Skip to content

Il sogno d’Israele: fare del Sinai un ghetto per i Palestinesi

23 maggio 2016

mcc43

L’intento persecutorio è come quei semi che non seccano mai e aspettano le condizioni per germogliare come malapianta. I Palestinesi vogliono uno stato? Si lascino espellere dalla Palestina!
Questo il seme malefico che Israele interra nella comunità internazionale nel 2009 con un dettagliato piano per annettersi la Cisgiordania e spostare i Palestinesi nel Sinai, cui dovrebbe, almeno in parte, rinunciare l’Egitto.  Il vecchio sogno sionista di una Grande Israele vuole imporsi con il miraggio di far nascere una “grande Gaza” .

naqba-nakba-1948

1948, e poi ancora .. e ancora. Fino a quando?

Sbarazzarsi della popolazione palestinese e spedirli in Giordania era il proposito del giovane Ben Nitay che, diventato Benjamin Netanyahu, vorrebbe nella penisola nel Sinai uno stato palestinese smilitarizzato e rinunciatario ai confini del 1967. Non sono proposte che si possano gettare sul tavolo in meeting ufficiali, sono esche lanciate attraverso i media, i think tank, gli esperti della politica mediorientale.

Le tappe di un progetto infame

2009, 17 febbraio:  Il Jerusalem Center for Public Affair rilascia un esteso studio del generale Giora Eiland dal titolo Il futuro della soluzione dei due stati, nel quale affiora l’intento di eliminare la presenza dei Palestinesi nella Palestina storica. 

Se portiamo Gaza al doppio o al triplo delle sue dimensioni attuali aggiungendo  ulteriori 600. Km2. del Sinai egiziano, Gaza avrebbe lo spazio di cui ha bisogno.
Di colpo avrebbe l’estensione per costruire una nuova città di un milione di persone, insieme a un vero e proprio porto ed aeroporto e creare le condizioni che renderebbero possibile l’espansione economica.
Allo stesso tempo, Israele ha bisogno 600 Km2. in Cisgiordania – perché la linea 1967 è inaccettabile da un punto di vista della sicurezza. In cambio, Israele potrebbe dare all’Egitto 600 km2 nel Negev , a sud di Israele.
Alla fin della fiera, nessuno ci rimette del territorio,  mentre gli scambi multilaterali ci permettono di risolvere il problema attualmente insolubile di Gaza e soddisfare le esigenze israeliane in Cisgiordania.
L’Egitto può ottenere significativi benefici da questo accordo. Il nuovo porto ed aeroporto vicini all’Egitto possono diventare importanti legami economici tra il Golfo e l’Europa. Inoltre, l’Egitto potrebbe ottenere un corridoio di terra che gli consenta i collegamenti col resto del Medio Oriente senza necessità di passare per Israele.

2010-2012 Dall’articolo (dell’agosto 2014di Asharq al-Awsat (ndr.pubblicazione inglese di proprietà saudita) dal titolo Mubarak ha resistito alle pressioni USA di rinunciare al Sinai: file segreti emerge un atteggiamento connivente degli Stati Uniti.

Verso la fine del suo mandato, il deposto presidente egiziano Hosni Mubarak ha resistito alle pressioni da Washington di cedere territorio egiziano nella penisola del Sinai per contribuire a creare uno stato palestinese, dichiarano ex membri di alto livello del partito di governo di Mubarak. Un ex funzionario del Partito Nazionale Democratico, parlando in condizione di anonimato, ha detto ad Asharq Al-Awsat che nel decennio precedente Washington spingeva perchè il Cairo  consentisse a un più consistente numero di Palestinesi di stabilirsi nel Sinai. Il funzionario ha riferito anche che Mubarak riteneva questa mossa il primo passo di un processo volto a indurre l’Egitto a cedere territorio proprio per creare uno stato palestinese.  L’ex presidente egiziano ha resistito a queste pressioni descrivendole come “le migliori nell’interesse di Israele”.

Lo stesso articolo di Asharq Al-Awsat  rivela che la proposta era stata reiterata dopo l’elezione di  Mohammed Morsi, attraverso una delegazione di Fratelli Musulmani invitati a Washington per discutere un piano che ricalcava fedelmente il progetto israeliano del 2009.

La delegazione, che consisteva di circa 50 membri della Fratellanza, fu invitata negli Stati Uniti dalla CIA. Secondo la fonte, Washington ha suggerito che l’Egitto ceda un terzo del Sinai a Gaza in un processo  scandito in due fasi da completare entro quattro o cinque anni. Washington ha promesso di “istituire e completamente sostenere uno stato palestinese” che copra una superficie di un terzo della penisola, con la creazione di porti marittimi e di un aeroporto. In base ai termini dell’accordo, Washington ha anche chiesto che lo stato palestinese sia smilitarizzato, dotato solamente di armi di piccolo calibro a fini di sicurezza interna. La fonte sostiene che sotto i termini della transazione, i rapporti tra Israele e l’Egitto sarebbero stati completamente normalizzati, e che agli israeliani sarebbe stato permesso di avere delle proprietà in Egitto. Gli americani hanno sollecitato la delegazione della Fratellanza a preparare l’opinione pubblica egiziana per l’esecuzione del piano.
In risposta, la fonte sostiene che ai predicatori della Fratellanza era stato detto in via ufficiosa di sostenere che gli ebrei egiziani emigrati in Israele avrebbero dovuto essere liberi di tornare.

Morsi, ovviamente,  non aveva alcuna ragione di acconsentire all’abbandono di gran parte del Sinai e dare agli avversari politici un’arma contro la sua già difficile presidenza.

2014 – L’articolo di Asharq al-Awsat, del 24 agosto, fa da prefazione al colpo di scena: l’8 settembre Al-Sisi offre il Sinai ai Palestinesi!  Un annuncio che già si accompagna a: Abbas rifiuta, ma anche  Abbas nega di aver ricevuto l’offerta. Un polverone sollevato  dai media israeliani imbeccati da  Aarutz Sheva, pubblicazione del sionismo religioso che cita come fonte la radio dell’esercito  israeliano, ripubblica i dettagli del piano Eiland e conclude:

Il primo ministro Benjamin Netanyahu era a conoscenza dell’offerta e gli Stati Uniti hanno dato il via libera, secondo le fonti della stazione radio militare. Un’idea simile era stata lanciata anni fa da accademici israeliani e dal maggiore generale (in pensione) Giora Eiland, ma al tempo respinta dall’Egitto.

Rincara e amplia, nello stesso giorno, United with Israel 

Secondo IDF Radio, al-Sisi ha detto ad Abbas che se non accetta questa offerta lo farà chi verrà dopo di lui, ma Abbas ha egualmente respinto la proposta. IDF Radio riporta inoltre che gli americani sono della partita e hanno dato luce verde. Il ministro dei Trasporti Yisrael Katz ha commentato la proposta di Al-Sisi elogiando la “straordinaria offerta del presidente egiziano”.  “E’ la fine del mondo: gli americani sono a  favore e tutto quello che rimane da fare è convincere Abu Mazen, che è alla ricerca del Diritto al ritorno dei Palestinesi, e la sinistra israeliana che, invece, ha voglia di cedere terreno.

