Mercoledì 26 maggio il 78% degli elettori siriani è andato al voto. Il 95% ha dato fiducia a Bashar al-Assad. Stupirsi è naturale.

Una decade di guerra può aver fatto dimenticare che sull’onda delle Primavere Arabe  il 15 marzo del 2011 nella città di Dara’a avvennero le prime pacifiche dimostrazioni che chiedevano la fine del regime degli Assad. Fu Dar’a a dare l’avvio perché regione sottosviluppata e vittima speciale di abusi del regime. Le forze dell’ordine aprirono il fuoco, nel massacro di aprile rimasero sul terreno 100 morti. Presto altre zone del paese si sollevarono, arrivarono i carri armati, si praticò la tortura sugli arrestati e l’esecuzione dei soldati che rifiutavano di sparare sulla popolazione. Un regime quarantennale, con il potere trasmesso a padre in figlio credibilmente suscita stanchezza nella popolazione, tuttavvia molti pensarono che le dimostrazioni fossero fomentate dall’esterno perchè, paragonata ad altri paesi arabi, la Siria presentava qualche titolo di merito in quanto a condizioni di vita e solidità dell’apparato statale.

Nascosti dietro il principio della “responsability to protect” i paesi stranieri che si coinvolsero militarmente in appoggio alla multiforme entità rivoltosa scoprirono presto: “Fare della Siria un’altra Libia: non tanto facile, come mai?” Oltre alle ragioni esposte nell’articolo, c’era la Russia a fare scudo alle sue basi militari in territorio siriano per mantenerle sotto il controllo dell’alleata famiglia Assad. L’appoggio popolare di cui in sufficiente misura godeva Bashar presso vari gruppi della popolazione rendeva, al tempo, auspicabile che la Siria non venisse spinta in un caos simile alla Libia dopo la caduta di Gheddafi.

Ma presto l’iniziale sintonia delle rivolte si sfalda e si trasforma in cruenta guerra tra diverse fazioni: i sostenitori del regime, il “free syrian army”, a sua volta diviso in vari gruppi, i mercenari al soldo straniero; seguirono anni di barili bomba e di efferate azioni delle Tigri di Assad, di estesi combattimenti, tensioni internazionali, instaurarsi dello stato dell’Isis. Qui una scheda della BBC. Tutto ciò rese oggettivamente difficile – per un osservatore interessato alle sorti della popolazione – auspicare ancora il persistere della figura di Bashar come leader, meno che mai di una futura Siria in pace.

E’ terminata la guerra in Siria?

A settembre 2020 Il Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov aveva detto: Lo scontro militare tra il governo e l’opposizione è terminato, precisando che restavano  soltanto alcuni “punti caldi” come Idlib e il territorio ad Est dell’Eufrate. 
In sintonia con tale dell’ottimismo a novembre Assad aveva indetto la Conferenza Internazionale  per i Rifugiati Siriani: chiedeva il loro ritorno in patria, sotto sua organizzazione e controllo, e fondi. La UE rispose che non esistono ancora le condizioni per un ritorno in sicurezza e dignità, la Turchia, che ospita 3 milioni e mezzo di siriani, ha varato un programma di rientro, non si sa quanto volontario, nella zona di confine anche per diluire la preponderanza numerica della popolazione curda.

A sei mesi dalla dichiarazione di Lavrov la situazione è la seguente: Idlib è tuttora in mano a forze di opposizione, si susseguono bombardamenti russi, turchi, siriani, si sfiorano scontri fra russi e turchi e nell’est della Siria continua la minaccia posta da cellule terroristiche tuttora attive. Il Syrian Democratic Forces (SDF), conglomerato di milizie di varie etnie, schieramenti e intenzioni, continua a godere del sostegno degli Stati Uniti, in armi e copertura aerea; un sistema missilistico protegge a Deir Ezzor le truppe americane impegnate contro lo “sconfitto” Stato islamico, inoltre l’alleanza SDF e Usa è accusata dal governo di praticare contrabbando di grano e petrolio fuori dal paese.
Lo stupefacente trionfo di Bashar Assad in queste elezioni induce a chiedersi:

Com’è la Siria oggi?

