Il Libano affonda e la sua capitale è nella morsa della fame e del buio.

In SOS Libano avevamo descritto la situazione fallimentare della politica che fa scivolare il paese nelle più fosche previsioni sul futuro. Entriamo nel concreto della quotidianità tormentata dalla mancanza del lavoro, dai blackout dell’elettricità, dall’inflazione senza paragoni, dalla denutrizione, dalla delinquenza, e dell’esasperazione che fa dare l’assalto alle banche e ai distributori di benzina. Oltre tre quarti della popolazione libanese non ha cibo adeguato, rivela un recente rapporto Unicef. Le petroliere sono in porto e non scaricano fino a che non saranno pagate da uno stato che non ha più fondi in cassa.
Alcune Interviste (nota* per i link) illustrano i punti chiave del disastro sociale.

La Fame

Fatima vive in un quartiere a Sud di Beirut con il marito, una figlia e tre maschi. Ha 59 anni e racconta che la sua famiglia ha sempre vissuto modestamente, ma dall’anno scorso sopporta sacrifici che non avrebbe mai immaginato. L’elettricità statale è erogata per circa un’ora, ne ricevono anche da un privato che permette di pagare a rate. Il marito lavora in un magazzino, un tempo la paga superava i 600 $, ma col tracollo della moneta ora equivale a 50. Poiché il Libano sta vivendo una delle più alte inflazione dei prezzi alimentari del mondo, la famiglia di Fatima vive di patate e lenticchie, non di rado i genitori saltano la cena per lasciare più cibo ai figli.
Il minore, Hussein di 17 anni, lavora 10 ore al giorno in una gelateria ‘Mangia un solo pasto al giorno e dimagrisce, è alto 1,80 e pesa 60 chili”. Non può tornare a casa ogni sera perché i teppisti vagano in strada e con la crisi del carburante la notte non ci sono bus; resta a casa di una zia che non ha di che cucinare. Telefona alla madre e piange, non ce la fa più, vuole tornare: “Anche se puoi cuocere soltanto pietre, mangerò quelle”. Ali, il figlio di 2O anni, è disabile. Il maggiore, 32 anni, ha un lavoro saltuario, ne cerca disperatamente uno regolare. Della figlia, Fatima dice che è fidanzata e che questo forse le darà poi una vita migliore.


L’assenza di speranza

La coppia, Michel, 45 anni, e Pascale, 35, vive nella casa solo parzialmente restaurata dopo la devastazione causata dall’esplosione al porto. In quel quartiere, Karantina, sono cresciuti, si sono innamorati e hanno messo su famiglia: un figlio di 5 anni e una figlia di 6. Il caldo dell’appartamento è soffocante, ma devono usare la poca elettricità che possono permettersi per il frigorifero e le lampadine. “Vendiamo le nostre cose, come gli oggetti d’oro, per tirare avanti, ma metà di quello che incassiamo va per la luce”.
Oltre ai danni causati alla casa, l’esplosione ha distrutto il loro negozio di abbigliamento. Michel passa le giornate cercando di riuscire nella ricostruzione ben sapendo che possono essere sforzi inutili. “La gente riesce a malapena permettersi il cibo, quindi non comprerebbe spesso dei vestiti. Se apriamo il negozio, dobbiamo tener conto dei costi dell’elettricità, dell’affitto, dei dipendenti e come possiamo pagare se non vendiamo nulla?” Pascale interviene quando Michel dice che sta anche pensando di lasciare il paese. ‘Ma perché dovrei andarmene e lasciare che i governanti continuino a rubare? Non me ne andrò. Anche se devo morire di fame”. La famiglia ha sofferto enormemente nell’esplosione. La sorella di Michel, è stata coinvolta più direttamente: la sua farmacia è stata distrutta e lei ha subito un trauma cranico che le ha tolto l’uso della parola; ora è in un istituto di suore, la retta è un onere finanziario in più per la coppia, considerando che anche la madre di Michel ha perso la casa nell’esplosione.

palestinesi a ritroso

Del mezzo milione di Palestinesi registrati come profughi in Libano dopo la Nakba, la gran parte vive nei campi profughi, ma tra le maglie della legge qualcuno dei loro discendenti ha trovato la possibilità di diventare cittadino libanese.
Jana Mawed è una ragazza palestinese di 25 anni. Di Hamra, quartiere vivace e pulsante a nord di Beirut, dove aveva studiato e lavorava dice “Era la strada che non dormiva mai. Tutto era così accessibile”. Ora non incontra più volti familiari, uscire di sera non è sicuro e con le interruzioni di corrente tutto sprofonda nell’oscurità. Da quando nel 2019 è iniziata la crisi valutaria, Jana inizia la giornata controllando il tasso di cambio, eppure è fra i più fortunati perché lavora mentre molti coetanei sono disoccupati e cercano di emigrare. Lei non potrebbe: deve di prendersi cura di sua madre, che vive nel sud, nel paese dove Jana è cresciuta, ed è come dover mantenere due famiglie.
Sognava dopo la laurea di andare negli Emirati e fare l’insegnante, invece deve destreggiarsi con tre lavori per 13 ore al giorno, le resta a malapena il tempo di mangiare e dormire e nei fine settimana si dedica al suo negozio dell’usato online che mette a frutto una esperienza lavorativa precedente.
Ormai non abbiamo più niente di positivo di cui chiacchierare, non riusciamo a fare a meno di parlare della carenza di dollari, dei furti, della mancanza di carburante e di medicine. Beirut sembra una città fantasma ma sono obbligata a stare qui.”

LE DIFFICOLTA’ CHE PIU’ PESANO SULLE DONNE

Versanti più minuti eppure fondamentali per l’igiene non trovano posto nel discorso pubblico. Sono le donne, come persone, come madri, come autorità della gestione domestica a conoscerli bene e a dover trovare risposte.
Assorbenti, pannolini per bimbi, carta igienica: il prezzo è aumentato del 500%.
Sherine è una donna che si è trovata nell’alternativa: o comprare il materiale igienico per tutta la famiglia o il latte per la bambina, racconta piangendo.
In assenza di sostegno statale, è nata di recente l’iniziativa Dawrati (Il mio periodo), un gruppo che distribuisce assorbenti igienici gratuiti alle donne bisognose, comprese alcune che prima appartenevano alla classe media in rapida estinzione. Le donazioni al gruppo sono sempre di meno, molte adolescenti povere sono costrette a non uscire più di casa durante il periodo mestruale.
A Beirut il campo profughi di Shatila ha da sempre un attrezzato laboratorio di cucito; l’ONG internazionale Days For Girls e il partner locale Wing Woman Libano vi hanno intrapreso corsi per la produzione di assorbenti riutilizzabili in stoffa colorata; vengono poi distribuiti a tutte le comunità più vulnerabili del Libano, compresi i campi dei profughi siriani.

E’ in corso una globale crisi igienica: le restrizioni del coronavirus hanno anche reso difficile per le donne l’accesso alle pillole contraccettive e ai servizi e materiali per la salute sessuale, il che ovviamente comporta un aumentato rischio di infezioni. Le privazioni odierne saranno eredità per la prossima generazione, in quell’accumularsi di fatalità, malgoverno e strapoteri internazionali che da decenni ormai soffocano il Libano.

Nota *
interviste da
Middle East Eye link , Global Times link , Global Citizens link

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