Più astutamente il Jerusalem Post dà la notizia lo stesso giorno, ma già nel titolo la smentisce Egypt, PA deny report that Sisi offered Abbas land in Sinai for Palestinian state 

Allora non si comprende perchè una settimana dopo Al Monitor si preoccupi di salvare l’immagine del presidente egiziano.

L’Egitto non si è precipitato a negare per evitare di dare l’impressione di frettolosi sensi di colpa. Sisi  ha poi smentito la notizia, ma lo ha fatto in modo misurato e calmo. Questo è stato chiaramente intenzionale per mantenere il delicato equilibrio nel rapporto sia con Netanyahu che con Abbas, ed è stato fatto nella consapevolezza che il pubblico egiziano vede già la questione come una semplice diceria.

Ancor meno comprensibile, se si è trattato di una notizia infondata, che il 30 settembre un pluripremiato giornalista britannico, con base a Nazareth, abbia voluto dedicargli un fluviale articolo che ripercorre la questione dei Palestinesi in Sinai a partire dal piano del 2009, sotto il titolo Is there a plan to force Palestinians into Sinai?

sinai-gaza-egypt

Fanta_stato palestinese

Il rumore di sottofondo continua. A febbraio 2015 Stephen Gabriel Rosenberg, Senior Fellow del W.F. Albright Institute of Archaeological Research, si adopera per magnificare il progetto presentandolo come la soluzione dei guai di Al-Sisi. Lo fa con agghiacciante mancanza di umanità sia verso i Palestinesi, sia verso le popolazioni beduine sinaitiche descritte come ingombranti pedine. Il titolo: Let West Gaza be Palestine:

Si sa che gli egiziani erano in imbarazzo e hanno negato di aver fatto la proposta. D’altra parte l’Egitto è, al solito, in difficoltà economica con disperato bisogno di  fondi per raddoppiare la sua una vera miniera d’oro, il Canale di Suez, finora non ci sono finanziatori, quindi non può contare sulla sua ancora di salvezza finanziaria.
Perché non dovrebbe vendere una parte del Sinai a Gaza che è a corto di spazio? Il Sinai è l’ultima risorsa inutilizzata e potrebbe essere la risposta alla soluzione dei due Stati. Al presente è vuota tranne che per le tribù di predatori beduini che creano solo problemi e con i quali l’Egitto non sa come trattare.
Invece, se la striscia settentrionale del Sinai, lungo la costa, venisse sviluppata potrebbe accogliere da Gaza mentre la città è in fase di ricostruzione, l’Egitto potrebbe essere retribuito per la cessione e usare i fondi per sviluppare e duplicare il suo canale. Dopo la ricostruzione a Gaza dovrebbe essere consentito di ampliarsi in modo permanente nel Sinai e prendere in consegna la maggior parte della sua lunghezza, da Rafah via El Arish la maggior parte della via per Ismailia, e quindi formare una nuova corniche, chiamarla  Corniche Sinai, Riviera di Levante se si vuole, o meglio e più accuratamente, West Gaza.
[…] I soldi ci sono, lo spazio c’è, tutto ciò che serve ora è la diplomazia itinerante dell’infaticabile John Kerry, di un ben intenzionato e esperto Tony Blair, la buona volontà degli egiziani, degli arabi e degli israeliani, di tutti quelli che alla fine ne avranno vantaggio.

Una terra, quella del Sinai, che non è come Rosenberg  vuol raccontare, selvaggia e incolta (ved.  Sinai: una penisola di punti interrogativi )

2016- Il presidente Al-Sisi, l’uomo che allaga i tunnel che permettono a Gaza di aggirare l’embargo delle merci e che tiene sigillato il valico di Rafah chiudendo la gente della Striscia in una prigione, si è offerto, il 17 maggio, come un pacificatore a tutto tondo: fra le fazioni politiche palestinesi, fra Palestinesi e Israeliani per la ripresa dei colloqui di pace.
Questa volta c’è un salto di qualità nella propaganda perché la notizia esce su Reuters

In un discorso improvvisato a una conferenza sulle infrastrutture nella città di Assiut, Sisi ha detto che il suo paese è disposto a mediare una riconciliazione tra le fazioni palestinesi rivali per aprire la strada verso un accordo di pace duratura con gli israeliani. 
“Io dico che raggiungeremo una pace migliore se risolviamo il problema dei nostri fratelli palestinesi  e per dare speranza ai Palestinesi sulla creazione di uno Stato”..  Chiedo alla leadership israeliana  di permettere che questo discorso vada in onda due o tre volte in Israele perché è una vera opportunità … Siamo disposti a compiere tutti gli sforzi per aiutare a trovare una soluzione a questo problema.”

Questo avviene lo stesso giorno in cui François Hollande “pospone” la sua iniziativa per una ripresa dei colloqui a livello internazionale sulla soluzione dei due stati . Iniziativa sgradita a Netanyahu, per il timore delle condizioni  che sarebbero imposte dalla comunità internazionale. Al contrario, il coniglio che Al-Sisi ha estratto dal cappello gli appare incoraggiante e dichiara che “Israele è disposta a partecipare al fianco dell’Egitto e di altri stati arabi nel portare avanti il processo diplomatico per la stabilità nella regione”.
Il portavoce di PLO, si legge nell’articolo, ha accolto con favore le parole di Sisi ma questi sono i termini: “per porre fine all’occupazione israeliana“. Anche Kerry, in visita al Cairo, ha detto di voler approfondire i dettagli. 

E’ ben possibile che la proposta di Al-Sisi avesse solamente la funzione di distrarre dal fallimento dell’iniziativa Hollande, ma se realmente i colloqui dovessero avvenire avrebbero come interlocutore il nuovo ministro della difesa di Israele, Avigdor Lieberman, il falco  di Israel Beitenu – Focolare Ebraico – che da sempre vuole espellere i Palestinesi, a partire da quelli con nazionalità israeliana. Il suo discorso all’Onu del 2010, tratto da un articolo de Il Manifesto

“Alle Nazioni Unite, Lieberman ha chiesto “un accordo intermedio a lungo termine” invece di una soluzione che affronti lo status finale di tutte le questioni, ha respinto l’idea che l’occupazione e la colonizzazione della Palestina sia il nucleo del conflitto e ha proposto un accordo con i palestinesi che consisterebbe nello “spostare i confini per meglio riflettere le realtà demografiche.” Sebbene Lieberman abbia sostenuto di non stare parlando di “spostamento di popolazioni” è evidente che il piano di Lieberman avrebbe comportato l’espulsione dei cittadini palestinesi da Israele entro uno stato palestinese, tutto al fine di rendere Israele uno stato ebraico “etnicamente puro”.

