Una serie di elezioni sfociate in maggioranze di governo instabili e i recenti scontri intra-israeliani  nelle comunità miste suggeriscono di osservare il paese nel suo interno e chiedersi se negli anni la classe dirigente abbia infilato Israele in una strada che potrebbe non avere una conveniente via di uscita.

Nell’immaginario collettivo Israele è uno stato coeso che solo nemici stranieri potrebbero insidiare. Se osservatori autorevoli si sono occupati delle faglie al suo interno non hanno avuto risonanza, tuttavia in questo blog da tempo è sotteso un timore: quanto può continuare Israele senza il rischio di implodere?
Israele è rimasta aggrappata nei decenni alla posizione difensiva del suo inizio, concentrandosi sui confini, agendo sia diplomaticamente tessendo alleanze in Europa e negli Stati Uniti, sia militarmente allargandoli conquistando, occupando annettendo.

Poiché la missione fondante dello stato era la difesa del popolo ebraico, dargli sicurezza dopo secoli di emarginazione europea e anni di sterminio nazista, si è provveduto ad incentivare l’immigrazione ebraica da paesi diversi e oggi la situazione linguistica è un mosaico di idiomi intorno alla lingua, morta e resuscitata, che l’ebraico “(nota1*). Con la Legge del Ritorno del 1950 è stabilito che tutti gli Ebrei sono di diritto cittadini israeliani,  purché “si trasferiscano in Israele con l’intenzione di viverci e di rimanervi e a condizione, se ancora in età, di compiere il servizio militare, della durata di tre anni per i maschi e di due per le femmine”.

Il successo numerico dell’immigrazione a fianco della geopolitica impossibilità di ampliare ulteriormente i confini, nonché il tasso di crescita demografica della componente araba, sono il sottofondo della legge del luglio 2018 che costituisce Israele come “stato ebraico”. Scarsamente è stata colta questa mossa per ciò che palesemente è: scostamento dalla regola base della democrazia. Imponendo la supremazia di un ceppo – peraltro d’indefinita connotazione non essendo etnico e solo in parte osservante della religione e delle tradizioni – sugli altri: arabi, beduini, etiopi, drusi, si connota politicamente imperiale.

Prassi delle strutture imperialmente organizzate è impedire la nascita di forti e credibili rappresentanze. A ciò la politica israeliana ha da tempo provveduto impedendo la coesione politica di Gaza – e rappresentandone il gruppo dirigente come terrorista – e  Cisgiordania – disattendendo ogni impegno negoziale assunto con l’Autonomia Palestinese; di recente impedendo ai gerosolimitani della Gerusalemme est, illegalmente annessa, di andare alle urne e causando la cancellazione delle elezioni generali della Palestina

Quando un ceppo della popolazione esercita il dominio sugli altri regola i rapporti secondo l’entità numerica: più numeroso è il ceppo dominante, più suadente può essere il dominio sugli altri, e viceversa. La ridefinizione della “natura” dello stato israeliano, formale gesto di orgoglio, sottolinea una debolezza: l’incubo demografico che nel corso di qualche decennio potrebbe rendere gli arabi numericamente superiori.
Attualmente il ceppo arabo costituisce circa il 20 % della cittadinanza. Due persone, autoctone, su dieci  godono di diritti limitati per legge, ad esempio l’arruolamento nell’esercito e i ricongiungimenti famigliari, o per consuetudine, per esempio l’approvazione dei residenti ebrei di un condominio all’insediamento di una famiglia araba (nota2*)

Già nel 2015 il presidente  Reuven Rivlin aveva messo in guardia sul “deterioramento” della società israeliana e identificato quattro “tribù”: arabi, ebrei ultra-ortodossi, ebrei religiosi nazionali, ebrei laici. La tesi prende avvio in modo alquanto sconcertante dall’infanzia: “Oggi, le classi di prima elementare sono composte da circa il 38% di ebrei laici, circa il 15% di religione nazional-religiosa, circa un quarto di arabi e quasi un quarto di haredim. Ci piaccia o no, la composizione degli ‘stakeholder’ della società israeliana, e dello Stato di Israele, sta cambiando sotto i nostri occhi.”
I bambini israeliani, dunque, assorbono e trovano naturale questo sistema di separazione; sono educati a una visione totalmente diversa del rapporto con lo stato, si considerano estranei agli altri gruppi, ma trovandosi poi fianco a fianco, nel caso di ebrei nazionalisti e laici, durante il servizio militare.

Il fantasma della crescita numerica degli arabi spinge l’occupazione territoriale “ebraica” a procedere rapida e pretestuosa, con gli espropri di unità abitative arabe in Gerusalemme o la dichiarazione di “zone di ricerca archeologica” che rendono inagibile ed espropriabile un’area, con i nuovi insediamenti per legge in Cisgiordania e una blanda azione dissuasiva per quelli non autorizzati.
La prassi imperialista persiste fino a che le popolazioni subalterne vivono insoddisfazioni dissimili. Le situazioni dei palestinesi-israeliani, palestinesi di Gaza e Cisgiordania non sono comparabili. Per quanto insoddisfatti, i primi non sperimentano le bombe come nella Striscia e godono di servizi e possibilità di lavoro migliori che in Cisgiordania. La solidarietà fra palestinesi rimaneva a livello teorico, però con gli ultimi espropri a Gerusalemme Est (nota 3*) si è per la prima volta verificato il riconoscersi fianco a fianco in una condivisa indignazione. Le conseguenze sulla sicurezza preoccupano il servizio segreto interno, lo Shin Bet.
Se Gaza ha pagato il prezzo più alto, se i palestinesi_israeliani hanno subito attacchi da concittadini ebrei e repressione pesante dalla polizia, anche il ceppo dominante ha pagato, soprattutto in termini di consapevolezza delle proprie interne divisioni, visivamente rappresentate in questa mappa (fonte Limes 5/2021, by Laura Canali.)

