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Castel Ursino, l’arcana fortezza di Federico II

25 giugno 2016

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castel-ursino-catania-federico-di-sveviaImmagine stessa della solidità, Castello Ursino suscita l’impressione di un potere invincibile.
Così lo volle  Stupor Mundi Federico II, come monito ai Catanesi. Mai più dovevano osare allearsi con i Guelfi, mai più dovevano contare sull’astuzia del loro clero per sfuggire alla distruzione della città e salvare le loro vite.

Storia o leggenda che sia, si narra che su Catania fosse caduta la collera imperiale. Un editto punitivo ordinava la distruzione della città e l’uccisione della popolazione. Costretti ad arrendersi, i Catanesi implorarono di poter celebrare un’ultima funzione religiosa nella Cattedrale della Patrona Sant’Agata. Una Messa cui volle assistere anche Federico e… 

castel-ursino-grifone-federico-di-sveviaAll’interno del breviario trovò un foglietto su cui stavano scritte lettere misteriose: N.O.P. A.Q.U.I.E. . Un canonico della cattedrale gli spiegò il significato: Noli offendere patriam Agathae, quia ultrix iniuriarum est. Evidentemente “non offendere la patria di Agata perché è vendicatrice delle offese” impressionò  l’imperatore  che decise di risparmiare la vita dei Catanesi.
Non rinunciò, però, ad umiliarli facendoli passare sotto il giogo della Porta di Mezzo che tradizionalmente esisteva presso la cappella della Madonna delle Grazie. Non desistette nemmeno dall’imporre la completa distruzione della città.
In seguito a questo avvenimento Federico fece erigere il Castello:  Castrum Sinus, una fortezza sul mare. Osservando la facciata, in una nicchia in alto – a destra del portale dell’ingresso principale – si vede chiaramente un’aquila di marmo che artiglia una preda; è l’ammonimento all’intera città la quale da allora non osò più ribellarsi.”
da Catania segreta di Rosario Leonardi

Sarà anche per quest’episodio “miracoloso” che Federico volle il Castello disseminato di riferimenti esoterici. Costruito fra il 1239 e il 1250  (*1* ) l’edificio a pianta quadrangolare – figura geometrica che simboleggia la Terra – misura cinquanta metri per lato, le mura sono in pietra lavica e hanno uno spessore di due metri e mezzo; restano intatte quattro torri angolari, di quelle mediane se ne sono conservate due soltanto. L’ orientamento della costruzione è calcolato affinché all’alba del solstizio d’inverno il sole illumini il torrione sud-est,  al tramonto quello sud-ovest. Al solstizio d’estate il sole ruota all’alba sul torrione di nord-est e al tramonto su quello di nord-ovest.
Il Pentalfa, la stella a cinque punte talismano di Federico, orna la parete  frontale a levante, la Menorah, candelabro a sette braccia della tradizione ebraica compare a ponente, dove non manca la Croce, mentre su una parete del cortile è visibile il Nodo di Salomone.  Federico parlava sei lingue e di tutte conosceva la letteratura, la religiosità e l’esoterismo, così che il Castello ospitò Sufi, Cabalisti e Templari.

IMG_5507.JPG V Etna

Dipinto della città di Catania sotto l’eruzione dell’Etna nel 1669; si vede la massa lavica, divisa in due bracci, di cui il maggiore lambisce Castel Ursino

Perfino l’Etna  si trattenne dal travolgere il Castrum Sinus. La colata lavica della grande eruzione del 1669 sommerse interamente la città. Ricoprì per sempre il lago Nicito e il bacino dei giochi della Naumachia,  ma lambì solamente il Castello e passò oltre, creando un nuovo litorale esteso centocinquanta metri oltre le sue mura. I massi lavici sono ben visibili, sul lato destro, sotto il livello stradale nei fossati che circondano l’edificio.

Castello Ursino resistette anche al terremoto del 1693 che inflisse a Catania la peggiore delle sue distruzioni poiché le costò il maggior tributo di vite umane: solo un terzo dei 27 mila Catanesi sopravvisse.
Katané è come la Sfinge: nove volte è stata distrutta, da eruzioni, terremoti, vendette e dai bombardamenti anglo-americani del 1943. Sempre è risorta sullo stesso luogo dalle sue macerie. Melior de cinere surgo.

 

 

Oggi il Castello Ursino è sede del Museo Civico ed ospita mostre itineranti,
come il “Museo della Follia” presentato da Vittorio Sgarbi e
comprendente varie sezioni, opere artistiche come quelle di Ligabue e Pietro Ghizzardi,
video, come quello sugli ospedali psichiatrici giudiziari e sull’opera di Franco Basaglia,
oltre a una collezione di oggetti di proprietà dei pazienti e strumenti della terapia.