*** 

da Stato d’Assedio
 di Mahmoud Darwish 
I miti bussano alla nostra porta, se vogliono.
Nulla riecheggia Omero. Qui, un generale
Scava alla ricerca di uno stato addormentato
Sotto le rovine di una Troia che verrà.
Voi, ritti in piedi sulla soglia, entrate,
Bevete con noi il caffè arabo.
Sentirete che siete uomini come noi.
Voi, ritti in piedi sulla soglia delle case,
Uscite dalla nostra alba.

articoli Tag Palestina 

Google+

 

 

 

 

& inserimento 

Quel Sahara Occidentale e il suo popolo sospeso: i Saharawi

2 maggio 2016
tags: ,

mcc43

Era il 14 dicembre del 1960 quando con la risoluzione 1514 l’Onu sanciva il diritto di ogni popolo all’autodeterminazione. Sono ancora molti ad attendere di esprimersi sul loro destino e il popolo Saharawi aspetta dal 1991 il momento di andare alle urne per il referendum sul futuro del Sahara Occidentale.
saharawi-referendum

L’occupazione marocchina del Sahara Occidentale è iniziata nel 1975 [vedere: La pazienza dei Saharawi deve durare in eterno?] con l’insediamento di coloni e l’esilio della popolazione autoctona. Si attua tuttora con la costruzione di un muro minato di 2400 km., con arresti, persecuzioni, torture e continue violazioni dei diritti umani.
Oggi il Sahara Occidentale è prevalentemente abitato da Marocchini, i Saharawi sono ormai ridotti ad una minoranza. Nessun paese ha mai riconosciuto formalmente l’annessione del Sahara Occidentale al Marocco, che ne occupa attualmente l’80%  e vuole che il territorio gli appartenga integralmente. E’ la ragione per cui il Marocco ostacola da sempre il referendum.
I Saharawi resistono: guidati dal Fronte Polisario nel 1976 hanno proclamato la RASD, Repubblica Democratica  Araba  del Sahara, riconosciuta da un’ottantina di paesi, è fra i membri fondatori dell’ Unione Africana e  ricopre attualmente la vicepresidenza del Parlamento Africano.
I Saharawi combattono: armi in pugno hanno liberato una parte del loro territorio, fino alla firma del cessate il fuoco del 1991. L’Onu si è impegnata a farlo osservare istituendo la missione di osservatori MINURSO. Doveva creare le condizioni per il referendum dell’autodeterminazione, ma è trascorso  un quarto di secolo, il Marocco continua ad occupare,  la Minurso è una sinecura per incaricati internazionali.

Quanti sono esattamente i Saharawi oggi? Un censimento non è stato fatto, e anche questa è una manovra per ostacolare il referendum; la comunità più numerosa vive in territorio algerino, nell’altipiano desertico che ospita i Campi Profughi di Tindouf.

Le scorse settimane hanno visto scoppiare una vera crisi diplomatica. Rabat ha espulso i funzionari civili della Minurso come arrogante reazione alla visita di Ban-ki-Moon nei campi profughi. In quell’occasione il segretario dell’Onu aveva definito senza metafore come “occupazione” la presenza marocchina nel Sahara Occidentale. Per ritorsione il re, già irritato per la crisi con l’Europa sugli accordi agricoli e di pesca, ha rifiutato di incontrarlo.

L’impunità del Marocco si deve al suo essere alleato chiave di Arabia Saudita e Occidente in quel settore africano e alla sua collaborazione con gli USA, che là hanno installato uno dei siti segreti delle operazioni CIA. Tutto questo mette il paese al riparo da sanzioni internazionali e da aperte critiche; stende una cortina di silenzio sulla condizione dei profughi Saharawi; crea la condizione adatta a che i fondi stanziati da Obama per i profughi possano, invece, finire nelle casse regali.

Ban-ki-Moon, ormai alla fine del suo mandato, si è concesso di presentare in Consiglio di Sicurezza una relazione molto dura contro Rabat, sottolineando che l’interruzione della Minurso potrebbe portare a un ritorno alle armi.
Rabat propone, dal 2007, un piano di autonomia del Sahara Occidentale sotto la sua sovranità’, ma il Polisario, con l’alleata Algeria, non abbandona la richiesta d’indipendenza. “Non ci sarà pace nella regione finche’ il popolo Saharawi sarà privato del suo diritto all’autodeterminazione. Il popolo Saharawi al referendum sceglierà l’indipendenza e il Marocco lo sa perfettamente. Noi non siamo marocchini e rifiutiamo di diventare marocchini” ha dichiarato in marzo Mohamed Salem Ould Salek, alto dirigente del Fronte Polisario.

In una lettera indirizzata alle Nazioni Unite il leader del Polisario, Mohammed Abdelaziz,  ha espresso il timore di una ripresa delle ostilità con il Marocco qualora la missione MINURSO non potesse più svolgere il proprio mandato; sarebbe “un via libera a un’aggressione militare” del Marocco e “Il popolo Saharawi sarebbe costretto ancora una volta a difendere i propri diritti con tutti i mezzi legittimi, tra cui la lotta armata, che è legale per l’Onu da parte dei popoli colonizzati“.
Nei giorni scorsi il Polisario per la seconda volta in un mese ha organizzato una manovra militare  nelle zone del Sahara fra Algeria e Marocco; manovre che quest’ultimo ha definito come “provocazione”.

In questo clima, il 29 aprile il Consiglio di sicurezza ha votato il prolungamento della Minurso per un altro anno e nel testo compare che il Consiglio invita le parti a “proseguire i negoziati sotto gli auspici del Segretario generale, senza precondizioni e in buona fede, tenendo conto degli sforzi compiuti dal 2006 e successivi sviluppi, al fine di raggiungere una soluzione giusta, soluzione duratura e reciprocamente accettabile politica, che consenta l’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale
La risoluzione non è passata all’unanimità, alcuni paesi hanno votato contro o si sono astenuti e la ragione comune è la debolezza del linguaggio, la mancata richiesta di riportare immediatamente in loco il personale Minurso espulso, nonché la denuncia degli appoggi di cui gode il Marocco  che impediscono di comminargli le sanzioni. 

Il rappresentante della Fronte Polisario presso l’Onu ha espresso soddisfazione, ma sottolineato la necessità di fissare una scadenza per le trattative che devono condurre all’organizzazione del referendum. 

Da Nigrizia , Luciano Ardesi 
Capiremo presto se il Marocco intende negoziare o meno con l’Onu sul ritorno del personale civile della missione, o se applicherà, come ha fatto dall’accordo di pace con Polisario del 1988, la tattica di aderire ad un negoziato senza però onorarlo, in un gioco continuo al rinvio che ha finora impedito di far votare gli elettori Sahrawi censiti dalla Minurso per il referendum di autodeterminazione.Intanto il Marocco ha segnato un indubbio successo. Da molti anni il Polisario, l’Unione Africana e diversi altri governi chiedono che ai caschi blu venga affidato il mandato non solo di osservare il cessate il fuoco in vigore dal 1992, ma anche di proteggere i diritti umani dei sahrawi sotto occupazione. L’opposizione della Francia ha finora impedito di porre rimedio allo stato in cui versa l’unica missione di pace Onu priva del compito di proteggere la popolazione civile. Anche questa volta la risoluzione non solo non allarga il mandato della Minurso, ma la riporta indietro di 24 anni. La discussione infatti è si è spostata dalla protezione dei diritti umani all’esistenza stessa della missione dei caschi blu. Anche questo è il segno di una ormai duratura incapacità delle Nazioni Unite di porre fine ai conflitti.”

