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La vera Libia di oggi la raccontano i medici di Emergency

24 aprile 2016

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Il compito imposto al mainstream oggi è raccontare ciò che noti e ignoti burattinai vogliono sia raccontato. Da ogni luogo di conflitto frammenti di verità emergono solo da chi è la con la popolazione e per la popolazione, come i medici di Emergency.

 

emergency-italia-libiaQuesta organizzazione umanitaria fondata da Gino Strada nel 1994 ha creato un nuovo ospedale in Libia, dopo quello già funzionante a Misurata nel 2011: il Gernada Trauma Center in Cirenaica.
Viaggio nella Libia del generale Haftar tra i feriti dell’ospedale italiano  è il titolo di un report del Corriere della Sera che dà parola a questi medici. Ogni  frase è uno scatto fotografico su una ferita libica. Rimandando all’intero articolo con video, estraggo la parte che riporto qui sotto perché illustra dal campo quanto sono illusori gli entusiasmi ufficiali per il governo  di “accordo nazionale” voluto dall’Onu e presieduto da Fayez Al- Serraj ( ved. articoli in questo blog. )

Caos e anarchia

Al Gernada Trauma Center hanno capito che, più che lavorare per i libici, il problema è lavorarci insieme. Emergency-ospedale-LibiaE che la fatica di gestire un Paese nel caos è quotidiana: “La situazione è un po’ diversa rispetto a quella di altri posti i cui operiamo – spiega Nannini -. Di solito, siamo noi a portare e a pagare tutto. Qui c’è un sistema totalmente collassato e da far ripartire, ma i soldi, i medici e le strutture ci sono. L’Onu ha calcolato che per la sanità servirebbero 160 milioni di dollari: in fondo, sono solo tre giorni di produzione del petrolio… E’ un’altra cosa rispetto all’Afghanistan, non credo che qui dovremo starci 17 anni”. Finita l’emergenza, quest’ospedale sarà di chi governa: l’esercito di Haftar o il premier dell’unità nazionale Serraj, al momento non si sa. L’incertezza è totale, i tempi sono biblici e libici. Nel mentre, i mille burocrati e i due parlamenti della Tripolitania e della Cirenaica, chiamati dalla comunità internazionale a trasferire i loro poteri, sembrano i vietnamiti agli ultimi giorni di Saigon. Non gira un’auto con la targa, l’unica autorità riconosciuta è il generale Haftar che decide perfino sui visti ai giornalisti (e chi non ha i timbri giusti, com’è accaduto a noi, finisce dentro). Tutti fan di tutto, pur di non mollare un centimetro: il ministero dell’Interno del governo di Tobruk, che dovrebbe trasferire i poteri a Tripoli, è in realtà un cantiere coi muratori che ritinteggiano i corridoi e preparano una nuova era. “Nessuno sa bene come deve avvenire questa transizione – ironizza il ministro della Sanità di Tobruk, Reida Al Oakley -. Ho telefonato l’altro giorno al mio collega nominato da Serraj, un dentista del Sud che sta a Tripoli, per spiegargli un problema. Mi ha detto di non avere ancora alcun potere e m’ha consigliato di parlare con Martin Kobler, l’inviato dell’Onu per la Libia. Allora ho chiamato Kobler, ma lui mi ha mandato da Serraj. Alla fine ho parlato con Serraj, e lui che cosa m’ha risposto? Di parlare di nuovo col suo ministro della Sanità! Ce cosa devo fare? La Banca centrale di Tripoli ci ha fermato tutti i soldi. E io come li pago, gli ospedali?”.

 

 

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Egitto: uccidere per Giulio Regeni

21 aprile 2016

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Accade che dei cittadini italiani vengano uccisi da governi stranieri, ma la reazione dell’Italia non è sempre la stessa. Giovanni Lo Porto cadde vittima di un drone americano. “Accidentalmente” è l’avverbio che copre la mancata liberazione, la mancata informazione dell’attacco ai jihadisti che lo detenevano, la mancata precauzione di appurare che nel sito attaccato non vi fossero innocenti. Bastarono le scuse di Obama.  Silvano Trevisan è stato ucciso in Nigeria nel 2013, non si è mai potuto sapere se dai terroristi [a detta di Site, il sito di Rita Katz che ha il monopolio delle informazioni sulle attività Jihadiste, se ne assunsero la responsabilità] in risposta a un blitz inglese e nigeriano per la liberazione degli ostaggi. Oppure se ucciso dagli stessi  SAS inglesi in un fallito tentativo, di cui non avevano avvisato l’Italia. Italia che subito ha adottato come versione ufficiale: il blitz non è mai avvenuto. 

