Nel 2019 appena la metà dei 35 milioni di elettori ucraini andò a votare. Al primo turno diedero a Volodymyr Zelens’kyj il 30% dei voti che al secondo divennero il  73%. Il paese era stanco di Poroshenko e lui era un attore di successo.

Candidato rassicurante, Zelensky voleva porre fine alla corruzione, guidare l’Ucraina sulla via del progresso e della civiltà e fare la pace con il Donbass. Diventato Presidente ha assunto un ruolo d’autocrate: accantonato il progetto moralizzatore pacifista, ha iniziato ad accentrare il potere assegnando ai fedelissimi i ruoli chiave, come i servizi segreti, nelle conferenze stampa nega l’accreditamento ai giornalisti non “patriottici”. Gravido di conseguenze è l’aver inasprito le misure divisive della cittadinanza con due provvedimenti.
La Legge dei Popoli Indigeni 1616-IX, (link), varata definitivamente nel 2021 che riconosce diritti a tartari e caraiti, ma non a quel 6% della popolazione che è di etnia russa.
La legge sulla lingua n.5670-d ( link ) che bandisce l’uso del russo da ogni sfera della vita pubblica: amministrazioni, scuola, imprese. Tutti coloro che “rappresentano lo Stato”, il che include medici, maestri, militari, atleti e artisti, ma anche commessi e camerieri, devono esprimersi in ucraino. Questa legge colpisce anche la larga parte di  popolazione che, pur essendo di etnia ucraina, ha ricevuto il russo come lingua madre. E’ un processo non dissimile da quello messo in atto da Ataturk, e modificato poi in questo secolo, che impose una lingua turca alle minoranze di curdi, arabi, alawi.


La promessa di agire contro la corruzione era volonterosa ma, come molti miliardari, la coppia Olena e Volodymyr aveva nascosto al fisco cospicui fondi parcheggiandoli off-shore (link), come rese noto l’indagine Panama Papers.
Dopo l’elezione Zelensky formalmente procede alla lotta alla corruzione con una bozza di riforma della Giustizia, ma seguendo i molti articoli del Kyiv Post si apprende che le proposte avanzate dalla Commissione di Venezia, organo del Consiglio d’Europa, vengono bocciate. “Le organizzazioni internazionali hanno già nominato i loro esperti per il Consiglio etico, ma il Consiglio dei giudici, un’associazione di giudici ucraina, non ha delegato i suoi membri nonostante la promessa di Zelensky di garantire la riforma. Finora, il presidente ha fatto poco per risolvere questo stallo.” (link)

Quando Ursula von der Leyen lo ha personalmente sollecitato a rafforzare la legislazione anticorruzione (link)  Zelensky ha ribattuto “in molti paesi dell’Unione europea non esiste un’infrastruttura anti-corruzione simile a quella dell’Ucraina.” (link)

Guy Mettan, giornalista e politico svizzero, direttore del Club della Stampa di Ginevra,  ha sottoposto l’azione del presidente ucraino ad un minuzioso scrutinio (link) e in merito al suo fiancheggiamento dei neo-nazisti racconta, premettendo che da candidato Zelensky non era vicino alla loro ideologia, che “Pochi mesi dopo la sua elezione, il giovane presidente si è recato nel Donbass per cercare di mantenere la sua promessa elettorale e far rispettare gli accordi di Minsk firmati dal suo predecessore. Le forze di estrema destra, che dal 2014 bombardano le città di Donetsk e Lugansk al costo di diecimila morti, lo accolgono con la massima circospezione perché sospettose di questo presidente “pacifista”. Stanno conducendo una spietata campagna contro la pace con lo slogan “Nessuna resa”. In un video, un pallido Zelensky li supplica: “Sono il presidente di questo Paese. Ho 41 anni. Non sono un perdente. Vengo da te e ti dico: metti via le pistole. Il video è stato diffuso sui social network e Zelensky è diventato subito il bersaglio di una campagna di odio. Questa sarà la fine del suo desiderio di pace e dell’attuazione degli accordi di Minsk.”


Nel 2019 al discorso d’insediamento, rivolgendosi agli ucraini, disse ‘Voglio che non appendiate la mia immagine nei vostri uffici. ‘Appendete lì le foto dei vostri bambini e, prima di ogni decisione, guardateli negli occhi’. Non sembra, però, che lo stesso Zelensky si attenga a quell’ammonimento.

Maria Carla Canta