Forte suggestione ispirano le “Mummie” de La classe morta,
installazione dell’artista e scenografo Cesare Inzerillo;
figure sospese al confine tra la vita e la morte, in un limbo
dove realtà,  sogno o incubo si confondono.

 

 

(1) Le date sono certe, forse Ursino è coevo di  Castel del Monte, in Puglia, che è a pianta ottagonale ma  del quale la datazione è meno certa.

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Islam e noi : Riconoscere la pluralità per fermare la paura

20 luglio 2016

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marco-arnaboldi-ricercatore-islam-politicoEstratto da  [ANALISI] Perchè l’Islam non è il nemico. Riconoscere la pluralità per fermare la paura.

di Marco Arnaboldi – Esperto di Relazioni Internazionali e ricercatore sull’ Islam politico

Estratto:

[…] Esistono gruppi armati e idee armate. Fra le seconde è la finzione jihadista di negare l’esistenza di pluralismo nel Medio Oriente, di (ri-)attivare una identità religiosa per lo più fittizia nel tentativo di amalgamare tradizioni islamiche assai diverse fra loro. Campione di questa narrazione è lo Stato Islamico, che la concretizza tramite la delegittimazione di pratiche ad esso estranee e il tentativo di annientare il consenso musulmano verso altre organizzazioni, in primo luogo i rivali qaidisti. Per intenderci, se dovesse scegliere una frase di presentazione, Abu Bakr al-Baghdadi non direbbe mai “morte ai miscredenti”, ma “noi siamo l’Islam, rappresentiamo la Sunna (tradizione)”.

Paradossalmente, accade in questi giorni che una buona fetta di opinione pubblica e, in maniera più allarmante, di pensatori e politici, si schieri contro lo Stato Islamico pur sposandone la retorica. Infatti è ormai facile sentir dire che il nemico è l’Islam, parole un tempo smistate fra intimi sussurri, oggi pronunciate con arroganza di verità celata. Eguagliare Islam e jihadismo è non solo operazione per lo più errata, ma nella maggior parte dei casi dannosa. Significa ampliare all’intero spettro storico dell’Islam il campo di esistenza dell’identità fra i due termini, mossa che combacia con il nichilismo confessionale dello Stato Islamico. In parole semplici, ricondurre le recenti azioni terroristiche all’Islam tout court è un autogol clamoroso perché significa confermare la pretesa di rappresentanza universale dello Stato Islamico (e, in maniera minore, di altri gruppi simili).

Continua a leggere in Jihadistan o in  ISPI

 

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& inserimento 

Attualità: C.G. Jung e il manicomio della politica

19 luglio 2016
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Da JungItalia

carl-gustav-jung-giovane«Come psicologo sono profondamente interessato ai disturbi mentali, in particolare quando contagiano intere nazioni.
Voglio sottolineare che disprezzo la politica di tutto cuore: non sono nè un bolscevico, nè un nazista, nè un antisemita. Sono uno svizzero neutrale e perfino nel mio paese non mi interesso di politica, perché sono convinto che per il novantanove per cento la politica sia solo un sintomo e che tutto faccia tranne che curare i mali sociali.
Circa il cinquanta per cento della politica è detestabile perché avvelena la mente del tutto incompetente delle masse. Ci mettiamo in guardia contro le malattie contagiose del corpo, ma siamo esasperatamente incauti riguardo alle malattie collettive, ancora più pericolose, della mente.

Faccio questa dichiarazione per scoraggiare sin dall’inizio ogni tentativo di coinvolgimenti in qualsivoglia partito politico. Ho delle buone ragioni per farlo: il mio nome è stato più volte portato nella discussione politica anche, come ben sapete, si trova attualmente in uno stato febbrile. E’ soprattutto a causa del fatto che mi occupo delle incontestabili differenze all’interno della psicologia nazionale e razziale che si è verificata una serie di fraintendimenti quasi fatali e di errori pratici nelle relazioni internazionali e nelle frizioni sociali interne.
In un’atmosfera come questa, politicamente avvelenata e surriscaldata, è diventato praticamente impossibile condurre una discussione scientifica sana e spassionata su questi problemi così delicati eppure estremamente importanti.
Discutere pubblicamente questi problemi avrebbe più o meno la stessa efficacia di un direttore di manicomio che si mettesse a discutere le particolari fissazioni dei suoi pazienti proprio in mezzo a loro. Vedete, il fatto tragicomico è che tutti sono convinti della loro normalità, esattamente come il dottore stesso è convinto del proprio equilibrio mentale…»

(C.G.Jung – Comunicato stampa in occasione di una visita negli Stati Uniti – 4 ottobre 1936)

 

 

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A me gli occhi, please! Media e manipolazione

18 luglio 2016

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Nel post-golpe Turchia i media hanno virato verso la “preoccupazione per i diritti umani”. Ignorare quanto la Costituzione turca impone agli organi dello stato può essere cosa da poco per i commentatori generalisti, ma non curarsi di verificare la verità delle immagini che vengono pubblicate è incapacità professionale o genuina manipolazione, forse entrambi.