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Le “tribù” di Israele con le capitali, by Laura Canali

Quale via d’uscita?

Per sciogliere i nodi della Terra Santa vi sono a grandi linee due visioni sulla carta, ancorché diversamente declamate internazionalmente.
La soluzione a due stati è il vessillo delle diplomazie, assai invocata dai sostenitori del versante palestinese. A livello pratico, è poco più di un artificio: con le Alture del Golan e Gerusalemme Est annesse e la Cisgiordania “temporaneamente” occupata da mezzo secolo, non è né pensabile né auspicabile come principio il ritiro delle famiglie ebree, spesso immigrate, che lì vivono, e non si vede come i partiti israeliani, che molto le hanno politicamente utilizzate, oserebbero permetterselo. Da parte palestinese, il gruppo dirigente attuale ha un futuro di corto respiro, sia per  la malferma salute di Mahmud Abbas, sia per le fazioni discordi quanto lo sono quelle della politica israeliana.

La soluzione di un unico stato per entrambi, oltre che con la rinuncia all’ideale “stato ebraico”, si scontra con l’introduzione della parità a livello politico della componente araba, la quale, come detto, è già vigorosamente in crescita. Possibilità intermedia qua e là sussurrata: lo stato bi-nazionale. Ovvero una confederazione di entità locali – il modello che meglio funziona è la Svizzera (nota 4*) – che significa, parimenti, garantire completezza di diritti a tutti i cittadini, parificazione delle lingue e delle tematiche di insegnamento, nessuna carcerazione per i minori o sottrazione dei bambini alla famiglia, libertà di circolazione lavoro residenza,  e fissazione degli ambiti di sussidiarietà fra amministrazioni e governo centrale.
Se per i Palestinesi è acquisire, per gli Ebrei sono tante retromarce: in base a quale norma di diritto si impedirebbe che i profughi della Nakba tornino o chiedano accertamento di responsabilità negli eccidi delle varie operazioni di sterminio del ’48?

All’inizio di tutto Uri Avnery pensava a due stati con Gerusalemme capitale comune: “La Palestina sarebbe diventata il ponte tra il nuovo Israele e il mondo arabo, uniti per il bene comune. Discutevamo di una «Unione semitica» molto prima che l’Unione europea diventasse realtà.” Aggiungendo: “Yasser Arafat mi disse più volte – dal 1982 alla sua morte nel 2004 – che avrebbe appoggiato la soluzione «Benelux» che, sul modello dell’unione tra Belgio, Olanda e Lussemburgo, avrebbe incluso Israele, Palestina e Giordania (e, perché no, anche il Libano?). L’era degli idealisti combattenti è conclusa.

Con un ardito volo dell’immaginazione ci si può chiedere: arrivassero Palestinesi ed Ebrei a convergere su una forma di stato insieme, esso come si posizionerebbe dal punto di vista geopolitico? Dove gli sarebbe concesso dalle grandi potenze far valere il suo peso nello scenario mondiale in evoluzione? Potrebbe l’Europa applaudire alla promozione degli arabi a soggetto paritetico mentre persegue sul proprio territorio politiche migratorie che li sfavoriscono?
Ciò che si intravede è che agli Israeliani d’ora in avanti servono ben più delle commemorazioni dell’Olocausto, delle condanne dell’antisemitismo e delle alleanze militari, con cui si è assecondato l’inoltrarsi in un vicolo sempre più stretto che potrebbe finire in un abisso. Trascinando con sè la Terra Santa, il Medio Oriente e molto di più. 


Note

nota 1* Limes

nota 2* Sayed Kashua ha pubblicato per anni una rubrica su Haaretz, raccontando le difficoltà sue e degli arabi-israeliani in generale, prima di emigrare negli Stati Uniti per l’insostenibilità della situazione. La raccolta è nel libro  Ultimi dispacci di vita palestinese

nota 3* da Quando Sionismo di T.Herzl e Palestinesi non pensavano “Gerusalemme capitale”
La scintilla che ha innescato il conflitto è stata questo pendente sgombero, una disputa che affonda radici nel 1876 quando la Palestina era una regione di popolazione mista dentro l’Impero Ottomano. Alcune comunità sefardite e ashkenazite avevano acquistato un appezzamento nei pressi della tomba di Shimon Hatzaddik, un sommo sacerdote dei tempi antichi; in seguito avvenne quanto finora è stato descritto e ora Israele intende dar corso allo sfratto dei 300 Palestinesi a favore degli Ebrei dando sostanza a rivendicazioni proprietarie antecedenti la nascita dello stato.

nota 4* Testo della Costituzione della Svizzera
Precisamente dalla Svizzera viene un approfondito esame  delle difficoltà  di questa ipotesi, ripiegando poi sulla  ormai impraticabile soluzione dei due stati, cara, e forse tattica, ai paesi occidentali.