Il Libano è alle prese con una crisi finanziaria senza precedenti, il costo della vita raggiunge picchi che escludono gran parte della popolazione da necessità basilari, il premier Miqati si affida alle cure del FMI, nelle Istituzioni persiste conflittualità e la campagna elettorale prosegue con minima copertura mediatica.

Secondo la Banca Mondiale la crisi finanziaria del Libano è di dimensioni solitamente associate ai periodi di guerra. La valuta ha perso più del 90% del suo valore sul mercato nero, più dell’80% della popolazione vive in povertà e i prezzi sono alle stelle. La carne rossa viene importata a un prezzo quintuplicato, alcuni tagli costano più del salario minimo mensile. Impossibile conservare grandi scorte perché Il governo non ha liquidità per importare sufficienti quantità di carburante per alimentare le centrali elettriche. Le interruzioni di corrente possono durare fino a 22 ore al giorno nella maggior parte del paese. Il capo del governo, Najib Miqat,  ha ripreso i colloqui con il Fondo Monetario Internazionale, si dice speranzoso, ma le “cure” FMI raramente rendono felici i cittadini.

In gennaio Said Hariri ha dato addio alla politica attiva, ciò, ha dichiarato, a causa dell’influenza iraniana in Libano e dell’inerzia nel combattere l’aggravarsi della situazione. L’Osservatorio Carnegie Middle East Center di Beirut, invece, sostiene che sarebbe più semplice da parte sua ammettere di aver perso il sostegno dell’Arabia Saudita ed essere rimasto senza sponsor regionali e senza soldi.

La campagna per le elezioni parlamentari che si terranno il 15 maggio 2022 si svolge cadenzata dalle attività giudiziarie. Le indagini sulla corruzione stanno raggiungendo livelli di sfida fra settori istituzionali. In febbraio gli inquirenti hanno minacciato di citare in giudizio il capo della polizia libanese con l’accusa di negare l’intervento delle forze di sicurezza per interrogare il governatore della Banca Centrale.  Il braccio di ferro si è risolto a fine marzo: Ghada Aoun, giudice investigativo presso il Tribunale distrettuale del Monte Libano, ha  annunciato di aver messo in stato di accusa per arricchimento illegale e riciclaggio di denaro il governatore Riad Salameh, in carica da tre decenni, insieme al fratello, Raja Salameh, già agli arresti.

Martedì 15 Marzo la Direzione Generale degli Affari Politici e dei Rifugiati ha annunciato la chiusura delle  nomine per le elezioni parlamentari generali: il numero totale è 1043 candidati che si contenderanno i 128 seggi parlamentari, in conformità con l’Accordo di Taif del 1989, che prevede elezioni parlamentari ogni quattro anni con distribuzione dei seggi tra le varie sette. I musulmani sunniti e sciiti avranno 28 seggi ciascuno, 8 per i drusi, 34 per i maroniti, 14 per i cristiani ortodossi e 8 per i cattolici; 5 seggi sono assegnati agli armeni, 2 agli alawiti e 1 seggio alle minoranze all’interno della comunità cristiana.
La copertura giornalistica dopo la notizia della chiusura delle iscrizione risulta praticamente inesistente.