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Il “non golpe” in Turchia e Fetullah Gulen

16 luglio 2016
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turchia-manifestanti-contro-tank-golpe

 

15-16 luglio 2016
“Il primo ministro turco Binali Yildirim ha annunciato in un discorso televisivo che  durante il tentativo di colpo di stato in Turchia, dalla sera di Venerdì all’alba di Sabato, 165 persone sono morte,  più di 1400 i feriti. 2839 membri dell’esercito sono stati arrestati per il tentativo di colpo di stato guidato dai  colonnelli. “

“Terribili riprese video postate sui social media hanno mostrato carri armati [ndr. golpisti] contro i manifestanti che cercavano di bloccare il loro percorso, corpi insanguinati sparsi per le strade di Ankara e  elicotteri che sparavano sulla folla dei civili.” vedere ricostruzione del Washington Post 

“Struttura parallela” è l’espressione con cui le autorità di Ankara sono solite indicare il religioso Fethullah Gulen e i suoi seguaci. Già ieri sera, il presidente Erdogan aveva puntato il dito contro Gulen parlando della responsabilità del tentato golpe. Accuse respinte al mittente dallo stesso Gulen (che ha fermamente condannato l’attacco) – (nota 1) e dal suo gruppo Alleanza per i valori condivisi, che ha definito “irresponsabili” le accuse del presidente. ” da Repubblica “

***

Chi è Fetullah Gulen ?

Intervista di Prison Planet al regista del film che racconta della pervasiva rete di “scuole” che l’imam Gulen ha creato nel mondo, e negli Usa
con il denaro dei contribuenti americani 

****

Fetullah #Gulen, “santino” della #Cia, ammannito agli anti #Erdogan

Pubblicato in una Nota di Facebook il 22 settembre 2015

fetullah-gulen-turchiaSi assiste alla promozione di Fetullah Gulen a vittima dell’oscurantista Erdogan, con amaro divertimento quando a farlo è l’opinione pubblica di sinistra ignara che  Gulen “È uno dei fondatori dell’Associazione per la Lotta contro il Comunismo, attivo nella sede della città di Erzurum, Turchia.” Se Erdogan indigna gli internauti d’Occidente con la sua visione tradizionale del ruolo della donna, che direbbero, sapendo, che Gulen insegna ” la superiorità degli uomini, paragonata alle donne, non può essere negata” ? Leggi tutto…

John Cantlie, ostaggio dell’Isis e noi: le stesse domande

13 luglio 2016

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Perché si bombarda una Università? Perché si colpiscono abitazioni civili? Sono la cultura e la gente comune il nemico dell’Occidente? Evidentemente no, ma per colpire lo Stato Islamico si vuole terrorizzare quelli che lo Stato Islamico accettano o subiscono?  Sono “danni collaterali” trascurabili? Perchè fare dell’Università di Mosul un cumulo di macerie, chiede John Cantlie

Il 13 luglio 2016 Cantlie  formula le domande alla coalizione in un video, nuovamente da Mosul; sullo sfondo le macerie dell’Università, le strade della città affollate per gli acquisti della festa dell’Aid.

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“Dovete chiedervi: perché la coalizione ha deciso di distruggere l’università? Se fosse stata un deposito di armi, un sito militare o un centro di addestramento per  combattenti sarebbe stato comprensibile. Ma era solo la migliore università dell’Iraq


Ogni volta la sua persona appare più provata, ora anche trasandata, con una magrezza che lascia supporre l’anoressia o un trattamento inumano. 
A me non è dato capire perché il governo inglese non intenda liberare il discendente di una famiglia che alla Corona ha dato molto, né comprendo perché non vi sia un movimento internazionale dei difensori dei diritti umani.  

