Era la sedicesima manifestazione consecutiva contro il cosiddetto greenpass, a Milano il 6 novembre. Nessun capopolo a chiamare le persone, solo il tam tam nei social media. La risposta, ed è arduo farlo comprendere, viene fin dall’inizio anche da persone che il certificato lo posseggono. Non militano contro i cosiddetti vaccini, ma contro i ricatti che obbligano a sottoporsi all’inoculazione. Che il greenpass sia una coercizione e non consenta di avere ambienti più sicuri dal contagio è altresì l’opinione di Andrea Crisanti.

Punto d’incontro: Piazza Fontana per poi muoversi secondo il percorso concordato il giorno precedente fra partecipanti alla protesta e autorità; qualcuno, non identificabile, aveva annunciato “non seguiremo il corteo” il che ha permesso poi ai media di parlare di deviazioni “dei” manifestanti, anziché di sviamento prodotto dalla polizia.
In Piazza Fontana, prima dell’inizio del corteo, avviene un diverbio tra i presenti e gli operatori di Fanpage, con insulti per la loro attività priva di obiettività: “Venite qui a mettere zizzania“. La troupe resta e ribatte fino a che arriva la polizia; una provocazione architettata perché immediatamente la testata lancia la notizia “troupe televisiva aggredita“.

All’ora stabilita il corteo si incammina in direzione di Piazza del Duomo e segue il percorso concordato fino a Porta Romana dove la testa del corteo viene costretta a un inimmaginabile, perché pericoloso, dietro front di centinaia di persone.
Da quell’episodio, inizia l’indotta frammentazione del corteo. Pezzi sparsi si cercano. Confusi ordini dai comandi costringono gli stessi agenti a chiedere istruzioni “adesso dove andiamo“. La situazione imbrogliata, ma non caotica, dura un paio di ore e permette ai media di sminuirne la grandezza, sebbene insieme allo slogan Libertà ieri risuonasse “Giù le mani dai bambini” indicante probabili nuove aggiunte.
Un corteo spezzato ma in ogni sua parte pacifico che nella prima fase sfila per Via Mazzini davanti a negozi aperti ai clienti e a volte con il personale sulla soglia a guardare come a uno spettacolo. Senza astio. L’allarme della settimana sulle perdite commerciali subite, sostenuto soprattutto da Confcommercio e Fanpage, appare un organizzato supporto alla gestione ostacolante la manifestazione.

Il corteo avrebbe dovuto sciogliersi alle 21 in Piazza Oberdan, dopo essere transitato per Piazzale Loreto. Non è mai arrivato. Circa mezz’ora prima delle scadenza dell’autorizzazione una parte di manifestanti, ormai fuori dal percorso stabilito, viene spinta in una stretta via intitolata a un patriota giustiziato da Radetzky per aver diffuso manifesti rivoluzionari: Amatore Sciesa.
Tre vie di movimento vengono bloccate, una sola agibile con presentazione del documento di identità per il controllo. I manifestanti resistono, discutono con gli agenti, chiamano per assurdo il 112 che non risponde, gridano al sequestro. Molti commenti nei social media: che male c’è a mostrare i documenti? Nessuno quando si tratta di controlli casuali di identità. Moltissimo quando si è imprigionato, prima dell’ora finale stabilita, un gruppo di manifestanti contro una misura governativa.
A Trieste contemporaneamente gli agenti usavano i manganelli ed è ciò che purtroppo sa di doversi aspettare chiunque partecipi a una protesta, soprattutto in una città diventata simbolo della resistenza contro le discriminazioni create dal greenpass.

A Milano si è fatto fare alla democrazia un ulteriore salto all’indietro. La Questura ha creato le condizioni per mettere in una situazione illegale
cittadini che non avevano ancora violato regole.

Questo è avvenuto dopo l’assurdo daspo a Stefano Puzzer, come segnale di precisa e continua volontà di repressione del dissenso.
Le regole dell’ordine pubblico, qualora vi sia stata violazione dei permessi, impongono una carica per disperdere l’assembramento, mentre l’ultima mezz’ora del VIDEO INTEGRALE della manifestazione riprende la folla intrappolata in via Sciesa che grida lasciateci andare a casa, e l’atteggiamento attendista della polizia.

Qui sotto un momento clou della tensione e la sibillina frase di un funzionario di polizia in borghese “E’ vero che a te ti conosco” nei confronti di un manifestante. Se conosciuto ma senza motivi per impedirgli la partecipazione al corteo, perché una velata minaccia?