Giulio è stato trovato cadavere in Egitto dopo una scomparsa di alcuni giorni. Da quel momento è iniziata una virale campagna “Verità per Regeni” nella quale i media si sono distinti fin dal primo momento nella raccolta di  dichiarazioni da chiunque volesse farne alimentando l’idea che, viste le contraddizioni, fossero le autorità egiziane ad aver motivo di nascondere la verità perchè colpevoli. Il  governo italiano esercita pressioni e avanza richieste contrarie alla costituzione egiziana, ma anche al più banale concetto di privacy, ritira l’ambasciatore, promette misteriose risposte proporzionali.
Che esistano degli aventi profitto a rovinare i rapporti  fra i due paesi vien detto sottovoce, perchè si punta all’emozione e Giulio è immortalato come un giovanotto sorridente e spettinato che abbraccia teneramente un gattino.

Che cosa provoca questa pressione emotiva in un paese dove dell’ordine pubblico si occupa una polizia senza controllo assistita da teppisti? Un paese dove ormai chi ha funzioni pubbliche, o semplicemente gode di uno status di borghese, preferisce girare armato. Dove un poliziotto spara a un barista perché il tè è troppo caro, dove un funzionario di polizia incendia l’auto di un giudice e la cosa finisce in uno scontro a fuoco con due feriti.... 

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Sinai: una penisola di punti interrogativi

13 aprile 2016

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Lamentos del Sinai è un’antologia dello scrittore spagnolo Max Aub ed è un capolavoro della “poetica del falso”, dello scivolamento della realtà nell’irrealtà, con la sovrapposizione di maschere a personaggi veri o il cambio di coordinate di accadimenti concreti. Aub scriveva negli anni ’80. Ora potrebbe aggiungere un altro capitolo e ancora mettere in bocca a un personaggio: “Pobres árabes, árabes pobres. ¿Cuál es el adjetivo, cuál es el sustantivo? ¿Quién es el responsable de este desastre?(*1)

  – L’esercito e la popolazione del Sinai 
– Il Governo e il terrorismo in Sinai
– Quattro governi e il mare del Sinai

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Il Mar Rosso e le isole di un accordo precipitoso, fra Sisi e Salman

10 aprile 2016

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Non è stata una visita secondo il consueto protocollo. Re Salman in Egitto si è fermato più dei due giorni canonici e, oltre al faccia a faccia con Sisi, ha avuto un abboccamento con Pope Tavadros; è la prima volta che un re saudita che va personalmente a omaggiare la massima autorità religiosa copta. Tra le varie importanti dichiarazioni finali, per esempio il progetto del ponte sul Mar Rosso cui sarà dato il nome di re Salman, ha colpito l’attenzione internazionale l’annuncio che l’ Egitto cede all’Arabia Saudita le due isole contese all’imbocco del golfo di Aqaba: Tiran e Sanafir.
isole-mar-rosso-sanafir-tiranIsole di cui i più non si sono mai occupati, se non i vacanzieri di Sharm el Sheik in quanto esse fanno parte del paesaggio, Tiran e Sanafir secondo le intese del 1906 fra la Gran Bretagna e l’Impero Ottomano erano territorio egiziano, reclamato però dall’Arabia Saudita. Nel lungo contenzioso fra i due paesi separati dal golfo di Aqaba,  il 1949 segna un momento importante: dopo la nascita dello stato di Israele i sauditi concedettero agli egiziani di occuparle militarmente “per  scopi difensivi”; dopodichè  il governo provvede a bloccare il transito nello stretto di Tiran per impedire a Israele l’accesso dal Golfo al Mar Rosso. Con la Guerra dei Sei giorni del 1967, le isole cadono sotto il controllo di Israele che le occupa fino al 1987,  quando tornano sotto l’amministrazione egiziana.
L’8 aprile 2016  il governo di Al Sisi firma con re Salman un “accordo di delimitazione delle frontiere marittime”  e  a tambur battente, il giorno dopo, ufficializza che Tiran e Sanafir fanno parte del territorio dell’Arabia Saudita.

