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L’apparire del barcone col bordo a pelo d’acqua e decine di volti scuri dagli occhi sgranati fomenta svariate reazioni, sempre più spesso di stampo razzista. Non avevo mai pensato al nostro come a un paese in cui il razzismo fosse un sentire diffuso e ancora oggi m’interrogo se sotto le apparenze non vi sia un altro movente nascosto.

Quasi nella totalità, coloro che auspicano la chiusura di porti e frontiere lo motiva; in modo pacato con dotte argomentazioni, con statistiche, con  proiezioni del tasso di natalità e via elencando, oppure con l’esibizione di un eloquio becero, usuale nei social media che si riassume nell’assurdo “non possiamo ospitare tutta l’Africa“.
Lo strepito per gli sbarchi ripresi con la bella stagione, giunto al culmine con l’approdo negato alla nave Aquarius, induce pertanto a chiedersi se si tratta di autentico razzismo oppure del travestimento di un altro sentire più sgradevole da manifestare: l’orrore per la povertà.

L’ aporofobia consiste in un sentimento di rifiuto, in avversione nei confronti della persona che versa in condizioni di povertà.

In Italia nel 2016 erano 1 milione e 619mila  famiglie residenti, circa 5 milioni di individui, a vivere in condizione di povertà assoluta. Una fetta di popolazione ignorata, rintracciata solamente dagli istituti di statistica, rammentata di sfuggita in tempi elettorali. Questo voltarsi dall’altra parte e fare come se costoro non esistessero è troppo palese e diffuso perché non sia da considerare una difesa psicologica. La rimozione della consapevolezza che, da un momento all’altro, la propria condizione economica potrebbe cambiare e inabissarsi verso una miseria cui oggi – essendo l’individuo considerato innanzitutto un consumatore –  non è riconosciuta una dignità. Non c’è in questi tempi un De Amicis che narri con empatia la vita del povero, oggi l’indigenza non è una situazione esistenziale cui dare rimedio ma una vergogna da oscurare.

Già una decina di anni fa,  su 23 milioni di lavoratori italiani circa il 66% svolgeva un lavoro di tipo intellettuale, meno facilmente riconvertibile di quelli eseguibili manualmente. Il lavoro classificato intellettuale spesso consiste in piatta esecuzione di procedure fissate, ma quand’anche si trattasse di ampie fasce di professionisti che producono idee, informazione, conoscenza – la cosiddetta  economia creativa – con la perdita del posto di lavoro o lo scemare della gamma dei committenti il ricollocamento allo stesso  status economico è oltremodo difficile.
L’incombente rischio di ristrettezze economiche, il fantasma dell’indigenza, trova, allora, nei migranti un innesco per affiorare malamente: come razzismo o eruzione di sentimenti di odio.
Qui sotto è riportato un commento visto in una bacheca di Facebook che prende spunto dalla vicenda degli africani della nave Aquarius. E’ esemplare nella sua esasperata schiettezza. E’ inquietante nel suo espandersi autodifensivo in onde sempre più ampie, con il malanimo che arriva a lambire interi settori della società.

“In questa storia io odio solo una cosa: l’utilizzo del senso di colpa e la mozione degli affetti. Indipendentemente da quanti siano veramente i migranti, io odio la sinistra che ci dice che siamo razzisti perchè questa cosa non ci piace. Odio chi ci dice sono SOLO tot e noi siamo sessanta milioni e gli altri ne han di più. Odio chi parla di risorse e accoglienza e sono straniero e mi avete aperto (tranne le porte del Vaticano). Odio chi dice che difendere la tua lingua, le tue tradizioni, il tuo noiosissimo tran tran sia di destra. Odio chi mi ha detto per decenni che parlare il tuo dialetto a casa tua era da razzista! (Infatti appartengo all’unica regione in cui nessuno lo parla più anche perchè siamo circa 1 terzo degli abitanti). Odio chi dice NOI gli abbiamo rubato, NOI abbiamo ucciso e stuprato (Ai tempi della guerra in Eritrea non era nata manco mia madre che per altro non ha mai stuprato nessuno, ai tempi di Bronte figuriamoci). Odio Vauro e Saviano che ci spiegano quanto fetenti, ignoranti e pancini siamo. Odio le foto con i bimbi morti in mare esibite come se fosse colpa mia. Odio chi minimizza. Chi dice che ci pagano i contributi, fanno i figli per noi, fanno i lavori che noi non facciamo più.. Odio chi mi fa sentire in colpa perchè ancora mangio, mi curo e ho qualche diritto in un Mondo dove si è sempre più privi di questo e desidererei difendere questo mio status. Odio chi mi dice che la mia sicurezza è un desiderio fascista. Odio chi dice che un tempo emigravamo anche noi ( e infatti ci trattavano di m e senza permesso di soggiorno… niet). Odio la sinistra! .” 

Contestare autodifese come queste, ma ancor più le invettive accusatrici che vedono nell’arrivo dei migranti ogni genere di sciagura per l’Italia, nei social media significa affrontare a mani nude un drago: un’ orgia di rancore, un bullismo di massa senza distinzioni culturali e sociali.
Quanto più vengono gonfiate le notizie di sbarchi di migranti, e quanto più si sa delle forme vergognose di sfruttamento che offrono giustificazione “morale” a quelli che li vogliono respingere, tanto più si rivela il rischio di una deriva asociale, un incattivimento  che minaccia di sfigurare il volto del nostro paese.

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