 

 I Saharawi sono un popolo dal destino sospeso ai giochi internazionali, un popolo, ricordiamolo, che non ha nulla da perdere in concreto ma ha la dignità da preservare.

Google+

 

La vera Libia di oggi la raccontano i medici di Emergency

24 aprile 2016

mcc43

Il compito imposto al mainstream oggi è raccontare ciò che noti e ignoti burattinai vogliono sia raccontato. Da ogni luogo di conflitto frammenti di verità emergono solo da chi è la con la popolazione e per la popolazione, come i medici di Emergency.

 

emergency-italia-libiaQuesta organizzazione umanitaria fondata da Gino Strada nel 1994 ha creato un nuovo ospedale in Libia, dopo quello già funzionante a Misurata nel 2011: il Gernada Trauma Center in Cirenaica.
Viaggio nella Libia del generale Haftar tra i feriti dell’ospedale italiano  è il titolo di un report del Corriere della Sera che dà parola a questi medici. Ogni  frase è uno scatto fotografico su una ferita libica. Rimandando all’intero articolo con video, estraggo la parte che riporto qui sotto perché illustra dal campo quanto sono illusori gli entusiasmi ufficiali per il governo  di “accordo nazionale” voluto dall’Onu e presieduto da Fayez Al- Serraj ( ved. articoli in questo blog. )

Caos e anarchia

Al Gernada Trauma Center hanno capito che, più che lavorare per i libici, il problema è lavorarci insieme. Emergency-ospedale-LibiaE che la fatica di gestire un Paese nel caos è quotidiana: “La situazione è un po’ diversa rispetto a quella di altri posti i cui operiamo – spiega Nannini -. Di solito, siamo noi a portare e a pagare tutto. Qui c’è un sistema totalmente collassato e da far ripartire, ma i soldi, i medici e le strutture ci sono. L’Onu ha calcolato che per la sanità servirebbero 160 milioni di dollari: in fondo, sono solo tre giorni di produzione del petrolio… E’ un’altra cosa rispetto all’Afghanistan, non credo che qui dovremo starci 17 anni”. Finita l’emergenza, quest’ospedale sarà di chi governa: l’esercito di Haftar o il premier dell’unità nazionale Serraj, al momento non si sa. L’incertezza è totale, i tempi sono biblici e libici. Nel mentre, i mille burocrati e i due parlamenti della Tripolitania e della Cirenaica, chiamati dalla comunità internazionale a trasferire i loro poteri, sembrano i vietnamiti agli ultimi giorni di Saigon. Non gira un’auto con la targa, l’unica autorità riconosciuta è il generale Haftar che decide perfino sui visti ai giornalisti (e chi non ha i timbri giusti, com’è accaduto a noi, finisce dentro). Tutti fan di tutto, pur di non mollare un centimetro: il ministero dell’Interno del governo di Tobruk, che dovrebbe trasferire i poteri a Tripoli, è in realtà un cantiere coi muratori che ritinteggiano i corridoi e preparano una nuova era. “Nessuno sa bene come deve avvenire questa transizione – ironizza il ministro della Sanità di Tobruk, Reida Al Oakley -. Ho telefonato l’altro giorno al mio collega nominato da Serraj, un dentista del Sud che sta a Tripoli, per spiegargli un problema. Mi ha detto di non avere ancora alcun potere e m’ha consigliato di parlare con Martin Kobler, l’inviato dell’Onu per la Libia. Allora ho chiamato Kobler, ma lui mi ha mandato da Serraj. Alla fine ho parlato con Serraj, e lui che cosa m’ha risposto? Di parlare di nuovo col suo ministro della Sanità! Ce cosa devo fare? La Banca centrale di Tripoli ci ha fermato tutti i soldi. E io come li pago, gli ospedali?”.

 

 

Google+

 

Egitto: uccidere per Giulio Regeni

21 aprile 2016

mcc43

Accade che dei cittadini italiani vengano uccisi da governi stranieri, ma la reazione dell’Italia non è sempre la stessa. Giovanni Lo Porto cadde vittima di un drone americano. “Accidentalmente” è l’avverbio che copre la mancata liberazione, la mancata informazione dell’attacco ai jihadisti che lo detenevano, la mancata precauzione di appurare che nel sito attaccato non vi fossero innocenti. Bastarono le scuse di Obama.  Silvano Trevisan è stato ucciso in Nigeria nel 2013, non si è mai potuto sapere se dai terroristi [a detta di Site, il sito di Rita Katz che ha il monopolio delle informazioni sulle attività Jihadiste, se ne assunsero la responsabilità] in risposta a un blitz inglese e nigeriano per la liberazione degli ostaggi. Oppure se ucciso dagli stessi  SAS inglesi in un fallito tentativo, di cui non avevano avvisato l’Italia. Italia che subito ha adottato come versione ufficiale: il blitz non è mai avvenuto. 

Giulio è stato trovato cadavere in Egitto dopo una scomparsa di alcuni giorni. Da quel momento è iniziata una virale campagna “Verità per Regeni” nella quale i media si sono distinti fin dal primo momento nella raccolta di  dichiarazioni da chiunque volesse farne alimentando l’idea che, viste le contraddizioni, fossero le autorità egiziane ad aver motivo di nascondere la verità perchè colpevoli. Il  governo italiano esercita pressioni e avanza richieste contrarie alla costituzione egiziana, ma anche al più banale concetto di privacy, ritira l’ambasciatore, promette misteriose risposte proporzionali.
Che esistano degli aventi profitto a rovinare i rapporti  fra i due paesi vien detto sottovoce, perchè si punta all’emozione e Giulio è immortalato come un giovanotto sorridente e spettinato che abbraccia teneramente un gattino.

Che cosa provoca questa pressione emotiva in un paese dove dell’ordine pubblico si occupa una polizia senza controllo assistita da teppisti? Un paese dove ormai chi ha funzioni pubbliche, o semplicemente gode di uno status di borghese, preferisce girare armato. Dove un poliziotto spara a un barista perché il tè è troppo caro, dove un funzionario di polizia incendia l’auto di un giudice e la cosa finisce in uno scontro a fuoco con due feriti.... 