Centodieci anni di contenzioso si concludono con un inatteso inchino del presidente al re. Prendono un significato ancora più pregnante, allora,  le notizie filtrate attraverso una intercettazione telefonica  un anno fa [ndr. Ved. Golpe con tangente: Al Sisi d’Egitto e i paesi del Golfo“] Continua a leggere…

Libia: tre Governi, l’Isis e altro

9 aprile 2016

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Dopo la creazione a tavolino del GNA, Governo di Accordo Nazionale, da parte dell’Onu nel mese di dicembre, mai votato dalle due assemblee in carica – il GNC di Tripoli e l’Hor di Tobruk –  e dopo che Ban ki Moon ha incontrato il premier designato  Fayez al-Serraj in Tunisia per indurlo a trasferire il governo fantasma in Libia – passo ostacolato dal Governo di salvezza nazionale di Tripoli che il giorno designato chiude l’aeroporto costringendo Serraj e alcuni ministri ad arrivare via mare su una fregata italiana e con scorta internazionale –  il nuovo governo di unità dal 30 marzo  è finalmente in Libia.

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Fayez al-Serraj e alcuni membri del GNA

Da quella data il crogiolo di forze rivali o temporaneamente alleate ribolle. In data 9 aprile a livello delle Istituzioni esistono 3 governi, 1 Consiglio di Stato formato a Tripoli da membri del GNA e 1 altro Consiglio di Stato in formazione da parte di 94 deputati dell’Hor di Tobruk che, a questo scopo, si riuniranno a Bengasi. Presenze armate sul terreno: il generale Khalifa Haftar, che ufficialmente combatte l’Isis e in pratica distrugge Bengasi, e l’Isis stessa che, secondo gli Stati Uniti, nell’ultimo anno ha raddoppiato i suoi effettivi. Continua a leggere…

I Curdi nella proxy war dell’ Occidente

12 marzo 2016

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“Stiamo parlando di crimini molto gravi” dichiara Lama Fakih di Amnesty International dopo l’accertamento di una serie di crimini di guerra: esodi forzati, distruzione di proprietà individuali e di interi villaggi, commessi dai combattenti curdi del YPG contro le minoranze etniche turkmene e arabe, oltre che contro civili di etnia curda in Siria.

(ndr. per la situazione in Iraq ved. “Turkmeni ? Esistono! Sebbene i Curdi in Iraq cerchino di farli scomparire

Video intervista di @lamamfakih .

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Dal Report Amnesty ‘WE HAD NOWHERE TO GO’

“Siamo stati a casa  perchè il YPG ci aveva detto, ‘Restate nelle vostre case. Non preoccupatevi. Siamo venuti a liberarvi da ISIS. Vogliamo solo i  ricercati… ” ma poi non ci hanno neanche dato il tempo di prendere dei vestiti e ci hanno buttato fuori… Ci hanno tirato fuori dalle nostre case e hanno cominciato a bruciarle … Poi con le ruspe hanno cominciato a demolire … Ogni volta che provavamo ad avvicinarci alla nostra casa  ci ricacciavano indietro.  

***
Il pericolo dei nuovi “filocurdi”
Di 
Ali Murat Yel

professore di Antropologia , Università di Marmara, Turchia

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Non mi piace l’8 marzo

7 marzo 2016

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Non mi interessa quando è stata istituita La Festa delle Donne e spero sia davvero falso il rogo della fabbrica nella quale si dice morirono delle operaie più di un secolo fa . La trovo una festa stupida come tante altre che celebrano uno stato naturale. Chi è a proprio agio in quel che “è” non si cura di parlarne. Nessuno festeggia la capacità di respirare, a battere la gran cassa sull’importanza del respiro sono quelli con problemi respiratori.

fiore-carciofoSe fosse un semplice omaggio alle donne, farebbe del male solo alle mimose, ma ci si butta dentro di tutto, celebrando soprattutto le “vittime” da compiangere e  le “liberate” da emulare.
Premetto che  non sono stata né mi sono mai sentita nella posizione di vittima per essere nata femmina. Quando ho combattuto per problemi personali l’ho fatto pensando alla mia forza, poca o tanta che fosse, non a femminea debolezza. Idem quando ho combattuto per cause collettive; non ho mai agito sentendomi in posizione specificatamente “femminile” perché, qualunque questione riguardi più persone dentro la società, arriva a soluzione solamente essendo tutti insieme, maschi e femmine.

