Le attendevano da 15 anni, ma ancora una volta ai Palestinesi è stato impedito di esprimersi. Le tre tornate elettorali che avrebbero rinnovato l’assemblea e i vertici politici sono rimandate sine die. Di chi la responsabilità e a chi giova averli ammutoliti? Risposte univoche in situazioni complicate non si possono sperare, tuttavia è possibile riflettere sulle argomentazioni degli analisti politici, la cui oggettività è carente ed immemore sia dei Trattati che delle Risoluzioni ONU.

 
Il 29 aprile è stato il giorno fatidico. A conclusione della riunione dei maggiori rappresentanti politici dell’Autorità Palestinese, in assenza di rappresentanti di Hamas, Mahmoud Abbas ha dichiarato: nessuna elezione senza Gerusalemme:
Oggi è arrivato un messaggio da Israele e dagli Stati Uniti che afferma:’ Non possiamo darvi una risposta su Gerusalemme perché non abbiamo un governo che prenda la decisione […] Questa scusa non convince. Sappiamo che ogni giorno vengono emanate decisioni del governo israeliano per la costruzione di migliaia di unità abitative di insediamenti illegali, quindi c’è un governo che decide. […] Israele è tuttora determinato a non consentire che le elezioni si svolgano a Gerusalemme, e noi abbiamo ripetutamente cercato di tenere riunioni di rappresentanti e di candidati nella città ma siamo stati attaccati dalle forze di occupazione che hanno impedito di svolgere qualsiasi attività, pertanto le elezioni non si terranno senza la capitale occupata da Israele.”
Abbas aveva inutilmente invocato la solidarietà internazionale; la Ue aveva chiesto a Israele di “poter monitorare” lo svolgimento delle elezioni: non ha ricevuto risposta.

Fra i commenti alla decisione di Abbas scegliamo la newsletter inviata agli abbonati del magazine +972, rivista indipendente di giornalisti israeliani e palestinesi e la commentiamo punto per punto. Scrive Amjad Iraqi, analista politico palestinese con cittadinanza israeliana. [qui pdf integrale in inglese]

Amjad Iraqi: “Sebbene l’esclusione di Gerusalemme sia davvero un serio ostacolo, molti palestinesi non si facevano illusioni sulle cause più grandi in gioco. Il partito al governo Fatah si era diviso in tre fazioni prima delle elezioni; il famoso prigioniero politico Marwan Barghouti aveva deciso di correre per la presidenza; e l’entusiasmo dell’opinione pubblica palestinese, con il 93% degli elettori registrati e 36 liste in corsa, ha mostrato la volontà di un cambiamento drastico. In breve, Abbas era terrorizzato di poter perdere. La decisione dimostra ancora una volta la mentalità arcaica, corrotta e autoritaria della leadership palestinese a Ramallah, che per tre decenni ha operato come intermediario del governo coloniale israeliano.” (nota*)
   —-  Abbas, figura ottantenne in cattive condizioni di salute, razionalmente non aspira a una lunga persistenza politica, ma è certamente probabile che la spaccatura provocata da una seconda lista capeggiata da un personaggio importante come il nipote di Arafat abbia preoccupato il partito Fatah.
L’accusa che Abbas sia “intermediario” con Israele è propagandistica, poiché la collaborazione è scritta  negli Accordi di Oslo. [THE ISRAELI-PALESTINIAN INTERIM AGREEMENT.
Palese eufemismo affermare che l’esclusione di Gerusalemme sia “un serio ostacolo”. Sarebbe una mossa esiziale. Escludere gli abitanti di Gerusalemme Est mentre nel resto della Palestina e ad agosto anche la Diaspora andranno alle urne sarebbe il tacito abbandono della volontà di farne la capitale di uno stato palestinese. Netanyahu lo sa e anche l’eventuale suo successore continuerà a fare opposizione
a che i gerosolimitani palestinesi abbiano voce.
Ciò che Abbas non ha ricordato al pubblico internazionale, seguendo il generale atteggiamento di fondare la politica sugli accadimenti recenti anziché sui documenti ufficiali, è una sezione del preambolo del sopracitato Accordo ad interim che è di importanza fondamentale:
” RIAFFERMANDO la loro adesione al mutuo riconoscimento e gli impegni espressi in lettere datate 9 settembre 1993, firmate e scambiate tra il Primo Ministro di Israele e il presidente dell’OLP; DESIDEROSI di attuare la Dichiarazione del Principi sull’autogoverno ad interim, Accordi firmati a Washington, D.C. il 13 settembre 1993, verbale concordato,  ed in particolare l’articolo III e l’allegato I, relativi al tenere elezioni politiche dirette, libere e generali per il Consiglio e Ra’ees dell’Autorità Esecutiva, affinché il popolo palestinese in Cisgiordania, Gerusalemme e Striscia di Gaza possa democraticamente eleggere rappresentanti responsabili; RICONOSCENDO che queste elezioni costituiranno significativo passo preparatorio intermedio verso la realizzazione dei legittimi diritti delle persone palestinesi e loro giuste esigenze, e  che fornirà la base democratica per creare le  Istituzioni palestinesi…” .
Tale Accordo fu siglato entro i dettami della Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza del 1967 la quale afferma due principi:
“Ritiro delle forze armate israeliane dai territori occupati nel recente conflitto; Cessazione di tutte le rivendicazioni o stati di belligeranza e rispetto e riconoscimento della sovranità, integrità territoriale e indipendenza politica di ogni Stato nell’area e del loro diritto a vivere in pace entro confini sicuri e riconosciuti, liberi da minacce o atti di forza” .
Lungi dal vietarle, Israele avrebbe l’obbligo di favorire lo svolgimento delle elezioni a Gerusalemme Est, specialmente non avendo ottemperato all’obbligo di cessarne l’occupazione.