Leggi tutto…

Sinai: una penisola di punti interrogativi

13 aprile 2016

mcc43

Lamentos del Sinai è un’antologia dello scrittore spagnolo Max Aub ed è un capolavoro della “poetica del falso”, dello scivolamento della realtà nell’irrealtà, con la sovrapposizione di maschere a personaggi veri o il cambio di coordinate di accadimenti concreti. Aub scriveva negli anni ’80. Ora potrebbe aggiungere un altro capitolo e ancora mettere in bocca a un personaggio: “Pobres árabes, árabes pobres. ¿Cuál es el adjetivo, cuál es el sustantivo? ¿Quién es el responsable de este desastre?(*1)

  – L’esercito e la popolazione del Sinai 
– Il Governo e il terrorismo in Sinai
– Quattro governi e il mare del Sinai

Leggi tutto…

Il Mar Rosso e le isole di un accordo precipitoso, fra Sisi e Salman

10 aprile 2016

mcc43

Non è stata una visita secondo il consueto protocollo. Re Salman in Egitto si è fermato più dei due giorni canonici e, oltre al faccia a faccia con Sisi, ha avuto un abboccamento con Pope Tavadros; è la prima volta che un re saudita che va personalmente a omaggiare la massima autorità religiosa copta. Tra le varie importanti dichiarazioni finali, per esempio il progetto del ponte sul Mar Rosso cui sarà dato il nome di re Salman, ha colpito l’attenzione internazionale l’annuncio che l’ Egitto cede all’Arabia Saudita le due isole contese all’imbocco del golfo di Aqaba: Tiran e Sanafir.
isole-mar-rosso-sanafir-tiranIsole di cui i più non si sono mai occupati, se non i vacanzieri di Sharm el Sheik in quanto esse fanno parte del paesaggio, Tiran e Sanafir secondo le intese del 1906 fra la Gran Bretagna e l’Impero Ottomano erano territorio egiziano, reclamato però dall’Arabia Saudita. Nel lungo contenzioso fra i due paesi separati dal golfo di Aqaba,  il 1949 segna un momento importante: dopo la nascita dello stato di Israele i sauditi concedettero agli egiziani di occuparle militarmente “per  scopi difensivi”; dopodichè  il governo provvede a bloccare il transito nello stretto di Tiran per impedire a Israele l’accesso dal Golfo al Mar Rosso. Con la Guerra dei Sei giorni del 1967, le isole cadono sotto il controllo di Israele che le occupa fino al 1987,  quando tornano sotto l’amministrazione egiziana.
L’8 aprile 2016  il governo di Al Sisi firma con re Salman un “accordo di delimitazione delle frontiere marittime”  e  a tambur battente, il giorno dopo, ufficializza che Tiran e Sanafir fanno parte del territorio dell’Arabia Saudita.

Centodieci anni di contenzioso si concludono con un inatteso inchino del presidente al re. Prendono un significato ancora più pregnante, allora,  le notizie filtrate attraverso una intercettazione telefonica  un anno fa [ndr. Ved. Golpe con tangente: Al Sisi d’Egitto e i paesi del Golfo“] Leggi tutto…

Libia: tre Governi, l’Isis e altro

9 aprile 2016

mcc43

Dopo la creazione a tavolino del GNA, Governo di Accordo Nazionale, da parte dell’Onu nel mese di dicembre, mai votato dalle due assemblee in carica – il GNC di Tripoli e l’Hor di Tobruk –  e dopo che Ban ki Moon ha incontrato il premier designato  Fayez al-Serraj in Tunisia per indurlo a trasferire il governo fantasma in Libia – passo ostacolato dal Governo di salvezza nazionale di Tripoli che il giorno designato chiude l’aeroporto costringendo Serraj e alcuni ministri ad arrivare via mare su una fregata italiana e con scorta internazionale –  il nuovo governo di unità dal 30 marzo  è finalmente in Libia.

fayez-al-serraj-gna

Fayez al-Serraj e alcuni membri del GNA

Da quella data il crogiolo di forze rivali o temporaneamente alleate ribolle. In data 9 aprile a livello delle Istituzioni esistono 3 governi, 1 Consiglio di Stato formato a Tripoli da membri del GNA e 1 altro Consiglio di Stato in formazione da parte di 94 deputati dell’Hor di Tobruk che, a questo scopo, si riuniranno a Bengasi. Presenze armate sul terreno: il generale Khalifa Haftar, che ufficialmente combatte l’Isis e in pratica distrugge Bengasi, e l’Isis stessa che, secondo gli Stati Uniti, nell’ultimo anno ha raddoppiato i suoi effettivi. Leggi tutto…

I Curdi nella proxy war dell’ Occidente

12 marzo 2016

mcc43

“Stiamo parlando di crimini molto gravi” dichiara Lama Fakih di Amnesty International dopo l’accertamento di una serie di crimini di guerra: esodi forzati, distruzione di proprietà individuali e di interi villaggi, commessi dai combattenti curdi del YPG contro le minoranze etniche turkmene e arabe, oltre che contro civili di etnia curda in Siria.

(ndr. per la situazione in Iraq ved. “Turkmeni ? Esistono! Sebbene i Curdi in Iraq cerchino di farli scomparire

Video intervista di @lamamfakih .

Schermata 2016-03-12 alle 14.00.30

 

Dal Report Amnesty ‘WE HAD NOWHERE TO GO’

“Siamo stati a casa  perchè il YPG ci aveva detto, ‘Restate nelle vostre case. Non preoccupatevi. Siamo venuti a liberarvi da ISIS. Vogliamo solo i  ricercati… ” ma poi non ci hanno neanche dato il tempo di prendere dei vestiti e ci hanno buttato fuori… Ci hanno tirato fuori dalle nostre case e hanno cominciato a bruciarle … Poi con le ruspe hanno cominciato a demolire … Ogni volta che provavamo ad avvicinarci alla nostra casa  ci ricacciavano indietro.  

***
Il pericolo dei nuovi “filocurdi”
Di 
Ali Murat Yel

professore di Antropologia , Università di Marmara, Turchia

Leggi tutto…

Non mi piace l’8 marzo

7 marzo 2016

mcc43

Non mi interessa quando è stata istituita La Festa delle Donne e spero sia davvero falso il rogo della fabbrica nella quale si dice morirono delle operaie più di un secolo fa . La trovo una festa stupida come tante altre che celebrano uno stato naturale. Chi è a proprio agio in quel che “è” non si cura di parlarne. Nessuno festeggia la capacità di respirare, a battere la gran cassa sull’importanza del respiro sono quelli con problemi respiratori.

fiore-carciofoSe fosse un semplice omaggio alle donne, farebbe del male solo alle mimose, ma ci si butta dentro di tutto, celebrando soprattutto le “vittime” da compiangere e  le “liberate” da emulare.
Premetto che  non sono stata né mi sono mai sentita nella posizione di vittima per essere nata femmina. Quando ho combattuto per problemi personali l’ho fatto pensando alla mia forza, poca o tanta che fosse, non a femminea debolezza. Idem quando ho combattuto per cause collettive; non ho mai agito sentendomi in posizione specificatamente “femminile” perché, qualunque questione riguardi più persone dentro la società, arriva a soluzione solamente essendo tutti insieme, maschi e femmine.