Da ostaggio a volto e voce dell’Isis scrive la maggior parte dei media, inquieta, forse imbarazzata da un uomo che aveva dichiarato con chiarezza più di un anno fa 

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Black Lives Matter: Obama e l’FBI in disaccordo sui metodi della polizia

11 luglio 2016
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Nella mappa dei poteri  il Federal Bureau of Investigation  dipende dal Dipartimento della Giustizia, ma la scelta del Direttore è prerogativa del Presidente degli Stati Uniti. E’ sufficiente un’occhiata alle competenze FBI elencate sul sito ufficiale, o nella pagina Wikipedia in italiano, perché sia evidente che l’FBI è un potere a sé dentro lo stato.

John Edgar Hoover rimase in carica sotto otto presidenti: quasi mezzo secolo di potere che permise all’FBI – fra l’altro (nota 1)-  di bloccare le indagini sull’assassinio di JFK.

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Barack Obama  stringe la mano a James Comey alla cerimonia di insediamento come Direttore FBI (JEWEL SAMAD/AFP/Getty Images)

Oggi il Direttore del Bureau è il repubblicano James Comey nominato da Obama nel 2013, preferendolo con uno sforzo bipartisan a Lisa Monaco, suo consigliere antiterrorismo. Il rapporto di fiducia fra i due, però, s’incrina spesso e presto. L’ambito che cattura  l’attenzione, sulla scorta degli eventi tragici di questi giorni che hanno visto gli agenti uccidere ed essere uccisi, è la polizia sulla quale Obama e Comey divergono in merito alle attrezzature, ai metodi e perfino alle parole chiave della comunicazione.

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La polizia USA impara in Israele come sopraffare il cittadino “nemico”

8 luglio 2016

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Ricordatevi che i poliziotti che vanno a addestrarsi in Israele, e là come nemico hanno i Palestinesi,  quando torneranno a casa per loro nemico prenderanno voi.

Eran Efrati, che in Israele è nato e ha prestato servizio nell’esercito, si rivolgeva così agli americani [qui video e traduzione: ” La storia bussa di nuovo alla porta in Palestina“] . Rivelava loro che gli agenti di polizia di vari stati americani si recano in polizia-usa-brutalitàIsraele ad apprendere le tecniche tipiche della guerra per applicarle poi al mantenimento dell’ordine pubblico. E’ una prassi anche in altre nazioni (*1) che non ne fanno motivo di comunicazione pubblica, esattamente come gli Stati Uniti, dove le conseguenze, però, si vedono ormai da alcuni anni. Compete alle fonti del pensiero critico dare notizia di questo slittamento da mantenimento dell’ordine pubblico ad affrontamento di un nemico. Da un articolo di Free Thought Project.com  del 2015:

Almeno 300 sceriffi degli Stati Uniti, così come agenti dell’FBI e guardie di frontiera, sono andati in Israele per apprendere direttamente la tecnica più efficace per sottomettere la popolazione. Il presunto scopo è la lotta al terrorismo, ma vengono discusse anche le manifestazioni di protesta e i metodi di controllo della folla.
La polizia non sta imparando dall’anticrimine che si occupa di residenti ebrei. La polizia degli Stati Uniti sta imparando dal sistema della giustizia militare di Israele che controlla i Palestinesi attraverso tattiche paramilitari e di contro-insurrezione. Gli abitanti di Gaza e della Cisgiordania vivono in quello che è essenzialmente un gigantesco campo di prigionia, dove l’oppressione e brutalità dell’IDF (
l’esercito d’Israele) è il modo di agire raramente messo in discussione.”  Leggi tutto…

Bush & Blair alla sbarra per l’attacco all’Iraq: storico evento, omertà dei media, anche sulla condanna

7 luglio 2016
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tony-blair-george-bush-iraqLa commissione inglese presieduta da John Chilcot ha impiegato sette anni, esaminato 150 mila documenti e ascoltato un centinaio di testimoni per arrivare a stabilire che l’intervento britannico in Iraq del 2003 è stato un crimine. Non usa questa parola il rapporto, è molto più sfumato: l’intervento è stato inadeguato dal punto di vista militare, fondato su dati d’intelligence non verificati.
Quel 20 marzo del 2003 la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, Tony Blair e George Bush [discorso di Bush] , lanciarono “una pioggia di missili su Baghdad” [Corriere http://tinyurl.com/jd8dm9v ] ed ebbe inizio la distruzione totale dell’ Iraq. Del resto l’operazione militare Iraqi Freedom era del tipo shock and awe,  colpisci e terrorizza. [video CNN ].

Fu più rapido il tribunale morale di Kuala Lumpur che il 22 novembre del 2011 aveva già emesso il suo verdetto “condannando Bush e Blair per crimini di guerra. Questo blog aveva seguito le sedute e pubblicato il verdetto sul quale, invece, i media internazionali avevano taciuto.