Qualche numero:
-Il territorio nel 2011 era 185.000 chilometri quadrati, nel 2021 è  120.000 chilometri quadrati; il resto è sotto controllo dei Curdi, della Turchia e di sigle combattenti.
-La popolazione nel 2011 era di 21 milioni, nel 2021 è 12 milioni; il resto sono vite perse, abitanti di zone non controllate da Damasco (i profughi interni) o sono rifugiati all’estero.
-L’economia secondo i dati ufficiali antecedenti il conflitto godeva di un PIL di 60 miliardi di $, oggi non si sa, ma si ipotizza sia sceso del 40%.
Tre anni fa Fulvio Scaglione, visitando le grandi città, forniva un ritratto ottimistico della ripresa delle attività, tuttavia ricordando la falcidia delle giovani generazioni osservava “L’economia siriana, oggi, sente questa assenza ma sarà costretta ad appoggiarsi su donne ed anziani ancora per anni, fino a quando cioè la “generazione perduta” della Siria non sarà sostituita dai bambini e dai ragazzini di adesso, cresciuti negli anni delle bombe e dei missili
Quest’anno Intersos ricorda i 7 milioni di sfollati interni, il più alto al mondo, che vivono ogni giorno emergenze diverse: cibo, elettricità, povertà, freddo; la Siria ha affrontato la pandemia con solo la metà delle strutture sanitarie funzionanti. “La popolazione siriana ha bisogno di ogni bene primario, ci sono circa 10 milioni di persone in stato di urgente bisogno umanitario. Vivono in povertà, in piena pandemia. A questo va aggiunta la difficoltà di accesso in diverse aree del paese, zone rurali o sotto controllo militare che quindi restano scoperte all’intervento delle Ong“.

Dal 2011 la Siria è sotto sanzioni internazionali; a dicembre 2020 gli Usa ne hanno emanate contro la Banca Centrale e la moglie del presidente, Asma. Il 27 maggio il Consiglio d’Europa ha rinnovato le sue sanzioni per un’altro anno alla luce della repressione che continua a essere esercitata contro la popolazione civile nel paese, sostenendo che le misure sono concepite in modo da evitare impatto sull’assistenza umanitaria e non incidere sulla fornitura di prodotti alimentari, medicinali e attrezzature mediche. Ciò non sembra del tutto vero, ricordando le parole di Intersos, in ogni caso misure restrittive che includono un embargo sul petrolio, restrizioni su alcuni investimenti, il congelamento dei beni della banca centrale siriana detenuti nell’UE, il divieto di fornire attrezzature e tecnologie, utilizzabili a fini di repressione interna, monitoraggio o l’intercettazione delle comunicazioni telefoniche o online , sono capaci di soffocare qualunque economia.

Ogni anno, tuttavia, paradossalmente a Bruxelles si tengono conferenze internazionali sul “futuro della Siria” descritte come “opportunità per riaffermare il continuo sostegno della comunità internazionale all’Onu e gli sforzi dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per una soluzione politica negoziata al conflitto siriano in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza”. Tali conferenze “servono anche alla mobilitazione necessaria per il sostegno finanziario” e per “approfondire il dialogo con la società civile”.
Dichiarazioni che lasciano l’impressione di vuote affermazioni di principio.

Nel descritto scenario e con tale assenza di concrete prospettive di ricostruzione si sono tenute le elezioni. Mentre l’agenzia di stato Sana pubblica i video delle manifestazioni di giubilo dei sostenitori del Presidente, come la fiaccolata degli studenti di Tartous. Altre fonti mostrano le proteste a Idlib nel giorno stesso delle elezioni che gli oppositori – come gran parte della comunità internazionale – ritengono una parodia.

Uno sguardo complessivo ai 10 anni di conflitto non concluso e sfociato nella persistente spaccatura dietro lo strabiliante, o inconcepibile, trionfo elettorale del protetto della Russia, lascia la sconfortante constatazione che le grandi potenze, e i loro alleati, usando le vite e il futuro dei siriani si sono combattute a distanza con poche vittime nel proprio campo e con grandi profitti per la loro industria bellica.
In festa o in protesta, per ora i Siriani sono un popolo sconfitto.

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