L’8 marzo è la festa del lamento: femminicidio, obiezione di coscienza dei medici all’aborto, quote rosa, pari opportunità..
E’ la festa delle riscattate, le cosiddette “donne con le palle” che lasciano il loro  graffio sul mondo.
Dalla Tatcher che a detta di Mitterand aveva  la bocca di Marilyn e lo sguardo di Caligola, alla Albright  per la quale 500 mila bambini morti sono un prezzo accettabile per liberare  l’ Iraq, che libera non è. Dalla Clinton che posa a Giulio Cesare esultando we came we saw he died per la barbara esecuzione di Gheddafi a Yulia Tymoshenko, treccia color pannocchia e modestia sottozero: credo che Dio mi abbia dato la possibilità di spiegare alla gente cosa è importante e sto cercando di usare questa possibilità.  Amen.
Per essere così, se la cava già egregiamente il maschio, i doppioni non servono.
Più modestamente, ancora in attesa di graffiare la Costituzione, Maria Elena Boschi è donna arrivata  all’ombra di un padre terreno e di un rottamatore. Alle doti politiche, che a me non sono ancora parse elevate, aggiunge la più stantia delle armi donnesche: l’ammicco. Dal voglio essere ricordata per le riforme, non per le forme allo sfilarsi la giacca e poi:  non sono mica rimasta nuda. Posa ad ingenua, la ministra maliziosa.

La donna che opera nel pubblico si trova ad affrontare una scelta: l’approvazione degli uomini o la fedeltà alla propria naturale inclinazione. Ben esemplificato questo dalla famiglia delle suffraggette inglesi Pankhurst. Nella loro comune battaglia per il voto alle donne attraverso il  Women’s Social and Political Union, allo scoppio della prima guerra mondiale Sylvia e Christabel cavalcano con zelo la campagna per portare l’Inghilterra in guerra.  Adela se ne chiama fuori ed è tra i promotori del Women’s Peace Army. Manco a dirlo: oggi è assai meno famosa  delle sorelle.

L’8 marzo dei giorni nostri si celebra nella discoteca con intrattenimento di strip-tease maschile. Le festeggianti in età di bere alcolici devono ancora scoprire come son fatti gli uomini?
Nel 2013 Google con mielosa piaggeria ci ha rinfrescato la memoria, caso mai avessimo scordato d’esser state bambine e che capita, invecchiando, di diventare nonne…

Donna, 
sei delicata e forte.
Quanti ruoli rivesti!
Sei nonna, sei figlia. Sei mamma,
sei adolescente, sei bambina…
Sai donare affetto,
sai essere amante,
sai ritornar fanciulla…
La famiglia si avvolge nel tuo amore.
Godi la tua festa donna!
.
Quell’anno non era ancora partita la martellante campagna di esaltazione delle ragazze di Kobane sempre ridenti e sempre con il mitra.
Non era ancora pervasivo l’ unificazionismo dei generi che oggi rende questo omaggio maledettamente poco politically correct. Pazienza. In attesa del liberante 9 marzo, ci toccano 24 ore di 8 … marcio.

Google+

 

Quale futuro in arrivo per la Tunisia?

4 marzo 2016
tags:
brigade-antiterroriste-tunisie

mcc43

Tra bradisismi politici, minacce jihadiste e la vicinanza della Libia devastata sulla quale calerà l’intervento militare straniero, la Tunisia affronta un anno cruciale.

L’umore della società tunisina non somiglia a quello delle fasi celebrative dell’unica primavera araba non sfociata in un bagno di sangue. La Tunisia ha saputo creare istituzioni democratiche che hanno superato attentati a personalità politiche, una persistente diffidenza tra componente filo-religiosa e filo-laica e una grave crisi politica nel 2013

Il governo guidato dagli islamisiti di Ennahda e presieduto da Hamadi Jebali rassegna le dimissioni nel 2013; si forma un governo di tecnocrati; si vara la nuova costituzione e si torna a votare alla fine del 2014.
Guadagna il maggior numero di seggi “Appello alla Tunisia”, partito laico Nidāʾ Tūnus  di Beji C. Essesbi che assume la presidenza.
I voti non sono sufficienti per un monocolore, si forma un governo di coalizione con Ennahda e gruppi minori, presieduto da Habib Essid, al momento ancora in carica.

Le novità di queste ultime settimane, però, sono molte e pongono seri interrogativi.
L’ex presidente Moncef Marzouk, da vari mesi inquieto, si sfila in marzo insieme a un gruppo di parlamentari di Nida Tunus per creare il partito  Mouvement Projet Tunisie, che promette ai tunisini “una miglior qualità di vita”, ma fino al giorno 20 non sarà ufficializzata l’agenda politica.
Se i voti di Ennhada restano compatti non è certa un’immediata crisi di governo, però la defezione di Marzouk fa scendere i seggi di Nida Tunus da 86 a 58 e Ennahda, presieduto da Rachid Gannouchi, torna a essere il primo partito in parlamento  (69 seggi). Leggi tutto…

Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

21 febbraio 2016

mcc43

umberto-eco-periferia-dell-imperoQuesto articolo è la traduzione di Traveling Through Hyperreality With Umberto Eco, pubblicato  alla fine degli anni ’90 nel sito Transparency.com. E’ un riconoscimento delle intuizioni sul progressivo abbandono della realtà che Eco ebbe durante il suo viaggio negli Stati Uniti degli anni ’70, riportate al ritorno in Italia nel saggio Dalla periferia dell’Impero  

 

Viaggiando attraverso l’Iperrealtà
con Umberto Eco

Premessa: La prima descrizione di come la cultura contemporanea sia costellata di ri-creazioni e di “ambienti a tema” è di Umberto Eco. Nel suo brillante saggio, Eco mostra che noi creiamo delle invenzioni realistiche nel tentativo di escogitare qualcosa che sia meglio del reale, ovvero più attraente di quello che incontriamo nella vita di tutti i giorni. Nella descrizione di Disney, Eco ha visto anche che dietro le facciate si cela la modalità del vendere. Mettete  insieme queste idee e avete una succinta caratterizzazione del nostro tempo, che sempre ci offre qualcosa che sembra migliore rispetto al reale, con lo scopo di venderci qualche cosa. Questo rende Umberto Eco uno dei precursori del pensiero contemporaneo su questo tema. Leggi tutto…

Matrimoni e “surrogati”

7 febbraio 2016

mcc43

Le mura che proteggono le costituzioni sono cementate dalla pubblica opinione. Ed è proprio la pubblica opinione che appare attualmente, con rare eccezioni, poco o male informata; e dedita, in conseguenza di ciò, all’adorazione di falsi idoli.

Nel nostro paese Matrimonio indica due tipi di rapporto. Il matrimonio religioso, nel quale gli sposi stessi sono i celebranti, ministri che si conferiscono reciprocamente il sacramento di fronte alla Chiesa. Questo matrimonio avviene, dunque, in una dimensione del sacro e ha come caratteristica la volontà degli sposi di accogliere i figli. Il matrimonio civile, ha luogo in una sede dello stato, quindi in dimensione totalmente umana. L’ordinamento italiano accoglie il matrimonio religioso sottoponendolo alle medesime norme, obblighi e diritti dei coniugi, nonché diritti dell’eventuale prole fissati per il matrimonio civile. La ragione per cui lo Stato legifera sul matrimonio è perché esso è il rapporto che perpetua le generazioni e crea i cittadini di domani.

Lo Stato non si occupa dei sentimenti.
Lo Stato non entra nella vita interiore dell’aspirante al matrimonio.
Lo Stato non pone requisiti di affettività come soglia d’ingresso alla vita coniugale.
Leggi tutto…

I parà della Folgore a guardia dei confini nordorientali dell’Italia

29 gennaio 2016

mcc43

Il governo Renzi ha schierato le eccellenze militari ai confini dell’Italia, in Friuli Venezia Giulia. Con gli Alpini della Julia, anche un centinaio di parà  della Folgore.