MAKTUB

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Quante volte  hanno ripetuto la notizia che Interpol e ICC avevano emesso ordini di cattura per i Gheddafi e altri personaggi del regime, assimilandoli a una condanna già avvenuta. Quanti, invece,  hanno sentito o letto una notizia sul procedimento in corso a Kuala Lampur per gli imputati Tony Blair e George Bush jr.accusati di proditorio attacco all’Iraq nel 2003?

Provando a mettere nella ricerca Google News in italiano i loro nomi, la notizia non compare. Nelle news in Inglese, è rilanciata solo dai media  asiatici; e da un articolo del WashingtonPost di parecchi giorni fa, non sulle accuse mosse,  ma sull’importanza che a questo processo danno “gli attivisti” della Malesia.

Mahathir Mohamad, fondatore della Kuala Lumpur War Crimes Commission

KLWCCè l’acronimo di Kuala Lumpur War Crimes Commission fondata nel 2007 da Mahathir Mohamad, ex premier della Malesia, per procedere agli accertamenti di accuse di…

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Qui Baghdad. Babilonia è in fiamme…

5 luglio 2016

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Jehan Bseiso   è una figlia della diaspora palestinese ed è  una poetessa. Jehan è anche un medico che collabora con Médecins sans Frontières, lavora come ricercatore al Cairo,  è nata a Los Angeles, è cresciuta in Giordania e ha compiuto gli studi in Libano. Conosce com’è essere senza una patria in cui vivere al sicuro, dove sentirsi davvero a casa.
Questa è la poesia che ha dedicato a Baghdad,  all’indomani dell’attentato che ha causato una strage fra la popolazione intenta allo shopping per i festeggiamenti dell’Aid el Fitr.

Ogmi puntino rosso indica un'autobomba esplosa in Baghdad dal 2003.

Ogni puntino rosso indica un’autobomba esplosa in Baghdad dal 2003.

 

Qui Baghdad

Babilonia sta bruciando, i giardini pensili sono neri.

L’ottava meraviglia del mondo  è che siamo ancora vivi.

Sto cercando la mia faccia nello specchio.

Cos’è rimasto.

Trovo una mappa di tutte le bombe a Baghdad,

Girovagando in Facebook, tra foto di bambini  e di spiagge.

Intere città e famiglie sono cerchi rossi.

Le didascalie raccontano: le strade sono piene di sangue.

Non abbiamo acqua, non abbiamo l’elettricità.

Ecco una foto in bianco e nero a Barcellona.

La didascalia dice: Innamorati dell’idea dell’amore.

La verità è che posso capire perché un venticinquenne vorrebbe far volare

il suo corpo di  profugo da un balcone di Beirut.

Caro Daraya, mi dispiace.

L’unico aiuto che potremmo darti è uno spray antizanzare e qualche titolo.

Io sono gli attacchi dei droni nel Nord Waziristan che uccidono 50 persone a un ricevimento nuziale.

Io sono tutti i titoli che non si guadagnano la  prima pagina del New York Times.

Io sono tutte le bombe che strappano famiglie come la nostra da Taiz a Tul Karem

Io sono la non differenza tra  minore non accompagnato e orfano, se la mamma è morta.

Io sono il non t’azzardare a speculare su questo, Tel Aviv.

Non ho abbastanza vita dentro di me, per stare al passo con tutto questo morire.

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Putin, Erdogan, il jet abbattuto e il make up delle notizie

1 luglio 2016

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E’ una forma di bispensiero orwelliano: il pubblico sa che i media mentono ma crede lo stesso, consentendo loro di continuare a truccare le notizie. La Cina si è seccata di questo make up deformante e ha commissionato un pezzo rap contro i mass media occidentali «che hanno fabbricato una falsa immagine» della Repubblica popolare.
A volte le impressioni fabbricate in negativo improvvisamente virano in positivo: zar Putin variamente deriso e criticato è diventato, dopo l’intervento in Siria, il decisionista che cambia le sorti del conflitto. A Erdogan, viceversa, è toccato di passare da modello  per tutti i leader del Medio Oriente a sultano gravato di tutte le colpe e le ambizioni ottomane che la manipolazione mediatica riesce a immaginare.

