltà a riunirsi, fare assemblee, comizi etc. .
Mattarella non l’ha pubblicamente ricordato ma quest’anno, l’Italia ha la presidenza di turno del G20 che avrà assise finale di chiusura a Roma a fine ottobre. Sono 8 incontri tematici già svolti sotto la direzione del precedente Governo, più di 70 incontri che avrebbe dovuto gestire in qualche modo un governo pro-tempore seguendo quali fini non è chiaro, per poi arrivare ad altri poco meno di 50 per arrivare alla fine gestiti dal nuovo governo probabilmente in opposizione a quanto sino ad allora detto e fatto con evidente sconcerto degli altri 19 partners. Problema che si sarebbe riflesso anche col Recovery in quanto il nuovo governo avrebbe poi dovuto gestire piani fatti da altri e -come detto- secondo quale logica politica non si sa.

Al di là di tutte le dietrologie possibili, vi sarebbe sembrata quella delle elezioni una strada percorribile? Onestamente penso proprio di no. Ma arrivati qui vanno aggiunte due altre necessità non dichiarate. La prima è che il RF non è stato un progetto privo di attriti in Europa ed indubbiamente, l’Italia ne fa parte da leone. Un fallimento dell’Italia nella gestione dei fondi rappresenterebbe in Europa, una sconfitta per quanti hanno appoggiato l’iniziativa e la ripartizione ed alimenterebbe una nuova stagione di instabilità interna ai processi di unificazione europea. La seconda è l’allineamento con gli USA che nel frattempo sono passati da Trump a Biden con questo ultimo che ha idee ben chiare e precise sul come gestire la partita geopolitica dei prossimi tempi, un Occidente (allargato nel concetto di liberal-democrazie) con a capo gli americani vs sfidanti multipolari, un o di qua o di là preciso e di altrettante precise conseguenze su cui va presa posizione.

La virtù (dal punto di vista di Mattarella) passa attraverso l’idea di fare un governo di doppio livello. Un livello politico “all in” in modo sia di congelare la rissosità politica, sia di fornire una base di necessitato consenso all’azione del livello tecnico del governo stesso. Il livello tecnico avrebbe solo supervisionato le politiche sanitarie già impostate, magari migliorandole ma costringendo anche opposte fazioni a collaborare poiché ognuna a governo di un segmento specifico di un processo continuato. Questa rimaneva una gestione del tutto politica ma sottraendola alla dialettica governo-opposizione diventava quasi tecnica. Lo stesso livello politico, non solo entrando a più o meno parità nel Governo, ma anche come quasi totalità parlamentare, avrebbe sancito la legittimità democratica sia del Governo, sia della sua azione riformatrice. Seguono considerazioni politiche quali gli effetti di tutto ciò sulle derive populiste e sovraniste ora ostracizzate in via definitiva o quasi, almeno negli intenti.
E veniamo così al primo livello, il vero e più importante livello, il livello tecnico-politico. Draghi agisce verso l’esterno come garante, garante della buona attuazione del piano di ripresa sdoganato in Europa non senza difficoltà e limitazioni (il piano è comunque insufficiente), garante dell’allineamento atlantico, garante verso i mercati. Attenzione perché il nostro spread ha raggiunto il minimo da dieci anni ed a queste condizioni nuovo debito anche fuori dal RP si rende possibile, “debito buono” ovvero debito connesso a spesa che crei condizioni di possibilità per la crescita. E’ dal 1995 che il Pil italiano cresce ogni anno meno della media Europa.
Nel suo vasto curriculum, Draghi ha anche un dottorato al MIT (primo italiano) con Modigliani e Solow. Solow (Nobel ’87) è l’economista forse più noto nell’ambito della teoria della crescita che lega soprattutto al progresso tecnologico che incide sulla produttività, ritenuta la chiave della lievitazione. Ma successivi sviluppi teorici hanno aggiunto note sul capitale umano, sulle infrastrutture, sui quadri giuridici in cui opera la macchina economica.
Per sapere come Draghi pensava di applicare le sue convinzioni teorico economiche al caso Italia, basta leggersi le Considerazioni finali del Governatore di Banca d’Italia del 2011 quando lasciò l’istituto di palazzo Koch per andare a Francoforte. Da pagina 11 alla 16 è riassunta la diagnosi Draghi, quindi la prognosi. Si tenga conto che dieci anni al Tesoro (governi tanto di centrodestra che di centro sinistra) e cinque a Bankitalia, fanno di Draghi il miglior conoscitore possibile delle strutture dell’economia italiana sotto i profili fiscali, imprenditoriali, legislativi, strutturali, sociali e conoscere è la precondizione per cambiare tramite interventi coordinati. Draghi cioè è tra i pochissimi (forse l’unico) che conosce a fondo l’intero sistema anche perché la sua stessa definizione funzionale più precisa è -a mio avviso- proprio quella di funzionario di sistema. Un funzionario di solito al servizio di poteri vari che affollano il vertice del potere sistemico, oggi incaricato da Mattarella di esprimere per la prima volta in vita sua la sua visione in forma esecutiva, salvo via libera politico.
In breve, la diagnosi di sistema fatta a suo tempo da Draghi, era: 1) ottimizzazione della spesa pubblica esaminando problemi ed opportunità di bilancio “voce per voce” impiegando eventuali risparmi in investimenti strutturali; 2) riduzione tasse se c’è recupero di evasione fiscale; 3) se non c’è recupero di produttività i salari ristagnano e ne risente la crescita; 4) la produttività italiana ristagna perché il nostro sistema non si è ancora adattato all’evoluzione tecnologica ed alla globalizzazione; 5) non funziona la giustizia civile e questa mancanza di quadro normativo porta a perdere anche un punto di Pil oltreché sconsigliare investimenti esteri; 6) fino ad un altro punto percentuale di mancata crescita lo si deve al sistema educativo e formativo, soprattutto universitario e di livelli medi di scolarità tra i più bassi tra i paesi OCSE; 7) c’è poca concorrenza di mercato; 8) abbiamo una prolungata carenza di spesa ed efficienza di spesa nelle infrastrutture; 8) non sappiamo neanche impiegare a fondo e gestire bene i fondi europei; 9) si è scaricata tutta la flessibilità necessaria nel mercato del lavoro in entrata (contratti); 10) le sole contrattazioni nazionali sono tropo rigide ed impediscono patti aziendali locali tra lavoratori ed imprese; 11) scarsi supporti nei servizi sociali e non solo, deprimono la partecipazione femminile al mercato del lavoro creando un ulteriore freno allo sviluppo sistemico; 12) il sistema di protezione sociale deve esser in grado di sostenere chi perde un lavoro e ne cerca un altro aiutando così la vivibilità di un sistema in perenne trasformazione adattiva; 13) le imprese italiane sono piccole, famigliari, sottocapitalizzate, strutturalmente inabili al mercato globale.
Come in parte si vede nella recente composizione del governo, i ministeri – Tesoro, Giustizia, Infrastrutture, Istruzione – sono le chiavi necessarie per la trasformazione strutturale auspicata e quindi avocati a sé o a sue dirette emanazioni, quelli del Digitale e della Transizione ecologica sono più legati alla gestione dei fondi di ripresa europei, ma il primo è anch’esso infrastrutturale. Così per la delega per i rapporti con l’UE ed in fondo anche l’asse strategico degli Affari esteri.
Draghi ha poco tempo forse poco più di un anno. Ma l’obiettivo non è risolvere tutti gli italici problemi in un tempo impossibile, è impostare la struttura. Dopodiché come Presidente della Repubblica ha almeno altri sette anni per supervisionare lo sviluppo di quella struttura. Il PdR controfirma ogni anno la finanziaria e non sarà una passeggiata per i governi dei prossimi anni, far firmare paginette con tutto ed il suo contrario recapitate al Quirinale mezzora prima della scadenza. Draghi diventerà un vincolo interno più che il pareggio di bilancio in Costituzione. Draghi diventerà il garante del rischio o opportunità Italia almeno fino al 2030. Il mandante di Draghi è Mattarella, ovvero l’ultimo rappresentante in vita della sinistra democristiana (si rivedano le dichiarazioni di Tabacci dopo il recente incontro delle delegazioni dei partiti stante che Tabacci era di un tipo di sinistra democristiana -Mantova, Marcora- e Mattarella di un’altra -Sicilia/Aldo Moro), un ottantenne che dà mandato ad un settantaquattrenne interpretando a modo suo l’interesse generale visto che dal basso non s’è riusciti a convenire su uno diverso.