Vedo nella fiumana in cammino dal Medio Oriente verso l’Europa solo dei disperati, stanchi e impauriti  da assistere, non un’invasione di terroristi. Ma i paesi confinanti hanno chiuso le frontiere ed è stato in previsione di queste decisioni che il governo ha considerato necessarie le Forze Speciali? Da semplice cittadino non so e, per di più, fra critiche e miti, trovo sia da mettere a fuoco anche la figura del parà della Folgore a guardia del confine italiano.
divisione-folgore-livornoNel sito del Ministero della Difesa  a proposito dei paracadutisti si legge “Specialità fra le più pregiate della fanteria in tutti gli eserciti, in Italia nasce e si afferma alla vigilia del secondo conflitto mondiale.[…] Nel dopoguerra tramanda le tradizioni della Specialità la Brigata paracadutisti Folgore. Attualmente i reggimenti sono 4 e le loro Bandiere … “  e segue un impressionante elenco di decorazioni a vario titolo.

La base è a Livorno e i rapporti con la città non sono sempre stati  idilliaci. “Qui non si allevano conigli“,  parola di generale in risposta  alle provocazioni di gruppi della sinistra.
Nel 1971 sul muro della stadio di Livorno comparve una scritta vergognosa “46 Paracadutisti morti = 46 fascisti in meno – niente lacrime”. Alludeva alla tragedia della Meloria: l’aereo britannico che trasportava i parà italiani durante un’esercitazione militare congiunta s’inabissò nel Mediterraneo; morirono tutti, anche i sei soldati dell’equipaggio inglese. I corpi  vennero recuperati nelle secche della Meloria.

Leggi tutto…

La diaspora italiana in Tunisia e le impennate della Storia

7 gennaio 2016

mcc43

“La mia madre biologica è l’Italia,
ho sposato la Francia
ma la mia nutrice è stata la Tunisia”
Adriano Salmieri

Quelli di Pirandello erano personaggi in cerca di un autore, altri, invece, sono persone in carne ed ossa che cercano un pubblico per la loro storia. Un luogo dov’è facile incontrarne è il treno. Il caso fa da mediatore e chi ha voglia di ascoltare deve solo intuire che dietro la “copertina” c’è una storia che vuol uscire.

La storia di Carola

Leggi tutto…

Il PKK e la “sirianizzazione” della Turchia

2 gennaio 2016

mcc43

Ciclicamente vediamo formarsi  la “muta da caccia”, per dirla con Elias Canetti, contro un paese prendendo di mira il leader. E’ il turno della Turchia e di Recep T. Erdogan.
La platea che inneggia, i segugi che rincorrono le notizie di RT e Sputnik, media russi di propaganda, partecipano inconsapevolmente al tentativo di destabilizzare una nazione di 75 milioni di persone.

In questo articolo, tradotto dall’edizione inglese de Il Monitor,  l’analisi del momento, e lo scontro interno ai Curdi: con il PKK che ha alzato le trincee nelle strade e invitato i giovani a combattere mentre, per contro, molti Curdi  attendono che Ocalan dia l’ordine di tornare nuovamente alle trattative. Nei social media l’accusa rivolta a Erdogan è aver “rotto la tregua per ragioni elettorali”. La realtà è che la tregua era biennale e scadeva a luglio 2015; il primo scontro è avvenuto  con l’uccisione di due poliziotti da parte del PKK,  cui sono seguiti numerosi attacchi.

Will PKK cross swords with  Ocalan?

Abdullah-Öcalan-Apo

Abdullah Öcalan, detto Apo

Kurtulus Tayiz (*) ieri ha scritto una cosa interessante e importante:  “Il comando del PKK, a Kandil (ndr. centro di comando nelle montagne del Kurdistan iracheno) non vuole che il leader in carcere, Abdullah Apo Ocalan intervenga per una soluzione politica e non obbedirà.
Non penso che le speranze che Ocalan intervenga servirebbero a qualcosa. Finchè i poteri che governano a Kandil e l’ HDP
(ndr. il partito democratico misto) non vogliono, Apo non potrà farsi sentire. Anche se lo Stato glielo chiedesse, Apo non parlerebbe. Dobbiamo capire che è giunto il momento di colpire in Turchia. E’ tempo di “sirianizzare” la Turchia “. (**)

Leggi tutto…

Le nere maree…

1 gennaio 2016

mcc43

Non un vaticinio, ma un monito.

alluvione.frank

Clima Psiche Salute 

assediati dalle nere maree:

Conflitti

Xenofobia

Razzismo

Manipolazione delle notizie

Squilibri economici

Avventurismo scientifico

Diseguaglianze dei diritti

Svuotamento dei principi

…..

Google+

 

 

Maktub blog, analisi del 2015

30 dicembre 2015

I Folletti delle statistiche di WordPress.com
hanno preparato un rapporto annuale 2015
per questo blog.

Ricevo sempre con piacere il rapportino dei Folletti perché non espone solamente quantità, permette d’individuare quali miei interessi sono condivisi  dal pubblico.

Avanti con i numeri: 58 articoli pubblicati, 33.000 visite. Comparando col 2014, 107 articoli e 44.000 visite, risulta un numero di post dimezzato, le visite diminuite, non nella stessa misura perchè sostenute dalle pubblicazioni precedenti.

Infatti, nella classifica dei più letti solamente

John Cantlie: finché Isis mi consente di vivere, bacchetterò i nostri ingannevoli governi

è del 2015. Mi compiaccio dell’interesse per Cantlie, a fronte del silenzio dei suoi colleghi giornalisti, e spero che il 2016 porti la sua liberazione.

Dal passato riemergono gli articoli sui mercenari e sull’infelicità delle persone intelligenti a segnalare un mix di rabbia e tristezza. E ancora Isis: le mappe del territorio conquistato in Siria e la pratica della decapitazione, che non è prescritta dal Corano.

Sono lieta che il giorno di massima affluenza sia merito dell’articolo  sul rapporto fra Islam e CristianesimoUn argomento scottante, da affrontare senza dogmatismi, come avvenuto nell’ appassionato dialogo con Bortocal sotto il suo articolo sul ritrovamento dei frammenti del Corano 

Maktub  non ha per … destino di attirare commentatori, per questo ai fedelissimi va un ringraziamento speciale: la raffinata blogger di Tramedipensieri, gli affezionati non_blogger Marc e Mariposa; le più recenti conoscenze notwnadmin   e passoinindia ,  nonchè tutti gli altri che i folletti  non hanno espressamente nominato, come lpiersantelli

Infine..

Auguri, auguri sinceri
a lettori e blogger,
sia un 2016
esattamente come il loro cuore lo desidera

MCarla

 

 

 

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 33.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 12 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

La Libia e i giochi di prestigio dell’Onu

26 dicembre 2015
tags: ,

mcc43

“Il primo connotato della democrazia è un’assemblea parlamentare eletta a suffragio universale. Quando di assemblee ve ne sono due non è più democrazia ma caos.”