putin-russia-erdogan-turchia

Putin e Erdogan guidano due paesi dal forte sentimento nazionalista, gravati entrambi di un’eredità pesante: a Putin la dissoluzione dell’Urss e il corteggiamento occidentale dei paesi che ne facevano parte, mentre Erdogan deve impedire tentativi e nostalgie del regime militare dal quale ha portato fuori la Turchia e combattere spinte disgregatrici. Sul jet russo abbattuto nel novembre dello scorso anno le reazioni fortemente sopra le righe e poco dignitose di entrambe le capitali avevano una funzione prima di tutto interna. Le sanzioni e rotture di contratti d’interscambio che ne sono seguite danneggiavano entrambi i paesi, minacciando di appannare il consenso ottenuto in precedenza con l’esibizione dei muscoli.
La 
situazione si doveva normalizzare, e la normalizzazione sta avvenendo. Secondo i mass media internazionali avviene perché improvvisamente Erdogan ha chiesto scusa. L’agenzia di stato russa Tass non si spinge a tanto… Leggi tutto…

Specchio dei Tempi: le reazioni a Brexit

28 giugno 2016

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IL SOFA’ NELLO STUDIO DI FREUD A VIENNA

Solamente un anno fa, i Greci  chiamati a un referendum che riguardava la UE votarono NO. Reazioni “la domanda che ci si pone tutti è la seguente: quali scenari si apriranno adesso? Il sistema europeo collasserà o semplicemente sarà costretto a cambiare?”
Sul medesimo tono, logicamente più catastrofiste e squalificanti la votazione, quelle che leggiamo sulla Brexit che è diventata un sì, andiamocene.

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Il sogno d’Israele: fare del Sinai un ghetto per i Palestinesi

23 maggio 2016

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L’intento persecutorio è come quei semi che non seccano mai e aspettano le condizioni per germogliare come malapianta. I Palestinesi vogliono uno stato? Si lascino espellere dalla Palestina!
Questo il seme malefico che Israele interra nella comunità internazionale nel 2009 con un dettagliato piano per annettersi la Cisgiordania e spostare i Palestinesi nel Sinai, cui dovrebbe, almeno in parte, rinunciare l’Egitto.  Il vecchio sogno sionista di una Grande Israele vuole imporsi con il miraggio di far nascere una “grande Gaza” .

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1948, e poi ancora .. e ancora. Fino a quando?

Sbarazzarsi della popolazione palestinese e spedirli in Giordania era il proposito del giovane Ben Nitay che, diventato Benjamin Netanyahu, vorrebbe nella penisola nel Sinai uno stato palestinese smilitarizzato e rinunciatario ai confini del 1967. Non sono proposte che si possano gettare sul tavolo in meeting ufficiali, sono esche lanciate attraverso i media, i think tank, gli esperti della politica mediorientale.

Le tappe di un progetto infame

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Quel Sahara Occidentale e il suo popolo sospeso: i Saharawi

2 maggio 2016
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Era il 14 dicembre del 1960 quando con la risoluzione 1514 l’Onu sanciva il diritto di ogni popolo all’autodeterminazione. Sono ancora molti ad attendere di esprimersi sul loro destino e il popolo Saharawi aspetta dal 1991 il momento di andare alle urne per il referendum sul futuro del Sahara Occidentale.
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L’occupazione marocchina del Sahara Occidentale è iniziata nel 1975 [vedere: La pazienza dei Saharawi deve durare in eterno?] con l’insediamento di coloni e l’esilio della popolazione autoctona. Si attua tuttora con la costruzione di un muro minato di 2400 km., con arresti, persecuzioni, torture e continue violazioni dei diritti umani.
Oggi il Sahara Occidentale è prevalentemente abitato da Marocchini, i Saharawi sono ormai ridotti ad una minoranza. Nessun paese ha mai riconosciuto formalmente l’annessione del Sahara Occidentale al Marocco, che ne occupa attualmente l’80%  e vuole che il territorio gli appartenga integralmente. E’ la ragione per cui il Marocco ostacola da sempre il referendum.
I Saharawi resistono: guidati dal Fronte Polisario nel 1976 hanno proclamato la RASD, Repubblica Democratica  Araba  del Sahara, riconosciuta da un’ottantina di paesi, è fra i membri fondatori dell’ Unione Africana e  ricopre attualmente la vicepresidenza del Parlamento Africano.
I Saharawi combattono: armi in pugno hanno liberato una parte del loro territorio, fino alla firma del cessate il fuoco del 1991. L’Onu si è impegnata a farlo osservare istituendo la missione di osservatori MINURSO. Doveva creare le condizioni per il referendum dell’autodeterminazione, ma è trascorso  un quarto di secolo, il Marocco continua ad occupare,  la Minurso è una sinecura per incaricati internazionali.

Quanti sono esattamente i Saharawi oggi? Un censimento non è stato fatto, e anche questa è una manovra per ostacolare il referendum; la comunità più numerosa vive in territorio algerino, nell’altipiano desertico che ospita i Campi Profughi di Tindouf.