Amjad IraqiMartedì scorso, Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto storico  [A Threeshold crossed] che accusa Israele di crimini di apartheid e persecuzione contro tutti i palestinesi tra il fiume e il mare.
Una settimana prima, i think tank Carnegie Endowment e USMEP hanno sfidato i politici statunitensi ad abbandonare il loro paradigma incentrato sullo stato e adottare invece un “approccio basato sui diritti”. La settimana prima, durante la sua conferenza annuale, il gruppo di lobby J Street ha ospitato dibattiti non solo sull’idea di condizionare gli aiuti militari statunitensi a Israele, ma di perseguire la creazione di una confederazione come modello per risolvere il conflitto. Questi sono tutti atti dichiarativi, ma servono come segnali principali di dove sta andando il discorso internazionale su Israele-Palestina. Il motore di questo progresso non risiede nelle élite politiche sedute nella Muqata’a, ma negli innumerevoli attivisti, studiosi e organizzazioni palestinesi che hanno affermato le loro idee, nonostante gli incessanti tentativi di soffocarle, anche da parte dei loro stessi politici.
Tutto ciò è di grande importanza ma quale effetto pratico, a medio termine almeno, può portare? Nulla è accaduto dal 2012, anno di un passaggio ben più importante: Palestina ammessa all’ONU come stato osservatore.
Il 2015 ha portato un successo: Stato di PALESTINA membro della Corte Penale Internazionale ma la Procuratrice Fatou Bensouda, nel 2019, ha dovuto chiedere conferma del suo diritto di condurre indagini nei Territori Occupati. Solo il 3 marzo 2021 l’indagine è stata ufficialmente aperta, però a giugno l’incarico della Bensouda cesserà, il nuovo procuratore, il britannico Karim Khan, manderà veramente gli Ispettori? E Israele li lascerà accedere ai Territori Occupati? Chi interverrà qualora volesse impedirlo?

Condanne morali il governo di Israele ne ha collezionate e sono sempre cadute nel nulla. Come nel 2013 quando il Tribunale di Coscienza di Kuala Lumpur sentenzia: Israele e Yaron colpevoli  di genocidio e crimini contro l’umanità a seguito della coraggiosa denuncia di sopravvissuti al massacro di Sabra e Chatila. La sentenza termina così “Il Tribunale procederà a iscrivere Israele e il generale Yaron nel Registro dei Criminali di guerra del KLWCT e trasmetterà gli atti del processo alla Corte Penale internazionale. Raccomanda, inoltre, la massima pubblicità a livello mondiale della sentenza emessa e ricorda che la prevenzione del genocidio è jus cogens. Diritto vincolante.” Non aveva vincolato nemmeno i media…

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La lenta illegale appropriazione di Israele della parte Est di Gerusalemme

I recenti scontri fra Palestinesi e Ebrei dell’estrema destra religiosa creano l’impressione di un crescere della tensione, in realtà sono squarci su una tensione persistente e le sue violenze che vien resa palese solo nei momenti critici (Israele che rischia una quinta elezione e le programmate elezioni palestinesi) il che maschera la verità: Gerusalemme è una città sotto occupazione violenta e l’occupante persegue, senza nemmeno nasconderla, l’intenzione di sradicare lentamente la popolazione araba nativa.

East Jerusalem settlements

nota* Sulla stessa posizione anche Amira Hass, nota giornalista israeliana considerata filo-palestinese: “Il rinvio delle elezioni palestinesi dimostra che Abbas è più vicino agli interessi di Israele che al suo stesso popolo” su Haaretz . Malauguratamente queste visioni settarie vengono assunte internazionalmente come oggettive, diffondendo fra i supporter internazionali della causa palestinese il discredito sui loro rappresentanti