L’8 marzo è la festa del lamento: femminicidio, obiezione di coscienza dei medici all’aborto, quote rosa, pari opportunità..
E’ la festa delle riscattate, le cosiddette “donne con le palle” che lasciano il loro  graffio sul mondo.
Dalla Tatcher che a detta di Mitterand aveva  la bocca di Marilyn e lo sguardo di Caligola, alla Albright  per la quale 500 mila bambini morti sono un prezzo accettabile per liberare  l’ Iraq, che libera non è. Dalla Clinton che posa a Giulio Cesare esultando we came we saw he died per la barbara esecuzione di Gheddafi a Yulia Tymoshenko, treccia color pannocchia e modestia sottozero: credo che Dio mi abbia dato la possibilità di spiegare alla gente cosa è importante e sto cercando di usare questa possibilità.  Amen.
Per essere così, se la cava già egregiamente il maschio, i doppioni non servono.
Più modestamente, ancora in attesa di graffiare la Costituzione, Maria Elena Boschi è donna arrivata  all’ombra di un padre terreno e di un rottamatore. Alle doti politiche, che a me non sono ancora parse elevate, aggiunge la più stantia delle armi donnesche: l’ammicco. Dal voglio essere ricordata per le riforme, non per le forme allo sfilarsi la giacca e poi:  non sono mica rimasta nuda. Posa ad ingenua, la ministra maliziosa.

La donna che opera nel pubblico si trova ad affrontare una scelta: l’approvazione degli uomini o la fedeltà alla propria naturale inclinazione. Ben esemplificato questo dalla famiglia delle suffraggette inglesi Pankhurst. Nella loro comune battaglia per il voto alle donne attraverso il  Women’s Social and Political Union, allo scoppio della prima guerra mondiale Sylvia e Christabel cavalcano con zelo la campagna per portare l’Inghilterra in guerra.  Adela se ne chiama fuori ed è tra i promotori del Women’s Peace Army. Manco a dirlo: oggi è assai meno famosa  delle sorelle.

L’8 marzo dei giorni nostri si celebra nella discoteca con intrattenimento di strip-tease maschile. Le festeggianti in età di bere alcolici devono ancora scoprire come son fatti gli uomini?
Nel 2013 Google con mielosa piaggeria ci ha rinfrescato la memoria, caso mai avessimo scordato d’esser state bambine e che capita, invecchiando, di diventare nonne…

Donna, 
sei delicata e forte.
Quanti ruoli rivesti!
Sei nonna, sei figlia. Sei mamma,
sei adolescente, sei bambina…
Sai donare affetto,
sai essere amante,
sai ritornar fanciulla…
La famiglia si avvolge nel tuo amore.
Godi la tua festa donna!
.
Quell’anno non era ancora partita la martellante campagna di esaltazione delle ragazze di Kobane sempre ridenti e sempre con il mitra.
Non era ancora pervasivo l’ unificazionismo dei generi che oggi rende questo omaggio maledettamente poco politically correct. Pazienza. In attesa del liberante 9 marzo, ci toccano 24 ore di 8 … marcio.

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Quale futuro in arrivo per la Tunisia?

4 marzo 2016
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Tra bradisismi politici, minacce jihadiste e la vicinanza della Libia devastata sulla quale calerà l’intervento militare straniero, la Tunisia affronta un anno cruciale.