Le scorse settimane hanno visto scoppiare una vera crisi diplomatica. Rabat ha espulso i funzionari civili della Minurso come arrogante reazione alla visita di Ban-ki-Moon nei campi profughi. In quell’occasione il segretario dell’Onu aveva definito senza metafore come “occupazione” la presenza marocchina nel Sahara Occidentale. Per ritorsione il re, già irritato per la crisi con l’Europa sugli accordi agricoli e di pesca, ha rifiutato di incontrarlo.

L’impunità del Marocco si deve al suo essere alleato chiave di Arabia Saudita e Occidente in quel settore africano e alla sua collaborazione con gli USA, che là hanno installato uno dei siti segreti delle operazioni CIA. Tutto questo mette il paese al riparo da sanzioni internazionali e da aperte critiche; stende una cortina di silenzio sulla condizione dei profughi Saharawi; crea la condizione adatta a che i fondi stanziati da Obama per i profughi possano, invece, finire nelle casse regali.

Ban-ki-Moon, ormai alla fine del suo mandato, si è concesso di presentare in Consiglio di Sicurezza una relazione molto dura contro Rabat, sottolineando che l’interruzione della Minurso potrebbe portare a un ritorno alle armi.
Rabat propone, dal 2007, un piano di autonomia del Sahara Occidentale sotto la sua sovranità’, ma il Polisario, con l’alleata Algeria, non abbandona la richiesta d’indipendenza. “Non ci sarà pace nella regione finche’ il popolo Saharawi sarà privato del suo diritto all’autodeterminazione. Il popolo Saharawi al referendum sceglierà l’indipendenza e il Marocco lo sa perfettamente. Noi non siamo marocchini e rifiutiamo di diventare marocchini” ha dichiarato in marzo Mohamed Salem Ould Salek, alto dirigente del Fronte Polisario.

In una lettera indirizzata alle Nazioni Unite il leader del Polisario, Mohammed Abdelaziz,  ha espresso il timore di una ripresa delle ostilità con il Marocco qualora la missione MINURSO non potesse più svolgere il proprio mandato; sarebbe “un via libera a un’aggressione militare” del Marocco e “Il popolo Saharawi sarebbe costretto ancora una volta a difendere i propri diritti con tutti i mezzi legittimi, tra cui la lotta armata, che è legale per l’Onu da parte dei popoli colonizzati“.
Nei giorni scorsi il Polisario per la seconda volta in un mese ha organizzato una manovra militare  nelle zone del Sahara fra Algeria e Marocco; manovre che quest’ultimo ha definito come “provocazione”.

In questo clima, il 29 aprile il Consiglio di sicurezza ha votato il prolungamento della Minurso per un altro anno e nel testo compare che il Consiglio invita le parti a “proseguire i negoziati sotto gli auspici del Segretario generale, senza precondizioni e in buona fede, tenendo conto degli sforzi compiuti dal 2006 e successivi sviluppi, al fine di raggiungere una soluzione giusta, soluzione duratura e reciprocamente accettabile politica, che consenta l’autodeterminazione del popolo del Sahara occidentale
La risoluzione non è passata all’unanimità, alcuni paesi hanno votato contro o si sono astenuti e la ragione comune è la debolezza del linguaggio, la mancata richiesta di riportare immediatamente in loco il personale Minurso espulso, nonché la denuncia degli appoggi di cui gode il Marocco  che impediscono di comminargli le sanzioni. 

Il rappresentante della Fronte Polisario presso l’Onu ha espresso soddisfazione, ma sottolineato la necessità di fissare una scadenza per le trattative che devono condurre all’organizzazione del referendum. 

Da Nigrizia , Luciano Ardesi 
Capiremo presto se il Marocco intende negoziare o meno con l’Onu sul ritorno del personale civile della missione, o se applicherà, come ha fatto dall’accordo di pace con Polisario del 1988, la tattica di aderire ad un negoziato senza però onorarlo, in un gioco continuo al rinvio che ha finora impedito di far votare gli elettori Sahrawi censiti dalla Minurso per il referendum di autodeterminazione.Intanto il Marocco ha segnato un indubbio successo. Da molti anni il Polisario, l’Unione Africana e diversi altri governi chiedono che ai caschi blu venga affidato il mandato non solo di osservare il cessate il fuoco in vigore dal 1992, ma anche di proteggere i diritti umani dei sahrawi sotto occupazione. L’opposizione della Francia ha finora impedito di porre rimedio allo stato in cui versa l’unica missione di pace Onu priva del compito di proteggere la popolazione civile. Anche questa volta la risoluzione non solo non allarga il mandato della Minurso, ma la riporta indietro di 24 anni. La discussione infatti è si è spostata dalla protezione dei diritti umani all’esistenza stessa della missione dei caschi blu. Anche questo è il segno di una ormai duratura incapacità delle Nazioni Unite di porre fine ai conflitti.”

