Possono vivere senza incontrarsi, conoscersi, parlare. Israeliani e Palestinesi sono divisi dalla Barriera di separazione: il Muro. Iniziano l’esistenza considerandosi nemici, terroristi e oppressori. C’è chi rifiuta le sommarie rappresentazioni e scava nei pretesti che perpetuano lo scontro.

di Maria Carla Canta 

Quando l’israeliano viene arruolato nell’IDF affronta gli incarichi come atti di guerra a protezione del suo popolo in territorio nemico. Quando un palestinese si trova di fronte un israeliano è a un checkpoint o nella sua casa nel cuor della notte, fra strepiti e perquisizioni. Osservando dall’esterno è facile scivolare in opposte fazioni, ma l’unica fonte in grado di spiegare il conflitto alle radici sono gli abitanti stessi della Palestina quando è data la possibilità di incontrarsi in un normale spazio di confronto.
“Per circa 100 anni, il mondo ha convinto Israeliani e Palestinesi che l’esistenza dell’altro minaccia la loro sopravvivenza e che i loro movimenti di liberazione si escludono a vicenda.” 
E’ il punto di partenza dell’incontro organizzato dall’israeliano Rudy Rochman con attivisti per la pace ebrei e palestinesi, individui motivati ad andare oltre il conflitto e in qualche misura affrancati dai devastanti effetti psicologici del Muro. L’intera discussione, visibile nel video postato in fondo all’articolo, si è svolta cadenzata da affermazioni introduttive. (*) Va tenuto conto che il video è un prodotto mediatico sottoposto a editing, nondimeno fonte proficua di riflessioni.

Il concetto che più frequentemente ritorna nel dialogo è la Sofferenza. Ciascuno dei due popoli ha elevato la propria a elemento costitutivo dell’identità, come un mito unificante. Il punto di vista degli Ebrei è quello di una sofferenza millenaria, nascente dai tempi dell’Impero Romano, via via accentuatasi dando saltuariamente origine a movimenti di liberazione, di cui solo il Sionismo ha avuto successo, ma provocando sofferenza ulteriore nei rapporti con il circostante. Per i Palestinesi la sofferenza assunta a valore fondante l’identità ha inizio con la Nakba del 1948 ulteriormente accresciuta dalla guerra del 1967, con la perdita di altra parte del territorio.
La narrazione, lo storytelling, li separa. Le affermazioni di principio convergono sulla necessità di dare riconoscimento alla sofferenza dell’altra parte, a livello concreto permangono ostacoli. Proprio nelle battute finali della discussione, palesemente troncata nella creazione del video, Malkon, attivista palestinese di Gerusalemme, sostiene che la giustizia comporta ammissione delle colpe. Dal lato israeliano si insorge, anche un palestinese dissente, nessuno rileva che tale principio è quello sotteso al Tribunale della Riconciliazione voluto da Mandela per il Sud Africa, perchè in ciascuna narrazione l’Altro è l’antagonista la cui storia è respinta perché avvertita come minaccia alla verità della propria. Vediamo un esempio: per gli Ebrei le milizie Stern cercavano la collaborazione coi Palestinesi contro la Gran Bretagna, per i Palestinesi la “banda Stern” è quella che ha partecipato al massacro di Deir Yassin.

Tutto il dialogo si articola in modo convinto su un altro concetto: la necessità della LIBERAZIONE di entrambi i popoli. E’ stato introdotto in un momento particolarmente elevato della discussione e dopo appropriati riferimenti storici dal rabbino Yehuda HaKohen. Dopo la vittoria del Sionismo “I Palestinesi sono vittime di una crisi di identità degli Ebrei”. Le sofferenze delle due parti sono strettamente intrecciate e reciprocamente incentivanti. Non c’è liberazione per uno soltanto, deve essere per entrambi altrimenti “non sopravviveremo“.
Come può avvenire tale liberazione? Ponendo la propria narrazione nel contesto storico più ampio, attribuendo il corretto peso alla cultura di origine che è comune e testimoniata anche dalle assonanze linguistiche. La sfida è riconoscersi “cugini” mediorientali sui quali è stata imposta una “colonizzazione mentale”. Essa impedisce di misurarsi genuinamente perfino sull’organizzazione dello stato che, esistente o ancora desiderato, si basa su principi e metodi modellati su quelli degli stati occidentali, per arrivare a individuare principi e forme condivisi e rispondenti all’effettiva locale necessità.