L’umore della società tunisina non somiglia a quello delle fasi celebrative dell’unica primavera araba non sfociata in un bagno di sangue. La Tunisia ha saputo creare istituzioni democratiche che hanno superato attentati a personalità politiche, una persistente diffidenza tra componente filo-religiosa e filo-laica e una grave crisi politica nel 2013

Il governo guidato dagli islamisiti di Ennahda e presieduto da Hamadi Jebali rassegna le dimissioni nel 2013; si forma un governo di tecnocrati; si vara la nuova costituzione e si torna a votare alla fine del 2014.
Guadagna il maggior numero di seggi “Appello alla Tunisia”, partito laico Nidāʾ Tūnus  di Beji C. Essesbi che assume la presidenza.
I voti non sono sufficienti per un monocolore, si forma un governo di coalizione con Ennahda e gruppi minori, presieduto da Habib Essid, al momento ancora in carica.

Le novità di queste ultime settimane, però, sono molte e pongono seri interrogativi.
L’ex presidente Moncef Marzouk, da vari mesi inquieto, si sfila in marzo insieme a un gruppo di parlamentari di Nida Tunus per creare il partito  Mouvement Projet Tunisie, che promette ai tunisini “una miglior qualità di vita”, ma fino al giorno 20 non sarà ufficializzata l’agenda politica.
Se i voti di Ennhada restano compatti non è certa un’immediata crisi di governo, però la defezione di Marzouk fa scendere i seggi di Nida Tunus da 86 a 58 e Ennahda, presieduto da Rachid Gannouchi, torna a essere il primo partito in parlamento  (69 seggi). Continua a leggere…

Umberto Eco : Disney e l’età della simulazione

21 febbraio 2016

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umberto-eco-periferia-dell-imperoQuesto articolo è la traduzione di Traveling Through Hyperreality With Umberto Eco, pubblicato  alla fine degli anni ’90 nel sito Transparency.com. E’ un riconoscimento delle intuizioni sul progressivo abbandono della realtà che Eco ebbe durante il suo viaggio negli Stati Uniti degli anni ’70, riportate al ritorno in Italia nel saggio Dalla periferia dell’Impero  

 

Viaggiando attraverso l’Iperrealtà
con Umberto Eco

Premessa: La prima descrizione di come la cultura contemporanea sia costellata di ri-creazioni e di “ambienti a tema” è di Umberto Eco. Nel suo brillante saggio, Eco mostra che noi creiamo delle invenzioni realistiche nel tentativo di escogitare qualcosa che sia meglio del reale, ovvero più attraente di quello che incontriamo nella vita di tutti i giorni. Nella descrizione di Disney, Eco ha visto anche che dietro le facciate si cela la modalità del vendere. Mettete  insieme queste idee e avete una succinta caratterizzazione del nostro tempo, che sempre ci offre qualcosa che sembra migliore rispetto al reale, con lo scopo di venderci qualche cosa. Questo rende Umberto Eco uno dei precursori del pensiero contemporaneo su questo tema. Continua a leggere…

Matrimoni e “surrogati”

7 febbraio 2016

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Le mura che proteggono le costituzioni sono cementate dalla pubblica opinione. Ed è proprio la pubblica opinione che appare attualmente, con rare eccezioni, poco o male informata; e dedita, in conseguenza di ciò, all’adorazione di falsi idoli.

Nel nostro paese Matrimonio indica due tipi di rapporto. Il matrimonio religioso, nel quale gli sposi stessi sono i celebranti, ministri che si conferiscono reciprocamente il sacramento di fronte alla Chiesa. Questo matrimonio avviene, dunque, in una dimensione del sacro e ha come caratteristica la volontà degli sposi di accogliere i figli. Il matrimonio civile, ha luogo in una sede dello stato, quindi in dimensione totalmente umana. L’ordinamento italiano accoglie il matrimonio religioso sottoponendolo alle medesime norme, obblighi e diritti dei coniugi, nonché diritti dell’eventuale prole fissati per il matrimonio civile. La ragione per cui lo Stato legifera sul matrimonio è perché esso è il rapporto che perpetua le generazioni e crea i cittadini di domani.

Lo Stato non si occupa dei sentimenti.
Lo Stato non entra nella vita interiore dell’aspirante al matrimonio.
Lo Stato non pone requisiti di affettività come soglia d’ingresso alla vita coniugale.
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I parà della Folgore a guardia dei confini nordorientali dell’Italia

29 gennaio 2016

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Il governo Renzi ha schierato le eccellenze militari ai confini dell’Italia, in Friuli Venezia Giulia. Con gli Alpini della Julia, anche un centinaio di parà  della Folgore.

