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La diversa probabilità di riuscita fra il primo GNA del 2015 e quello varato a Ginevra nel 2021 dipende dalla situazione creata dall’ intervento militare turco-russo e dalla nuova presidenza americana.

– Era Il 17 dicembre 2015: a Skhirat, Marocco, i rappresentanti dei due parlamenti libici di Tobruk e Tripoli, sotto pressione ONU, si strinsero la mano e firmarono per dar vita a un Governo di Unità Nazionale. ll giorno stesso i firmatari si rivolsero al Segretario Ban Ki-moon chiedendo di ritardarne il riconoscimento, essendo i due parlamenti in fibrillazione. (ved. Libia e i giochi di prestigio dell’Onu)Continuarono ad esistere due governi rivali, un parlamento disfunzionale nell’est e uno spin-off del vecchio parlamento riciclato come organo consultivo a ovest, non si tennero elezioni, venne redatta una nuova costituzione ma prontamente contestata in tribunale. 

– Nel 2019 il generale Khalifa Haftar lancia le sue milizie – necessariamente denominate “esercito nazionale libico” ( LNA) per sostenere la forzata narrativa egiziana che in Libia vi fossero terroristi da sconfiggere e una città da liberare – alla conquista di Tripoli. Ma ciò che sembrava piacere all’Egitto non piacque ad altri attori internazionali. Dopo scontri distruzioni e vittime, Russia e Turchia – difficile non credere a una loro preventiva intesa – prendono in mano la situazione portandola al punto di equilibrio: Haftar resta fuori dalla capitale, ma al governo di Tripoli non viene permessa la conquista di Sirte.

Il nuovo Governo di Unità Nazionale

Un equilibrio che permette nuovamente all’Onu di condurre le due Libie riottose ad un governo di Unità, che stavolta viene approvato da entrambe. Il 7 febbraio a Ginevra  75 rappresentanti delle fazioni libiche eleggono le 4 figure di potere, confermate da entrambi i Parlamenti . L’Onu esprime soddisfazione.
Gli Eletti: (nota 1*) il Capo del consiglio presidenziale Mohammad Younes Menfi, ex ambasciatore in Grecia, affiancato da Moussa al-Koni, rappresentante dei Tuareg, e da Abdallah Hussein al-Lafi, di Zuwara, città confinante con la Tunisia e capitale degli imbarchi dei migranti. Il nuovo Primo Ministro è Abd al-Hamid Dubayba, ricco uomo d’affari di Misurata. La città fu determinante sia nella caduta di Gheddafi sia nella successiva difesa di Tripoli e segna, così. una vittoria “morale” non di poco conto. (nota 2*) Le elezioni legislative sono previste per il 24 dicembre, il governo è composto di 33 ministri di cui 5 donne.  La ministra degli Esteri, Najla El Mangoush,  vive negli Stati Uniti dal 2012. Il PM Dubayba, filo turco, ha tenuto per sé  il portafoglio della Difesa. Al Ministero dell’Interno va Khaled Tijani Mazen, rappresentante del Sud.

Intorno e al di sopra della Libia

In un recente discorso ufficiale Dubayba ha rimarcato che “il paese è in guerra” e che “il cessate-il-fuoco non implica la fine del conflitto. Chi può garantirne la fine? Ancora gli stessi che hanno creato il punto di equilibrio: Turchia e Russia, di concerto con l’Egitto sotto il vigile sguardo degli Stati Uniti. Già la composizione del governo lo lascia intendere: Turchia e Usa si consolidano in Tripolitania, lasciando la Cirenaica alla Russia e all’Egitto.
Appena formato il governo, Erdogan e Al Sisi – ai ferri corti anche a livello personale dal golpe che nel 2013 rovesciò Mohammed Morsi – il 12 marzo annunciano  di aver ripreso i colloqui (apertamente, dopo i contatti d’intelligence che permisero il cessate il fuoco). Se nel mainstream questa mossa provoca stupore, in concreto è tutt’altro che improvvisata; scrive Limes:

La Turchia ha marginalizzato la componente legata alla Fratellanza musulmana (ndr. a Ginevra) e favorito l’elezione di un GNA retoricamente benedetto da tutti i portatori d’interessi nelle Libie. In primis dall’Egitto, che a inizio marzo nell’assegnare i diritti per l’esplorazione di alcuni giacimenti ha esibito un inedito rispetto per i confini della piattaforma continentale turca come definita dall’accordo per la delimitazione dei confini marittimi sottoscritto con il governo di Tripoli a novembre 2019. Tali cortesie riflettono il concomitante slittamento tattico dell’approccio regionale di entrambi i paesi, oggi interessati a usarsi a vicenda più che a combattersi, mantenendo inalterata la propria rivalità strategica. […] Con la sponda della Turchia, Il Cairo può ritagliarsi un ruolo autonomo nella crisi, financo diventare il paese arabo di riferimento tra Mediterraneo ed Eufrate. Si tratterebbe di una replica di quanto già avvenuto in Libia. L’Egitto è sempre stato contrario all’offensiva su Tripoli lanciata da Khalifa Haftar nell’aprile 2019. È stato costretto a sostenerla per ragioni di forza maggiore, a causa della subordinazione geopolitica a Riyad e Abu Dhabi. L’intervento turco non ha dunque solo salvato Tripoli da Haftar, ma anche l’Egitto dai Principi noti per acronimo (il saudita MbS e l’emiratino MbZ). “

L’auspicata normalizzazione della Libia, così come gli equilibri della zona, risentono della nuova presidenza americana. Sisi ed Erdogan, entrambi detestati da Biden,  sono indotti a limitare tatticamente i contrasti, e perfino il premier israeliano Netanyahu conferma ufficialmente colloqui con la Turchia,  come se l’asse turco-israeliano, forgiato da Washington a metà anni Novanta, stesse risorgendo ma in chiave antiamericana nell’aspettativa di un’ apertura di Biden all’Iran.

Note

nota 1* Un rapporto dell’Onu stessa evoca il pagamento di tangenti alla base dell’elezione del premier ad interim, Abdul Hamid Dbeibah. Se ciò è vero, non difficile arguire i paesi pagatori.
nota 2* Fuori dai giochi la città di Zintan, le cui milizie catturarono Saif Gheddafi e a lungo combatterono contro Misurata per il controllo territoriale della capitale.