Dalle contestate elezioni di giugno 2014 in Libia legiferavano due Parlamenti: il nuovo, eletto in giugno, migrato a Tobruk “per ragioni di sicurezza” e dichiarato illegale dalla Corte Costituzionale, quello vecchio riconvocato a Tripoli. 
Più di un anno è trascorso, in varie occasioni i media hanno esultato per un accordo “quasi” raggiunto fra i due centri del potere politico. Questo blog era rimasto scettico e silenzioso. Ora  l’Onu, con il nuovo mediatore Martin Kobler, asserisce essere avvenuta una “svolta”.  Sostanziale o formale?

Kerry-gentiloni-kobler-libia

Kerry, Gentiloni, Kobler

Il 17 dicembre a Skhirat in Marocco i rappresentanti dei due parlamenti – Saleh Aguila Issa per Tobruk e  Nuri Abusahmin per Tripoli – hanno apposto la loro firma sul piano dell’Onu per la formazione di un governo di unione nazionale.
Il 23 dicembre,  la risoluzione 2259 del Consiglio di Sicurezza, recepisce tale firma sul (proprio) piano.
Questo pronunciamento delle Nazioni Unite, però, avviene prima che le Assemblee di Tripoli e di  Tobruk abbiano  discusso e votato l’accordo!

Per valutare la tenuta dell’accordo
occorre fare un passo indietro 

Leggi tutto…

Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri

18 dicembre 2015

mcc43

La Striscia di Gaza non ha aeroporto, l’uscita via mare è preclusa; via terra i valichi verso Israele sono agibili a discrezione del governo di Tel Aviv e a Rafah – punto di uscita verso l’Egitto –  vige l’arbitrio congiunto delle autorità egiziane e israeliane con la connivenza internazionale. Prigione a cielo aperto per 1.800.000 persone.

 gaza-barriera-rafah-palestinesi

Nel 1967 durante la Guerra dei 6 Giorni Israele aveva militarmente occupato la Striscia.

-Nel 1978 il Trattato di Pace di Camp David firmato dai premier Begin e Sadat stabilisce che Rafah è il confine tra i due stati.

Leggi tutto…

FONTANA STEFANO BLOG

Società, Mafie, Sicurezza, Serrature, Conoscere per non cascarci

Brave New Libya

Writings from Benghazi, the spark that started it all

I racconti di Riccardo Bianco

Non arrenderti... Un giorno sarai Re

cor-pus 15

sogna la vita, mentre la vivi, intatta.

Lorenzo Piersantelli

Tutto ciò che mi circonda, nel bene e nel male, è un haiku....

pierluigi fagan | complessità

"Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza." (I. Kant)

Global Justice in the 21st Century

commentary on global issues

Uomini Beta

"Chi non dice quello che pensa, finisce per non pensare quello che non può dire" Giovanni Sartori

John Tevis

Analyst and Writer

fotografia najwidoczniej realna

Wszystko, co nie pozwala przejść obojętnie...

Anna My World Of Makeup

Rencesioni e tutorial Makeup Moda & Lifestyle

L' essenziale e' invisibile agli occhi

" Emancipate yourselves from mental slavery .. None but ourselves can free our minds. "

Divagazioni

Pensieri, articoli, lettere, Interviste, dossier, foto, audio, video e altri documenti su tutto e su niente in particolare. Elucubrazioni di una mente (di)vagante

Cor-pus

perché vivere la vita se basta sognarla? - QUESTO BLOG PUO` NUOCERE GRAVEMENTE ALLA SALUTE DEI FANATICI DI QUALUNQUE TIPO. SE RITIENI DI POTER ESSERE OFFESO DALLA CRITICA APERTA AD OGNI TIPO DI POTERE, DI RELIGIONE O DI IDEOLOGIA DOGMATICA ASTIENITI DAL LEGGERLO, ma rispetta la liberta` di chi invece non ne ha paura, lasciando che se lo legga in pace, e se hai un Dio, vai sereno con lui, fratello.

News of the World

news from all the world

passoinindia

Passi ... per avere nuovi occhi ... (Cultura, Storia, Spirtualità & Viaggi in India) (Travel, Culture & Spiritual experience about India)

LA LENTE DI UNA CRONISTA

Considerazioni e riflessioni per vaccinarsi dall'indifferenza

Jung Italia

Blog di Psicologia Analitica e Moderna

JIHADOLOGY: A clearinghouse for jihādī primary source material, original analysis, and translation service

A clearinghouse for jihādī primary source material, original analysis, and translation service

AFFAIRES FAMILIALES &_DROITS_DES_ENFANTS

EXCLUSION PARENTALE et ALIENATION PARENTALE - Maltraitance_psychologique - Enfant-otage / Enfant-soldat http://affairesfamiliales.wordpress.com

/ ca gi zero /

Sometimes here, sometimes not

Gli anziani raccontano

Il solo modo per non morire giovane è diventar vecchio (G. B. Shaw)

Dully Pepper24H

Arte pelo Amor, Arte pelo Mundo, Arte pela Paz!

agenda19892010

The value of those societies in which the capitalist mode of production prevails, present itself as "an immense accumulation of commodities", its unit being a single commodity --- Karl Marx

I tesori di Amleta

il mio mondo diverso

Carmine Aceto

Il mondo è pieno di altri - www.medium.com/carmine-aceto

zeroconsensus

Cuore, batti la battaglia!

ZID INFORMACIJE

Un ritmo intrecciato e spontaneo di storie e realtà

Magik World

"Non bisogna vedere per credere, ma credere per vedere"

Opinionista per caso Viola

Io amo L'Italia ,io amo L'Albania, io amo L'Europa e il mondo intero.. .siamo tutti di passaggio in questo pianeta,quindi non bisogna essere egoisti,avidi,ma bisogna essere generosi con chi è meno fortunato di noi...io dono serenità se non ho cose materiali da offrire...basta anche un sorriso ...

pietervanostaeyen

Musings on Arabism, Islamicism, History and current affairs

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Mauro Poggi

Fotografie e quant'altro

QUAND LE VILLAGE SE REVEILLE

"Quand le village se réveille" est un projet de collecte et de diffusion de traditions et de la culture malienne à travers des images, des audios, des vidéos, et textes et des témoignages des sages. (un blog à venir)

Occupied Palestine | فلسطين

Blogging 4 Human Rights & Liberation of Palestine! فلسطين

laFiam

for a realm of consciousness and responsibility

speraben

il blog di angelo orlando meloni

oichebelcastello

migliorare il proprio paese e non solo

Don Charisma

because anything is possible with Charisma

editoriaraba

Libri, autori ed eventi letterari da Nord Africa e Medio Oriente

Aletho News

ΑΛΗΘΩΣ

Tom Rollins

Middle East politics: Egypt, Israel-Palestine and foreign policy

azouzimedblog

"Mieux vaut mourir debout que vivre toute une vie à genoux." Emilio Zapata

MAKTUB

"Chi non dice quello che pensa, finisce per non pensare quello che non può dire" Giovanni Sartori

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 996 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: