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Elezioni in Palestina: progetto o miraggio con il governo di Al-Sinwar in Gaza?

16 febbraio 2017

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Il 6 febbraio l’Autorità Palestinese ha annunciato di aver indetto per il 13 maggio le elezioni municipali per Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme est. Già le elezioni di ottobre dovevano portare al voto la generalità dei Palestinesi, ma erano state “fermate” dalla Corte Suprema Palestinese a seguito delle eccezioni sollevate da Hamas contro i candidati di Fatah nelle circoscrizioni di Gaza, nonché per l’impossibilità di dar corso alla consultazione a Gerusalemme Est  dove Israele frappone ostacoli.
Immediatamente dopo l’annuncio dell’Autorità Palestinese vi è stata una reazione negativa da parte di Hamas. Quanto c’è di vero e/o cosa significa?

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Mahmoud Abbas, Khaled Meshal, Ismail Haniyeh a Doha, Qatar

Dopo le mancate elezioni  (Palestina, the day after), a fine ottobre Abbas ha incontrato in Qatar i leader di Hamas, Meshal e Haniyeh.
In dicembre, si è tenuto il Congresso di Fatah, maggior partito palestinese, al quale Meshal ha inviato un  messaggio dai toni concilianti.
In Gennaio, Abbas (nella doppia veste di leader governativo, con AP, e di partito, con Fatah) ha incontrato Meshal per colloqui indetti da Vladimir Putin a Mosca. Il comunicato conclusivo riporta che i due massimi esponenti politici palestinesi si sono accordati per la formazione di un governo di unità nazionale, cui arrivare attraverso la formazione di un Consiglio Nazionale (nota1)che comprenderà anche i Palestinesi in esilio e rappresentanti del Jihad Islamico – e le elezioni politiche per il Parlamento e il Presidente. Leggi tutto…

Bambini di Palestina processati dal tribunale militare di Israele

13 febbraio 2017

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Soldati-idf-israele-e-bambini-palestinesiSarah Champion è deputato laburista alla Camera dei Comuni e Ministro-ombra per le pari opportunità. Si è recata in Cisgiordania per assistere a una delle più gravi e continuate violazioni dei diritti umani: il processo di bambini palestinesi presso il Tribunale militare di Israele. Quello che ha visto lo ha raccontato nell’articolo, qui di seguito tradotto, intitolato What On Earth Is Going On In The West Bank – And How Are We Letting It Happen? dellHuffington Post del 10 febbraio 2017.

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Cosa diavolo sta succedendo in Cisgiordania e
come facciamo a lasciarlo accadere?

Fa freddo. Davvero molto freddo. Il vento arriva come tanti colpi di frusta dall’aperta campagna e il compound militare che ho davanti è il primo ostacolo che trova nel suo corso. E ‘ la prima settimana di gennaio e io sono in Palestina, in coda per entrare dove potrò vedere di persona i bambini detenuti sotto processo e l’emissione della sentenza.
Sono fortunata. Abbiamo spedito i miei documenti agli Israeliani in anticipo e i due avvocati internazionali con me sono ben conosciuti, così bastano 10 minuti e siamo dentro. Non così fortunati i genitori che sono stati in coda a lungo già prima del nostro arrivo. Molto probabilmente partiti alle cinque per essere lì quando il primo caso sarebbe stato chiamato, alle nove. La Palestina è un paese molto piccolo, ha circa le stesse dimensioni di una contea inglese, non è la distanza o la mancanza di mezzi di trasporto pubblici a rendere i viaggi così lunghi: sono i posti di blocco.
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Libano, Palestinesi e … blogger

12 febbraio 2017

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Sebbene travolti dall’invadenza dei social media, i blog continuano a svolgere un’efficace funzione, differente dall’informazione ufficiale e dalla superficialità dei social media. In questo blog PALESTINA spicca nella nuvola delle Tag rivelando la priorità data alle vicende di quella parte del mondo, e la collaborazione fra blogger può diventare intensa solidarietà virtuale per coloro che vivono una condizione di diritti negati, come accade ai Palestinesi. La mia solidarietà per la Palestina precede la nascita di Maktub e si era espressa in rete varie volte nei commenti  e negli articoli grazie all’ospitalità nell’edizione precedente del blog Corpus15 .

campo-profughi-palestinesi-libano-muralesE’ noto che l’Associazione Un Ponte per… opera in varie realtà del Medio Oriente e dei Balcani, distinguendosi per l’attività a favore dei bambini palestinesi dei Campi Profughi nel Libano. Sono da anni sostenitrice di questa presenza del Ponte e della sinergia con l’organizzazione Palestinese Beit Aftal Assumud a favore dell’istruzione dei bambini.

Nel 2010 per la prima volta ho fatto parte della delegazione per la conoscenza dei Campi Profughi. L’amico blogger Bortocal di Corpus mi incitò a raccontare in diretta quell’esperienza.  Ne nacque un dialogo, scherzosamente assimilato a quello di un caporedattore con l’inviata speciale, che al termine Bortocal ha assiemato con cura e mcc43 ha pubblicato in Scribd. Leggi tutto…

Giulietta Capuleti da Verona: la confidente degli innamorati

10 febbraio 2017
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lettere-giulietta-capuleti-veronaScrivere a chi non esiste e ricevere risposta… Giulietta, simbolo dell’amore contrastato o impossibile, richiama folle di turisti a commuoversi sotto il suo balcone. Alcuni lasciano lì una missiva, ancor di più sono quelli che, da ogni parte del mondo, prendono carta e penna per raccontare del loro amore, delle speranze o dell’infelicità che li animano. Sulla busta semplicemente: “Giulietta, Verona”.

La corrispondenza di Giulietta è iniziata quasi un secolo fa, si legge nella home page del Juliet Club, “quando il custode della Tomba di Giulietta, Ettore Solimani, iniziò a raccogliere le prime missive che i turisti lasciavano in cerca di consiglio; commosso dal fenomeno, ebbe l’idea di rispondere diventando così il primo “Segretario di Giulietta”.
Dopo la guerra, le lettere non hanno smesso di arrivare, ma chissà se ricevevano ancora un ricontro. Sarà negli anni ’80 che l’amministrazione veronese organizzerà il servizio di risposta a questo fiume di affetto e di romanticismo. 
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Il 25° Emendamento della Costituzione e l’inquilino della Casa Bianca

3 febbraio 2017

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La Costituzione degli Stati Uniti si adegua via via con l’aggiunta di Emendamenti. Inizialmente per la Vicepresidenza non era fissata una funzione esecutiva, né codificata – in caso di morte o di impossibilità ad operare del Presidente – la successione del Vicepresidente.

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Questo passaggio si verificò per la prima volta nel 1841, quando John Tyler succedette al defunto Presidente Harrison. Fu una soluzione improvvisata, ma divenne abituale per superare la crisi causata dalla morte di sette presidenti fino al 1963.
Fu c
on l’assassinio di John F. Kennedy che i poteri vennero assunti in modo formale dal vicepresidente Lyndon Johnson e gli venne ufficialmente attribuita anche la facoltà di scegliere il nuovo Vicepresidente. Tutto venne scritto nella Costituzione con l’aggiunta del 25° Emendamento. Leggi tutto…

Donald Trump a vele spiegate verso l’impeachment?

1 febbraio 2017
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Allan Lichtman non sbaglia il pronostico delle elezioni presidenziali fin dal 1984. Segue un suo metodo, forse arricchito dall’esperienza di una candidatura al Senato nel 2005 andata male.
Durante la campagna elettorale aveva previsto, in controtendenza alle aspettative e ai sondaggi, il successo di Donald Trump. Aveva aggiunto, però, un secondo pronostico: l’impeachment.

Video-intervista al Washington Post

I Repubblicani non vogliono un presidente imprevedibile, ne vogliono uno sicuro come Mike Pence. Un conservatore fedele alle linee del partito. Al Congresso, pertanto, i Repubblicani potranno scegliere di sfruttare una delle tre grosse debolezze del Presidente Trump.

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Maktub blog in WordPress e gli strani numeri del 2016

8 gennaio 2017

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Nessuna statistica di fine 2016 dai Folletti di WordPress. Chissà perché. Allora provvedo per conto mio, poiché c’è un dato che mi preme sottolineare.
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La statistica è presto fatta: 51 articoli pubblicati nel 2016, meno dei 58 del 2015, totale visualizzazioni 32.000, non molto dissimile dai 33.000 dell’anno precedente. Proprio il numero delle visualizzazioni dà un’impressione ingannevole.  Leggi tutto…

Come l’Occidente ha inventato l’Islam nemico

2 gennaio 2017

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di Raniero La Valle

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L’editore Bordeaux pubblica “ Cronache Ottomane “ di Raniero La Valle: reportage del padre Renato La Valle che nel 1908 racconta da Costantinopoli la rivoluzione dei giovani turchi e la strage degli armeni.

Cominciò a Costantinopoli. La guerra alla Libia, o in Libia, o per la Libia, sembra che stia nel destino dell’Italia. Forse quando nella Costituzione all’art. 11 l’Italia ripudiò la guerra, si dimenticò di ripudiare anche quella con la Libia. Fatto sta che l’Italia nel 2011 ha partecipato alla guerra messa su dalla Francia per uccidere Gheddafi e tuttora dalla base di Sigonella fa da sponda per la guerra al Califfato islamico in Libia, la bombarda all’occorrenza con i droni, su ordine, beninteso del presidente del Consiglio, si è offerta alla Difesa americana per le operazioni militari sul terreno e manda le sue truppe accompagnate dai medici ovvero i medici accompagnati dalle truppe.

Ma anche dello scontro con l’Islam sembra che l’Italia non possa fare a meno. Nel 1991, quando da poco era stato buttato giù il muro di Berlino, e l’Occidente era rimasto senza nemico, nel nuovo Modello di Difesa allestito dal governo Andreotti e presentato al Parlamento in ottobre dal ministro Rognoni, veniva annunciata la scelta del nuovo nemico, che era appunto l’Islam. Nella visione di quei governanti non si trattava più di usare lo strumento militare per adempiere al “sacro dovere” della difesa della Patria, previsto dall’art. 52 della Costituzione, impedendo ai cosacchi di abbeverare i loro cavalli nelle fontane di piazza san Pietro, come motteggiava il luogo comune della vecchia propaganda anticomunista, ma si trattava di “proiettarlo” a difendere gli “interessi esterni” dell’Italia, anche quelli “economici” e “produttivi”, dovunque fossero minacciati.

E perché le cose fossero chiare, e si intendesse quali sarebbero state le zone di presumibile intervento e quale il nemico, il Modello di Difesa assumeva come paradigma il conflitto arabo-israeliano, in corso da oltre quarant’anni. Esso era interpretato come una “contrapposizione tra tutto il mondo arabo da un lato, sia pure con formule e sfumature diverse, ed il nucleo etnico ebraico dall’altro”, e proprio quel conflitto era assunto come modello nel Modello di Difesa, in quanto poteva essere considerato, secondo quei pianificatori militari, “un’emblematica chiave interpretativa del rapporto Islam-Occidente”. Dopo l’antitesi Est-Ovest il nuovo confronto, come si leggeva alle pagine 15 e 16 di quel progetto “di difesa”, era nell’area mediterranea “tra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica ed i modelli di sviluppo del mondo occidentale”. La svolta era così rude che ci fu in Parlamento, quel 26 novembre del ’91, chi disse che quello non era un nuovo modello di difesa ma un nuovo modello di Stato, di relazioni internazionali, di alleanze militari e di soluzione delle controversie; né si poteva intendere che nel “sacro dovere di difesa della Patria” fossero compresi gli interessi esterni dell’Italia, quali che essi fossero e in qualsiasi luogo fossero minacciati. Ma nessuno se ne curò, e il nuovo modello di difesa fu messo in pratica, ed è operante anche oggi, perfino senza che il Parlamento lo discutesse in aula e l’approvasse con un voto. 

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L’Onu e la lezione che Israele rifiuta di apprendere

28 dicembre 2016

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Nel  rispetto dell’Articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, il Consiglio di Sicurezza
1. afferma che l’adempimento dei principi della Carta richiede l’instaurazione di una pace giusta e duratura in Medio Oriente, che dovrebbe comprendere l’applicazione di entrambi i seguenti principi:

(I) ritiro delle forze armate di Israele dai territori occupati nel recente conflitto.
(Ii) Cessazione di tutte le rivendicazioni o stati di belligeranza, il riconoscimento e il rispetto della sovranità, l’integrità territoriale e l’indipendenza politica di ogni Stato della regione e il loro diritto di vivere in pace  liberi da minacce o atti di forza  entro confini sicuri e riconosciuti .

Quanto sopra  è scritto nella Risoluzione ONU numero 242 del 22.11.1967   e compare nell’incipit della Risoluzione numero 2334 del 23.12.2016, che tanto scompiglio sta portando nelle relazioni del governo israeliano con l’amministrazione americana  e con i 14 stati che l’hanno votata nel Consiglio di Sicurezza.  

La Risoluzione 242 affermava esplicitamente l’inammissibilità dell’acquisizione di territori per mezzo della guerra; venne accettata nominalmente da Israele ma dilazionata nel tempo con la condizione ” il ritiro sarà discusso con i paesi arabi”.
Venne rifiutata dall’OLP, Organizzazione per la Liberazione della Palestina, con la motivazione “riduce i Palestinesi a una semplice questione di Rifugiati”. In tutto il documento, infatti, gli Arabi di Palestina, o Palestinesi, non vengono mai citati.  Leggi tutto…

Egitto: terrorismo di stato?

14 dicembre 2016

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Domenica 11 dicembre un’esplosione all’ingresso della chiesa di san Pietro, adiacente la Cattedrale di San Marco al Cairo, ha ucciso 24 persone e ne ha ferite 49.  E’ l’attentato più denso di incognite, sugli autori e per le conseguenze future, dentro un’escalation di attacchi.

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(Photo credit should read KHALED DESOUKI/AFP/Getty Images)

.

Dalla pagina Facebook di Unheard Egypt
“Quando Mubarak era al potere, ogni anno nel mese di dicembre una chiesa subiva un attentato. Gli attacchi settari ai luoghi di culto cristiani hanno lo scopo di alimentare l’odio tra musulmani e cristiani e distrarre il popolo egiziano da problemi più gravi. In ognuno di questi attentati un certo numero di persone innocenti viene arrestato, processato oppure scompare o viene ucciso come capro espiatorio.

Dall’articolo fj-p.com (versione dall’arabo)
“Il sistema Sisi è come quello del regime di Mubarak, che realizzò l’attentato della Chiesa Santi nel 2010, per sottomettere Papa Shenouda alle politiche di Mubarak, per giustificare le politiche volte a sopprimere gli islamisti”

. Leggi tutto…

Il 7° Congresso di Fatah: svolgimento, conclusioni e discorso di Mahmoud Abbas

6 dicembre 2016

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Il 7° Congresso di Fatah si è chiuso il 3 dicembre.
Ricostruzione dei lavori e conclusioni.

Punti principali:
-Obiettivi del 7° Congresso
-Composizione dell’Assemblea, polemiche
-Mahmoud Abbas: reincarico e discorso
(Balfour, Oslo, Israele, Hamas, Trump)
-Elezione  Comitato Centrale e Consiglio Rivoluzionario
-Chiusura e commenti

Sul percorso preparatorio del 7° Congresso vedere:  
Palestina prepara il settimo congresso di Fatah (link)

palestina-fatah-congresso-palestine-congress

 

Questo articolo scaricabile in pdf
il-7-congresso-di-fatah_-svolgimento-conclusioni-e-discorso-di-mahmoud-abbas-_-maktub

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Volontario fra i Bambara del Mali

1 dicembre 2016
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In Africa si va per varie ragioni, c’è il turista dell’elegante resort e il dipendente di aziende straniere, c’è il mercenario combattente e il bodygard del magnate, come si è visto in altra occasione. Altri, invece, raggiungono il continente con il solo scopo di portare aiuto. Sono volontari che talvolta ritornano anno dopo anno.  Mal d’Africa? Forse un po’, ma soprattutto volontà di lasciare un segno che migliori la realtà quotidiana delle popolazioni.

Mario Bessone è uno di questi volontari che da una valle del Piemonte ogni anno scende fino al Mali, a sud e quasi al confine con il Burkina Faso. Perché va là, dove fino a metà dell’ 800 esisteva un impero, l’Impero dei Bambara guerrieri, cacciatori, agricoltori e costruttori di città? 

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In Israele non esiste status di rifugiato. Gli immigrati sono classificati “infiltrati”

28 novembre 2016

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da International Business Time   di Andrea Spinelli Barrile

Immigrazione: il modello israeliano
di rimpatri e reinsediamenti
produce solo disperazione

migranti-israele.“” È ad esempio la storia, raccontata da Al-Jazeera, di Musgun Gebar: quattro anni fa è partito dall’Eritrea ed ha attraversato, a piedi, il deserto del Sahara e l’altopiano del Sinai, prima di arrivare in Israele. Un viaggio lungo un mese durante il quale è stato vittima dei trafficanti, ha sofferto la fame, ha visto morire la metà delle persone che hanno viaggiato con lui. Privo di passaporto, Gebar è salito sul primo aereo della sua vita pochi giorni fa per affrontare il volo di 15 ore che separa Tel Aviv, capitale di Israele, da Entebbe, città aeroportuale dell’Uganda vicina alla capitale Kampala.

Gebar aveva con sé 3.500 dollari americani in banconote da 100 e un documento provvisorio, con lettera di accompagno, del governo israeliano: un lasciapassare che gli ha spalancato le porte dell’Uganda. Ad Al-Jazeera Gebar ha raccontato di essere stato detenuto nel campo di detenzione per immigrati chiamato Holot, nel cuore del deserto del Negev, nella parte meridionale dello Stato d’Israele. A un certo punto i funzionari israeliani del campo lo hanno messo davanti a tre diverse opzioni: restare lì, a tempo indeterminato, tornare in Eritrea, da dove era fuggito e dove, se sarebbe rientrato, avrebbe perso la vita, oppure accettare i 3.500 dollari messi a disposizione dal governo di Israele e lasciarsi trasferire in un paese terzo. Senza esitazione ha accettato la terza opzione, ma la vera questione è un’altra: Musgun Gebar ha veramente potuto scegliere?

La questione è molto controversa. Sabine Haddad, portavoce dell’autorità per l’immigrazione di Israele, afferma che Tel Aviv ha siglato un accordo con due paesi africani, senza tuttavia citare quali, per il trasferimento dei richiedenti asilo “indesiderati”: uno di questi sarebbe l’Uganda, come la storia di Gebar dimostra, e l’altro sarebbe il Ruanda. Entrambi i Paesi africani hanno negato alcun tipo di accordo e nessuno dei due ha offerto lo status di rifugiato alle persone che vengono trasferite da Israele. Secondo un portavoce del governo di Kampala, Ofwono Opondo, la voce di un accordo tra Israele e l’Uganda sui rifugiati e richiedenti asilo “è stata fatta circolare dai servizi segreti” di Tel Aviv. Le autorità ugandesi e ruandesi in realtà più che negare nicchiano, dicono e non dicono, e si capisce visto che la controparte offerta da Israele è golosa, la famosa offerta che non si può rifiutare, ma anche molto poco popolare: armi, addestramento militare e altri aiuti.

Una volta accettata la proposta del governo israeliano e portati da qualche altra parte i migranti, sopratutto provenienti dall’Africa orientale, si trovano in un limbo dal quale è difficile uscire, in perenne attesa di diventare un rifugiato ‘legale’ da qualche parte e nel frattempo, proprio in virtù di questa illegalità di forma, si trova impossibilitato a lavorare. Un problema enorme e che potrebbe ingrandirsi sempre più, se si pensa che solo dall’Eritrea ogni mese circa 5.000 persone fuggono dal regime: Israele è una delle mete più ambite, in molti credono di poter trovare delle opportunità o comunque di poter vivere una vita più semplice ma la maggior parte delle volte la loro utopia li trasferisce da un incubo all’altro, senza soluzione di continuità. Molti titoli di studio non vengono riconosciuti in Israele e medici, infermieri, insegnanti eritrei in fuga si ritrovano a pulire i pavimenti dei ristoranti di cucina shawarma di Tel Aviv o Gerusalemme: in Israele non esiste lo status di rifugiato e sono circa 42.000 i sudanesi e gli eritrei presenti in Israele come “infiltrati”.

continua

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Poveri in Egitto, fra Al Sisi e il Fondo Monetario

13 novembre 2016
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Il giorno 11.11 piazza Tahrir era popolata solo di blindati e poliziotti. Ci chiedevamo alla vigilia della manifestazione del Movimento dei Poveri, Haraket Ghabala, “Si tratta di una velleità? Di una trappola?” Ora la domanda è: in che modo si è arrivati al fallimento della protesta?

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Palestina prepara il settimo Congresso di FATAH

10 novembre 2016
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Fatah, il partito che guida l’Autorità Palestinese, va verso il Congresso del 29 novembre, dal quale uscirà una nuova composizione del Comitato Centrale e la designazione del successore di Mahmoud Abbas.

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Il Movimento dei Poveri in Egitto: l’11.11 di Haraket Ghalaba

3 novembre 2016
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Si espande nei social media l’appello di “Haraket Ghalaba”, il Movimento dei Poveri, che chiama gli Egiziani a una grande sollevazione il giorno 11 novembre. Nel 2011 si disse che la rivoluzione contro Mubarak era stata preparata in Facebook, ora in Facebook si fa conoscere Haraket Ghalaba: è possibile il medesimo scenario? Si tratta di una velleità ? Di una trappola?

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In Libano la partita presidenziale finisce con Teheran 1 e Ryad quasi 0

31 ottobre 2016
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Michel Aoun e Hassan Nasrallah

L’elezione a Presidente di Michel Aoun suggerisce che dal braccio di ferro delle capitali che contano in Libano: Teheran, via Hezbollah, e Ryad, via Hariri, quest’ultima esce sconfitta. Presumibilmente scontenti la Francia, che puntava su Samir Geagea, e gli Usa, che annoverano Saad Hariri fra i loro fedelissimi.

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Nella tragedia e fra i misteri di Lockerbie, anche l’umana solidarietà

21 ottobre 2016

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Volo PanAm 103 precipitato a Lockerbie: tragedia, complotto, fallimento della Giustizia, ma anche aspetti di umana solidarietà sconosciuti alle cronache.

lockerbie-panam

La notte del 21 dicembre 1988, una bomba esplose a bordo del volo Pan Am 103 diretto a New York, mandando in pezzi il velivolo. Il relitto precipitò sugli abitanti addormentati della cittadina scozzese di Lockerbie.  Tutti i 259 passeggeri e l’equipaggio morirono come pure 11 residenti del posto. Leggi tutto…

Libia oggi: molti poteri, nessun potere centrale

13 ottobre 2016
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Che il governo “di accordo nazionale”, varato il 17 dicembre dell’anno scorso in Marocco, fosse per l’insieme dei libici una creatura aliena, imposta dall’estero attraverso l’Onu, era chiaro. L’articolo “Libia: i giochi di prestigio dell’Onu”  illustrava tutte le riserve dei rappresentanti libici, costretti a firmare il documento che lo istituiva.

Le Istituzioni in divenire/ I due Governi/
Misurata contro l’Isis/ L’Islamismo e… che cosa?

*** Leggi tutto…

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