Lavoreremo tutti insieme con speranza e determinazione. Lo ha dichiarato il Premier Najib Miqati dopo aver firmato con il Presidente Michel Aoun il decreto che istituisce il nuovo governo del Libano atteso da ben 13 mesi.

La travagliata gestazione del governo libanese (link1 e link2) preoccupava l’Europa. Una nave nella tempesta che affonda senza capitano aveva definito il Libano l’Alto Rappresentante per la Politica Estera Josep Borrell, minacciando sanzioni mirate a personalità politiche.
L’armonia politica annunciata dal nuovo premier è solida?
L’accordo più che politico appare familistico, propiziato dall’incontro dei generi dei due leader. Jebran Bassil, genero del presidente Aoun, e  il genero del premier Miqati (Mikati) hanno lavorato insieme per allentare le tensioni sulle nomine per alcuni ministeri. Dopo l’annuncio del governo, Bassil, che è capo del partito Free Patriotic Movement del presidente Aoun, ha esultato oggi è venuta fuori la verità, velata accusa e rivalsa contro chi rallentava l’iter per sconfiggere il suo partito. C’è da dire che in realtà le battute d’arresto a Miqati le imponeva proprio il Presidente, ostinatamente preoccupato di assicurarsi una presenza cristiana, vista la prospettiva che il governo assuma i poteri presidenziali, essendo il suo un mandato quasi al termine.
La compagine governativa è composta da parecchi nuovi arrivati, tra cui il ministro delle finanze Yousef Khalil che è un alto funzionario della Banca centrale e il ministro della Sanità Firas Abiad dell’ospedale universitario statale balzato all’onor della cronaca con la gestione della pandemia. Si suppone che due membri siano stati proposti da Hezbollah, ma attraverso il suo media Al Manar il partito ha dato notizia della nascita del governo senza aggiungere commenti o congratulazioni.

Secondo Al Jazeera e Haaretz l’accelerazione è avvenuta per pressioni dall’estero,  Stati Uniti e Francia, ma è dubbio siano state determinanti visto che fin dallo scorso anno Macron si era speso con lusinghe e minacce. Dal 26 agosto Aoun e Miqati non si erano più incontrati, lo stallo era grave, pertanto possiamo qui supporre vi siano state dall’interno pressioni impossibili da trascurare, provenienti dalla componente che tradizionalmente gode della fiducia popolare: l’esercito.

Mercoledì 8 settembre Aoun “ringrazia” il generale  Abbas Ibrahim, Direttore della Sicurezza Nazionale, per il ruolo di mediatore che avrebbe svolto fra Presidenza e  Premier incaricato.  “Il generale Ibrahim ora ha ‘un’idea chiara della situazione e sa dove sta il problema” ha dichiarato Aoun.
Solamente lo “stato profondo” può intendere se si è trattato di una richiesta di aiuto dall’ex generale Aoun all’esercito oppure se l’esercito ha demandato a un suo massimo rappresentante il compito di far intendere  che il tempo per esiziali giochi politici era definitivamente scaduto; comunque sia due giorni dopo il governo è nato.

Chi è Najib Miqati? Uno dei più ricchi uomini d’affari del Libano, originario di Tripoli e studente di Harvard, che gode ampia stima da quella stessa classe politica che ha portato il paese alla bancarotta. Fu primo ministro nel 2005 e poi dal 2011 al 2013. Accusato di corruzione, gli bastò negare e ribattere: è  un’accusa politicamente motivata.
Dal Guardian: “Per il movimento di protesta Miqati incarna la cattiva condotta dei governi passati e rappresenta due aspetti di ciò che è sbagliato in Libano. In primo luogo, la sua famiglia è apparsa in uno scandalo sui prestiti immobiliari con l’accusa di utilizzare prestiti agevolati destinati alle famiglie a basso reddito, prosciugando i fondi dei mutui per la casa.
 In secondo luogo, impersona smaccatamente il divario di ricchezza e la disuguaglianza esistenti in Libano”.
Certamente un personaggio non somigliante a quello che le dimostrazioni di piazza avevano chiesto, ma quello più gradito ai paesi “amici”
Nel suo discorso Miqati si è impegnato a tenere le elezioni generali puntualmente nel prossimo anno, ha chiarito che il suo Gabinetto è composto da 24 membri di “esperti e apartitici”, il che non consente fronde e blocchi interni con  potere di veto. Ha  detto che la situazione nel Paese è “difficile”, non sono rimaste riserve per i sussidi perciò tutti dovrebbero stringere la cinghia, aggiungendo che cercherà l’aiuto internazionale.

Josep Borrell, da Twitter, gli ha prontamente dettato l’agenda come rivolgendosi a un paese in normali condizioni “Ora è fondamentale affrontare le attuali crisi economiche, finanziarie e sociali, attuare le riforme attese da tempo e prepararsi alle elezioni del 2022” .
La prima emergenza che Miqati dovrebbe tenere presente per non aver contro le piazze è quella sociale. Il cittadino libanese ha necessità vitali: acqua, energia elettrica, benzina, prezzi politici per i generi di prima necessità.

Anziché di auspici internazionali, arrivati numerosi, il suo governo necessita a tambur battente di fondi e di crediti. Macron, in primis, ha il dovere di far arrivare quelli promessi l’anno scorso dopo la sua visita, quando i libanesi lo accolsero speranzosi chiamandolo “padre”.