Vedo nella fiumana in cammino dal Medio Oriente verso l’Europa solo dei disperati, stanchi e impauriti  da assistere, non un’invasione di terroristi. Ma i paesi confinanti hanno chiuso le frontiere ed è stato in previsione di queste decisioni che il governo ha considerato necessarie le Forze Speciali? Da semplice cittadino non so e, per di più, fra critiche e miti, trovo sia da mettere a fuoco anche la figura del parà della Folgore a guardia del confine italiano.
divisione-folgore-livornoNel sito del Ministero della Difesa  a proposito dei paracadutisti si legge “Specialità fra le più pregiate della fanteria in tutti gli eserciti, in Italia nasce e si afferma alla vigilia del secondo conflitto mondiale.[…] Nel dopoguerra tramanda le tradizioni della Specialità la Brigata paracadutisti Folgore. Attualmente i reggimenti sono 4 e le loro Bandiere … “  e segue un impressionante elenco di decorazioni a vario titolo.

La base è a Livorno e i rapporti con la città non sono sempre stati  idilliaci. “Qui non si allevano conigli“,  parola di generale in risposta  alle provocazioni di gruppi della sinistra.
Nel 1971 sul muro della stadio di Livorno comparve una scritta vergognosa “46 Paracadutisti morti = 46 fascisti in meno – niente lacrime”. Alludeva alla tragedia della Meloria: l’aereo britannico che trasportava i parà italiani durante un’esercitazione militare congiunta s’inabissò nel Mediterraneo; morirono tutti, anche i sei soldati dell’equipaggio inglese. I corpi  vennero recuperati nelle secche della Meloria.

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La diaspora italiana in Tunisia e le impennate della Storia

7 gennaio 2016

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“La mia madre biologica è l’Italia,
ho sposato la Francia
ma la mia nutrice è stata la Tunisia”
Adriano Salmieri

Quelli di Pirandello erano personaggi in cerca di un autore, altri, invece, sono persone in carne ed ossa che cercano un pubblico per la loro storia. Un luogo dov’è facile incontrarne è il treno. Il caso fa da mediatore e chi ha voglia di ascoltare deve solo intuire che dietro la “copertina” c’è una storia che vuol uscire.

La storia di Carola

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Il PKK e la “sirianizzazione” della Turchia

2 gennaio 2016

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Ciclicamente vediamo formarsi  la “muta da caccia”, per dirla con Elias Canetti, contro un paese prendendo di mira il leader. E’ il turno della Turchia e di Recep T. Erdogan.
La platea che inneggia, i segugi che rincorrono le notizie di RT e Sputnik, media russi di propaganda, partecipano inconsapevolmente al tentativo di destabilizzare una nazione di 75 milioni di persone.

In questo articolo, tradotto dall’edizione inglese de Il Monitor,  l’analisi del momento, e lo scontro interno ai Curdi: con il PKK che ha alzato le trincee nelle strade e invitato i giovani a combattere mentre, per contro, molti Curdi  attendono che Ocalan dia l’ordine di tornare nuovamente alle trattative. Nei social media l’accusa rivolta a Erdogan è aver “rotto la tregua per ragioni elettorali”. La realtà è che la tregua era biennale e scadeva a luglio 2015; il primo scontro è avvenuto  con l’uccisione di due poliziotti da parte del PKK,  cui sono seguiti numerosi attacchi.

Will PKK cross swords with  Ocalan?

Abdullah-Öcalan-Apo

Abdullah Öcalan, detto Apo

Kurtulus Tayiz (*) ieri ha scritto una cosa interessante e importante:  “Il comando del PKK, a Kandil (ndr. centro di comando nelle montagne del Kurdistan iracheno) non vuole che il leader in carcere, Abdullah Apo Ocalan intervenga per una soluzione politica e non obbedirà.
Non penso che le speranze che Ocalan intervenga servirebbero a qualcosa. Finchè i poteri che governano a Kandil e l’ HDP
(ndr. il partito democratico misto) non vogliono, Apo non potrà farsi sentire. Anche se lo Stato glielo chiedesse, Apo non parlerebbe. Dobbiamo capire che è giunto il momento di colpire in Turchia. E’ tempo di “sirianizzare” la Turchia “. (**)

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Le nere maree…

1 gennaio 2016

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Non un vaticinio, ma un monito.

alluvione.frank

Clima Psiche Salute 

assediati dalle nere maree:

Conflitti

Xenofobia

Razzismo

Manipolazione delle notizie

Squilibri economici

Avventurismo scientifico

Diseguaglianze dei diritti

Svuotamento dei principi

…..

