E’ il 1919, a Parigi i vincitori della Prima Guerra Mondiale risistemano l’Europa spartendosi  le spoglie dell’Impero Ottomano. Al tavolo dei Grandi siedono personaggi eterogenei, inclini allo scontro umorale. C’è il presbiteriano stacanovista Wodrow Wilson coi suoi 14 punti che aspirano a bandire le guerre e a creare una Lega delle Nazioni che gli altri disdegnano.
L’incostante e opportunista Lloyd George ha a cuore solo piantare la bandiera dell’Impero Britannico in quanti più territori gli sia possibile arraffare nel ricco Medio Oriente.
George Clemenceau, che è detto il Tigre ed è sopravvissuto a un tentato assassinio, coltiva l’ossessione di estendere il suolo francese a spese della Germania, aggrappandosi al crudele blocco che affama e uccide i  bambini tedeschi.
Quando questo terzetto è d’umore compiacente, al tavolo siede anche Vittorio Emanuele Orlando. E’ un gentiluomo dabbene e amabile che rappresenta il Regno  probabilmente con un certo imbarazzo. Allo scoppio della guerra, infatti, l’Italia era in alleanza con Germania e Austria, ma non combatteva al loro fianco. Era impegnata con gli avversari in trattative segrete che sfociarono nel Patto di Londra, fitto di doviziosi compensi territoriali; così il 4 maggio del 1915 Roma spedì a Vienna un telegramma voltagabbana e venti giorni dopo il generale Cadorna già combatteva contro gli austriaci.

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“Fine del Mondo” è il primo degli undici volumi (nota*) che costituiscono la monumentale opera sul XX secolo del grande romanziere e politico americano Upton Sinclair. Numerosi capitoli sono dedicati alla Conferenza di Parigi, gli eventi esposti sono storicamente ineccepibili mentre la struttura narrativa consente all’autore di trasmettere atmosfere che rendono il lettore emotivamente partecipe di quanto la storiografia fissa con  fredda immobilità.
Il brano trascritto di seguito coglie la fase in cui le potenze firmatarie del Patto di Londra accumulano indugi e cavilli per vanificarlo, soprattutto sull’allargamento dei confini italiani oltre il Mar Adriatico e nel Mediterraneo, fino al bacino carbonifero anatolico
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I britannici, che avevano ripudiato l’autodeterminazione per Cipro, e i francesi, che l’avevano ripudiata per la Sarre, ne furono entusiasti a proposito dell’Adriatico. Solo che, naturalmente, doveva essere il presidente Wilson  a stabilire la modalità di realizzazione. Il crociato d’oltremare così fece. Il presidente del Consiglio dei Ministri Orlando pianse, il barone Sonnino rampognò, tutta la delegazione italiana s’adirò e tempestò. Essa sostenne che Wilson, avendo perduto la virtù sul Reno e nel corridoio polacco, ora cercava di restaurarla a spese del sacro egoismo dell’Italia.
Ci furono liti furiose nelle anticamere del Consiglio e tutti gli italiani fecero le valigie, ma rimandarono perché videro che nessuno si curava di loro.

Nelle prime fasi di questa disputa gli alberghi e luoghi di ritrovo dei delegati avevano formicolato di colti e affascinanti italiani le cui tasche rigurgitavano banconote. L’hotel Edouard VII, ove avevano il loro quartier generale i figli dell’Italia solatìa, era casa aperta a tutto il mondo diplomatico. Dopo, quando il fulmine scoppiò, non chiusero le porte alle amicizie, ma erano desolati e vi facevano capire che voi e i vostri compatrioti avevate guastato la loro fede nella natura umana.
La disputa scoppiò in un modo del tutto tipico: i tre Grandi si trovarono d’accordo di dover fare una dichiarazione in opposizione alle richieste italiane e il Presidente americano si assunse la parte convenuta, ma così non fecero né Lloyd George né Clemenceau, cosicché gli americani furono posti nella posizione di essere i soli contro l’Italia. Il ritratto di Wilson fu stracciato dalle pareti di tutto il paese e la faccia che era stata adorata da tutti era ora una caricatura  sub specie diaboli. La delegazione italiana tornò a casa e i francesi ne furono molto preoccupati, ma tutti gli americani dissero: “Non preoccupatevi, torneranno” e così infatti fecero, dopo pochi giorni.”

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Effettivamente i delegati italiani ritornarono il 5 maggio ma, nel frattempo, Lloyd George, sostenitore delle mire della Grecia, aveva convinto Francia e Stati Uniti a impedire che il  corpo militare italiano nell’Anatolia orientale espandesse le operazioni; così l’esercito greco potè sbarcare in tutta tranquillità a Smirne il 15 maggio.

A un secolo di distanza vediamo riproporsi lo stesso meccanismo: l’Italia ha impegnato i suoi soldati in Afghanistan, ma già a metà del ventennale intervento è stata estromessa dalla Libia; a fine missione risulta che nulla abbia ottenuto per l’impegno in Afghanistan. Sarà uno stile magnanimo o magari un complesso psicologico nazionale, chissà…

nota*: Gli undici volumi dell’Opera completa in italiano erano editi da Mondadori, collana Medusa, ora fuori commercio. Possibile acquistarli in Amazon come ebook in lingua originale.
A questo link le copertine e gli abstract dei vari volumi https://www.goodreads.com/series/64141-the-lanny-budd-novels