L’operazione Draghi si potrebbe infatti intendere come titolo, contenuto e garanzia, di un piano “Italia 2030”, piani di pianificazione e prospettiva che ormai fanno quasi tutti in ambito internazionale. Se l’Italia mostra di poter tornare in trend di crescita almeno pari o qualche volta superiore alla media UE, non importa l’entità del suo debito, l’Europa è salva (almeno su questo aspetto), l’euro è salvo. Altrimenti potrebbe venir giù tutto, incluso il tetto della casa in cui abitiamo noi stessi.
Poiché siamo già lunghi, mi risparmio ogni più dettagliata analisi e soprattutto il giudizio, anche perché il giudizio lo darà chi legge e soprattutto lo dovrà dare a fronte dei fatti che dettaglieranno questo lungo elenco di intenzioni. Mi limiterò ad un punto.
Draghi è chiamato a proseguire il ruolo che ebbe Ciampi con cui ha molti punti contatto. Ciampi era di area catto-liberal-socialista, banchiere centrale, economista, politico, scuola elementare dai gesuiti, cattolico, germanofono, austero e riservato, Presidente del Consiglio prima e della Repubblica poi nonché a capo di una squadra di economisti-funzionari detti “Ciampi boys” capitanati da Mario Draghi che proprio lui aveva spinto al Tesoro. Nonché patriota. Draghi non è qui per gestire la pandemia o solo per il Recovery plan-fund o per l’Europa o per gli USA, è qui per fare una profonda riforma strutturale dell’Italia.
La missione di Draghi è normalizzare l’Italia, allineare l’Italia allo standard occidentale. L’Italia è un paese capitalista dove il capitalismo funziona male. Non è né un modello alternativo, né una versione declinata del modello standard ed è in queste condizioni dai primi anni Novanta. Coi tempi che vengono incontro, l’interesse generale dovrebbe esser quello di definirsi o in un senso o in un altro. Draghi viene a definirci in un senso, chi propugna un senso alternativo dovrebbe esser a livello della sfida, se ne è capace. Tutto il resto sono epidemie narrative (citazione cara a Draghi e riferita ad un concetto formulato da un altro Nobel per l’economia, R.J.Schiller, 2013). E’ qui perché nel nostro Paese sembrano non esistere forze sociali ed intellettuali in grado di proporre un proprio piano Italia 2030 egemonico. Sarà quindi il caso di farsene una idea in fretta se non si vuol subire quello che ha in mente Draghi o se s’intende anche solo migliorare il suo piano, perché sempre più nei prossimi tempi, quando un uomo con una strategia incontra un uomo con la tattica, l’uomo della tattica è un uomo morto.