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Maktub blog, analisi del 2015

30 dicembre 2015

I Folletti delle statistiche di WordPress.com
hanno preparato un rapporto annuale 2015
per questo blog.

Ricevo sempre con piacere il rapportino dei Folletti perché non espone solamente quantità, permette d’individuare quali miei interessi sono condivisi  dal pubblico.

Avanti con i numeri: 58 articoli pubblicati, 33.000 visite. Comparando col 2014, 107 articoli e 44.000 visite, risulta un numero di post dimezzato, le visite diminuite, non nella stessa misura perchè sostenute dalle pubblicazioni precedenti.

Infatti, nella classifica dei più letti solamente

John Cantlie: finché Isis mi consente di vivere, bacchetterò i nostri ingannevoli governi

è del 2015. Mi compiaccio dell’interesse per Cantlie, a fronte del silenzio dei suoi colleghi giornalisti, e spero che il 2016 porti la sua liberazione.

Dal passato riemergono gli articoli sui mercenari e sull’infelicità delle persone intelligenti a segnalare un mix di rabbia e tristezza. E ancora Isis: le mappe del territorio conquistato in Siria e la pratica della decapitazione, che non è prescritta dal Corano.

Sono lieta che il giorno di massima affluenza sia merito dell’articolo  sul rapporto fra Islam e CristianesimoUn argomento scottante, da affrontare senza dogmatismi, come avvenuto nell’ appassionato dialogo con Bortocal sotto il suo articolo sul ritrovamento dei frammenti del Corano 

Maktub  non ha per … destino di attirare commentatori, per questo ai fedelissimi va un ringraziamento speciale: la raffinata blogger di Tramedipensieri, gli affezionati non_blogger Marc e Mariposa; le più recenti conoscenze notwnadmin   e passoinindia ,  nonchè tutti gli altri che i folletti  non hanno espressamente nominato, come lpiersantelli

Infine..

Auguri, auguri sinceri
a lettori e blogger,
sia un 2016
esattamente come il loro cuore lo desidera

MCarla

 

 

 

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 33.000 volte in 2015. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 12 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

La Libia e i giochi di prestigio dell’Onu

26 dicembre 2015
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“Il primo connotato della democrazia è un’assemblea parlamentare eletta a suffragio universale. Quando di assemblee ve ne sono due non è più democrazia ma caos.”


Dalle contestate elezioni di giugno 2014 in Libia legiferavano due Parlamenti: il nuovo, eletto in giugno, migrato a Tobruk “per ragioni di sicurezza” e dichiarato illegale dalla Corte Costituzionale, quello vecchio riconvocato a Tripoli. 
Più di un anno è trascorso, in varie occasioni i media hanno esultato per un accordo “quasi” raggiunto fra i due centri del potere politico. Questo blog era rimasto scettico e silenzioso. Ora  l’Onu, con il nuovo mediatore Martin Kobler, asserisce essere avvenuta una “svolta”.  Sostanziale o formale?

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Kerry, Gentiloni, Kobler

Il 17 dicembre a Skhirat in Marocco i rappresentanti dei due parlamenti – Saleh Aguila Issa per Tobruk e  Nuri Abusahmin per Tripoli – hanno apposto la loro firma sul piano dell’Onu per la formazione di un governo di unione nazionale.
Il 23 dicembre,  la risoluzione 2259 del Consiglio di Sicurezza, recepisce tale firma sul (proprio) piano.
Questo pronunciamento delle Nazioni Unite, però, avviene prima che le Assemblee di Tripoli e di  Tobruk abbiano  discusso e votato l’accordo!

