Domenica 13 giugno Israele ha varato un governo  costruito su combinazioni acrobatiche. Naftali Bennet ha giurato come Primo Ministro e i quindici anni di  potere di Benjamin Netanyahu sono archiviati. Per ora.

La novità è che per la prima volta c’è il sostegno della componente arabo-israeliana per un governo formato da 8 partiti ebraici.
La destra è presente con 3: Yamina di Naftali Bennet, New Hope  che è costola ribelle del Likud guidata da Gideon Sa’ar, Israel Beitenu di Avigdor Lieberman, partito di riferimento della popolazione di origine russa. Totalizzano 19 seggi.
Il centro è presente con 2 partiti che portano alla coalizione 25 seggi: Yesh Atid di Yair Lapid, autoqualificato partito laico sostenitore dei diritti civili, e Kahol Lavan di Benny Gantz.
I partiti di sinistra sono 2 e totalizzano 13 seggi: Labor di Merav Michaeli e Meretz,  partito pacifista con alla guida Nitzan Horowitz.
Il partito arabo-israeliano è detto Lista Araba Unita ma praticamente coincide con il partito Ra’am guidato da Mansour Abbas. Non ottiene ministeri sebbene i  suoi 4 seggi permettano di raggiungere il fatidico “61”, maggioranza dei 120 parlamentari della Knesset.

Però al momento del voto il parlamentare Said Al-Harum si è astenuto e il governo entra in carica senza maggioranza, con l’opposizione ferocemente agguerrita e con una faglia interna: la convivenza del partito arabo con Lieberman, che vorrebbe decapitare gli arabi non fedeli a Israele.
La lista dei membri del governo, con indicazione del Ministero e del partito di appartenenza, è in calce all’articolo.

E’ stato evidente nelle intemperanze dell’aula che il dissidio verte assai poco sui temi consueti; non ci sono abissali differenze in ambito di economia, politica estera, Gaza, Territori Occupati. La contrapposizione pulsa nell’insidioso ambito emotivo, irriducibile alle considerazioni logiche.

In gran parte a creare questo clima ha provveduto Netanyahu le settimane scorse. La prospettiva di una pur pallida sinistra nel governo lo ha indotto allo smaccato populismo. Ha accusato Bennett e Lapid di trasformare Israele in uno stato autoritario pronto a misure antidemocratiche come l’Iran e il suo partito Likud, in una serie di tweet, li ha bollati come politici che fanno di Israele un’oscura dittatura con leggi ad personam contro Netanyahu e simile alla Corea.
Anche i Cristiani Evangelici, danarosi supporter del Primo Ministro uscente, hanno profetizzato a “nome di milioni di cristiani in tutto il mondo” che Israele senza Netanyahu perderà il sostegno del mondo evangelico.

Domenica, salito al podio, Netanyahu ha definito Bennet carente: di statura internazionale, conoscenza, capacità di opporsi a Biden e fiducia del pubblico, di tutto ciò che occorre per combattere “la minaccia iraniana”. “Un miserabile discorso sacrificale di un uomo del passato” è stato definito da qualche commentatore.

Continuamente interrotto dai sostenitori del Primo Ministro uscente è stato il discorso programmatico di Bennet, che in altri tempi era stato braccio destro di Netanyahu e da alcuni definito suo “sacco da boxe”. Dai partiti ortodossi l’ostilità si concentrava sulla presenza araba: Sionismo Religioso ha sventolato foto di vittime di attacchi terroristici e United Torah Judaism ha gridato: “state abbandonando l’ebraismo”

All’emotività ha fatto ricorso anche Lapid che si è rivolto a Netanyahu:  “Rinuncerò al discorso che avevo programmato di tenere e sono  qui per un solo motivo: voglio scusarmi con mia madre. Quando è nata non c’era ancora lo Stato di Israele, volevo che fosse orgogliosa del processo democratico israeliano, invece lei e ogni altro cittadino israeliano si vergognano di te e si ricordano anche perché era ora di sostituirti.

Ecco la valutazione che Haaretz dà della seduta parlamentare:

Trentacinque governi sono passati attraverso la Knesset. Per i perdenti è sempre stato difficile – a volte piuttosto amaro – cedere le redini del potere. Nel 1996, per esempio, Netanyahu, che era stato eletto all’indomani dell’assassinio di Yitzhak Rabin, quando ha prestato giuramento è stato accolto rispettosamente da un partito laburista malconcio e scioccato.
È vero che ci sono state a volte interruzioni rumorose, ma non c’è mai stata una performance così violenta, disgustosa, ipocrita e spaventosa come abbiamo visto domenica da parte della coalizione Netanyahu. Lo spettacolo ha potuto andare avanti grazie alla deliberata passività del presidente della Knesset Yariv Levin [
Likud], il quale ha imposto il silenzio solo vagamente e con parsimonia ha espulso appena una minoranza dei rivoltosi, poco a poco. Era fedele al suo scopo di sabotare e danneggiare, fino alla fine.

La transizione irrituale.

Non stupisce la severità di Haaretz, ma anche il filo-Likud Jerusalem Post riporta le numerose infrazioni all’etichetta politica commesse da Netanyahu.
A fine votazione Netanyahu ha immediatamente informato  Bennett che, contrariamente alla prassi, non avrebbe organizzato la cerimonia d’inaugurazione del nuovo governo. Nessuna cortesia formale: una sola stretta di mano al successore, rifiuto di una seconda.
Lunedì 14 Bennet incontra i capi dei servizi segreti, Mossad e Shin Bet, che gli daranno quelle informazioni da cui era escluso quando era ministro della Difesa e presumibilmente discuterà della prima emergenza interna. Il 15 è prevista – autorizzata da Netanyahu nonostante i recenti scontri a Gerusalemme – la Marcia della Bandiera che celebra la presa di Gerusalemme Est nella guerra del 1967. Centinaia di giovani israeliani  nazionalisti provocatoriamente sfilano per il il quartiere musulmano con cori patriottici. 
L’esercito ha già mandato rinforzi nella West Bank occupata, la polizia di frontiera è stata rafforzata anche nella Città Vecchia ed è stata alzata l’allerta per le batterie Iron Dome contro il lancio di razzi da Gaza.
Hamas ha chiamato alla Giornata della rabbia chiedendo ai palestinesi di mobilitarsi per difendere il compound di al-Aqsa e la Città Vecchia.

Il male non si sconfigge al vertice, ma curando i sentimenti popolari: Israeliani e Palestinesi, differenti storytelling da conciliare.


I Ministri in carica

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