Un’altro termine ricorrente è COMPROMESSO, riconosciuto indispensabile per la comune liberazione. “Credo nella verità, ma non penso sia assoluta” dichiara ancora Malkon. Compromesso non significa rinuncia alla propria identità ma un modo per farla progredire, pertanto i partecipanti finiscono per convergere su: “comune rinuncia alla vendetta”. Persista la memoria del passato, liberata dalla forza coercitiva ispirante reazioni che perpetuano un insanabile conflitto. “Se la situazione fosse rovesciata e avessimo noi il potere, probabilmente ci scontreremmo lo stesso… Il futuro deve avere più importanza del passato” è la visione di Amir, attivista di Betlemme.
Studiando la Storia i Palestinesi imparano che gli Inglesi erano pro-sionisti, gli Ebrei imparano che erano pro-Arabi. “Vuoi sapere cosa erano davvero?” interviene Yehuda HaKohen “Erano pro-inglesi! Giocavano con le dichiarazioni ambigue, come oggi gli Americani. Portano avanti i loro interessi e ci spingono al conflitto fra di noi. E’ quello che fanno gli imperialisti, dividono e governano le popolazioni native, che ci cascano!”
Introduce anche una cognizione importante: nel Sionismo, di destra come di sinistra, non c’è mai stato un significativo interrogarsi su cosa fare con la popolazione non ebrea, e ora tocca allo stato di Israele porsi questa domanda.

Quale delle due parti dispone di maggior potenza oggi? In tutta l’evidenza pratica Israele, ma nel comune intendimento israeliano i Palestinesi sono parte della collettività di stati arabi ostili all’esistenza di Israele, per conseguenza percepiscono se stessi come la “parte più debole nel conflitto”. La convinzione, diffusa anche nell’opinione pubblica internazionale, che Israele sia potente grazie all’aiuto finanziario americano viene radicalmente demolita. Ciò che eroga l’America non sono fondi, bensì “crediti” destinati a una fornitura ben precisa: gli armamenti. Tali crediti, specificano gli Israeliani, sostengono le industrie produttrici americane e ne viene messa in evidenza la non gratuità perché comportano diktat su quanto Israele può fare o non deve fare, mentre armi vengono fornite anche all’Autonomia Palestinese, all’Egitto, al Barhein, all’Arabia Saudita e altri. Gli stessi che affermano di voler promuovere la fine del conflitto sono quelli che dal prolungarlo guadagnano di più. 

La questione dello stato: si risolve abbattendo il Muro e procedendo a creare UNO stato in comune? Resterebbe comunque il “muro” mentale della diffidenza, dei rancori, della paura reciproca. Si risolve con la coesistenza di DUE stati indipendenti? Alcuni Palestinesi lo sostengono come via immediata per la pace, ma non soddisferebbe l’esigenza comune di movimento per due popolazioni con molti legami famigliari, o luoghi sacri da visitare, rimasti oltre confine. Si aggiunga che la persistenza di 700.000 Ebrei nello Stato di Palestina non eliminerebbe la presente necessità di assistenza israeliana, né assicurerebbe la fine delle provocazioni contro i Palestinesi, al contrario porrebbe il rischio di elevare le tensioni a livello formale fra due stati sovrani. Inoltre, in Israele il 20% della popolazione è araba e già carente di equo trattamento, come verrebbe considerata in tal caso?
Si insiste sull’idea che la soluzione a due stati è stata voluta dall’Occidente, abituato a tracciare confini sulle mappe per creare entità statali artificiali, indifferente alle identità locali, alleanze, tradizioni, legami tribali. Può sortirne una maggiore estraneità fra versante palestinese ed ebraico. Ma la persistenza dello status quo è non più sostenibile.
Per Rudy Rochman scegliere la soluzione non è il punto di partenza, bensì la conseguenza della creazione di una civiltà includente tutti gli abitanti della Palestina, deve trarre origine da un preventivo “parlarsi” per individuare ciò che è da costruire e ciò che è da cambiare. Egualmente Loai di Betlemme, riallacciandosi al lontano passato in cui la convivenza era realtà vissuta, la intravede nuovamente possibile sulla base dell’uguaglianza e della dignità, resistendo ai comuni nemici: chi da entrambi i versanti sogna una Palestina da cui l’altra componente sia scomparsa.

  • nota* I punti che scandiscono la discussione (con indicato il tempo d’inizio)
    1) Liberazione degli Israeliani e dei Palestinesi: non sono reciprocamente in contrasto. (1’ 14”)
  • 2) Conoscevo personalmente qualcuno che è stato ucciso in questo conflitto (15’58”)
  • 3) Entrambi i popoli hanno sofferto in questo conflitto ma per andare avanti non dobbiamo permettere alla nostra sofferenza di tenerci in ostaggio (21’19”)  
  • 4) Il coinvolgimento di Europa e Stati Uniti ha fatto più male che bene (31’50”)
  • 5) Sostengo la soluzione a due stati (36’15”)
  • 6) Le comunità da cui proveniamo ci criticano per la normalizzazione con l’Altro (42’59”)
  • 7) Credo nella possibilità di raggiungere la pace nel corso della nostra vita.