Per valutare la tenuta dell’accordo
occorre fare un passo indietro 

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Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte seconda: Israele ed Egitto carcerieri

18 dicembre 2015

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La Striscia di Gaza non ha aeroporto, l’uscita via mare è preclusa; via terra i valichi verso Israele sono agibili a discrezione del governo di Tel Aviv e a Rafah – punto di uscita verso l’Egitto –  vige l’arbitrio congiunto delle autorità egiziane e israeliane con la connivenza internazionale. Prigione a cielo aperto per 1.800.000 persone.

 gaza-barriera-rafah-palestinesi

Nel 1967 durante la Guerra dei 6 Giorni Israele aveva militarmente occupato la Striscia.

-Nel 1978 il Trattato di Pace di Camp David firmato dai premier Begin e Sadat stabilisce che Rafah è il confine tra i due stati.

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Tra Gaza e il mondo c’è Rafah. Parte prima: I costi umani

14 dicembre 2015
rafah valico

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Il confine fra la Striscia di Gaza e l’Egitto spacca la città di Rafah, un tempo tutta palestinese. Chiuso da più di cento giorni, il valico è stato riaperto il 4 e 5 dicembre.
Nell’urgente necessità di uscire: 25 mila persone. Titolari, in teoria, del diritto: stranieri, studenti, malati in espatrio per cure mediche. Effettivamente usciti: 658 persone.

In questa Parte Prima (*), la testimonianza di un giovane Palestinese che ha vissuto l’odissea del viaggio, fra stanchezza, attese, prevaricazioni.

Shaker ritorna in questo blog, dopo la sua Lettera da Gaza, la speranza nonostante il dolore, [ripubblicata e commentata in Corpus] ha una laurea e lavora in un call center; aveva ottenuto una borsa di studio per un dottorato (PHD)  in Turchia e i corsi erano cominciati già da mesi. L’apertura di dicembre era l’unica possibilità per imprimere la svolta alla sua vita.
Così, come un fiume in piena, mi racconta l’odissea di coloro che cercano di uscire dalla  prigione_Gaza.  
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Uri Avnery: Terrorismo Internazionale ed ipocrisia

6 dicembre 2015

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“L’impero dell‘assurdiozia” di
uri avnery israel Uri Avnery

Il cosiddetto “terrorismo internazionale” non esiste. Dichiarare una guerra contro il “terrorismo internazionale” è una cosa del tutto insensata. I politici che lo fanno sono o imbecilli o cinici o probabilmente tutti e due.

Il terrorismo è un’arma. Come un cannone. Rideremo in faccia chiunque dichiarerebbe la guerra contro un ”artiglieria internazionale”. Un cannone appartiene ad un esercito, servendo gli obiettivi di questo esercito. Il cannone di una parte spara sul cannone dall’altra parte.

Il terrorismo costituisce un modus operandi frequente messo in atto da popoli sottomessi, tra cui la resistenza francese contro i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Derideremo chiunquedichiarerebbe la guerra contro “la resistenza internazionale”.

Carl von Clausewitz, il pensatore militare prussiano, ha  detto la famosa frase secondo cui la guerra era semplicemente “la continuazione della politica con altri mezzi.   Se vivesse con noi oggi, direbbe: “Il terrorismo significa “una continuazione della politica con altri mezzi.”

Il terrorismo letteralmente significa far paura alle vittime, affinché capitolino dinnanzi alla volontà del terrorista.

Il terrorismo è un’arma. Abitualmente è l’arma dei deboli, di coloro che non possiedono bombe atomiche come quelle gettate su Hiroshima e Nagasaki, terrorizzando i giapponesi per costringerli ad arrendersi. Oppure gli aerei che distrussero Dresda, tentando (in vano) di terrorizzare i tedeschi per costringerli alla resa.

Visto che la maggior parte dei gruppi e dei paesi che applicano il terrorismo persegue diversi obiettivi che spesso si contraddicono tra loro, non esiste nulla di “internazionale”, quando si tratta di terrorismo. Ogni campagna terrorista ha un suo carattere del tutto specifico, per non parlare del fatto che nessuno si considera terrorista, ma solo un combattente per Dio, la Libertà e altro. Continua a leggere…

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