 

 I Saharawi sono un popolo dal destino sospeso ai giochi internazionali, un popolo, ricordiamolo, che non ha nulla da perdere in concreto ma ha la dignità da preservare.

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La vera Libia di oggi la raccontano i medici di Emergency

24 aprile 2016

mcc43

Il compito imposto al mainstream oggi è raccontare ciò che noti e ignoti burattinai vogliono sia raccontato. Da ogni luogo di conflitto frammenti di verità emergono solo da chi è la con la popolazione e per la popolazione, come i medici di Emergency.

 

emergency-italia-libiaQuesta organizzazione umanitaria fondata da Gino Strada nel 1994 ha creato un nuovo ospedale in Libia, dopo quello già funzionante a Misurata nel 2011: il Gernada Trauma Center in Cirenaica.
Viaggio nella Libia del generale Haftar tra i feriti dell’ospedale italiano  è il titolo di un report del Corriere della Sera che dà parola a questi medici. Ogni  frase è uno scatto fotografico su una ferita libica. Rimandando all’intero articolo con video, estraggo la parte che riporto qui sotto perché illustra dal campo quanto sono illusori gli entusiasmi ufficiali per il governo  di “accordo nazionale” voluto dall’Onu e presieduto da Fayez Al- Serraj ( ved. articoli in questo blog. )

Caos e anarchia

Al Gernada Trauma Center hanno capito che, più che lavorare per i libici, il problema è lavorarci insieme. Emergency-ospedale-LibiaE che la fatica di gestire un Paese nel caos è quotidiana: “La situazione è un po’ diversa rispetto a quella di altri posti i cui operiamo – spiega Nannini -. Di solito, siamo noi a portare e a pagare tutto. Qui c’è un sistema totalmente collassato e da far ripartire, ma i soldi, i medici e le strutture ci sono. L’Onu ha calcolato che per la sanità servirebbero 160 milioni di dollari: in fondo, sono solo tre giorni di produzione del petrolio… E’ un’altra cosa rispetto all’Afghanistan, non credo che qui dovremo starci 17 anni”. Finita l’emergenza, quest’ospedale sarà di chi governa: l’esercito di Haftar o il premier dell’unità nazionale Serraj, al momento non si sa. L’incertezza è totale, i tempi sono biblici e libici. Nel mentre, i mille burocrati e i due parlamenti della Tripolitania e della Cirenaica, chiamati dalla comunità internazionale a trasferire i loro poteri, sembrano i vietnamiti agli ultimi giorni di Saigon. Non gira un’auto con la targa, l’unica autorità riconosciuta è il generale Haftar che decide perfino sui visti ai giornalisti (e chi non ha i timbri giusti, com’è accaduto a noi, finisce dentro). Tutti fan di tutto, pur di non mollare un centimetro: il ministero dell’Interno del governo di Tobruk, che dovrebbe trasferire i poteri a Tripoli, è in realtà un cantiere coi muratori che ritinteggiano i corridoi e preparano una nuova era. “Nessuno sa bene come deve avvenire questa transizione – ironizza il ministro della Sanità di Tobruk, Reida Al Oakley -. Ho telefonato l’altro giorno al mio collega nominato da Serraj, un dentista del Sud che sta a Tripoli, per spiegargli un problema. Mi ha detto di non avere ancora alcun potere e m’ha consigliato di parlare con Martin Kobler, l’inviato dell’Onu per la Libia. Allora ho chiamato Kobler, ma lui mi ha mandato da Serraj. Alla fine ho parlato con Serraj, e lui che cosa m’ha risposto? Di parlare di nuovo col suo ministro della Sanità! Ce cosa devo fare? La Banca centrale di Tripoli ci ha fermato tutti i soldi. E io come li pago, gli ospedali?”.

 

 

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Egitto: uccidere per Giulio Regeni

21 aprile 2016

mcc43

Accade che dei cittadini italiani vengano uccisi da governi stranieri, ma la reazione dell’Italia non è sempre la stessa. Giovanni Lo Porto cadde vittima di un drone americano. “Accidentalmente” è l’avverbio che copre la mancata liberazione, la mancata informazione dell’attacco ai jihadisti che lo detenevano, la mancata precauzione di appurare che nel sito attaccato non vi fossero innocenti. Bastarono le scuse di Obama.  Silvano Trevisan è stato ucciso in Nigeria nel 2013, non si è mai potuto sapere se dai terroristi [a detta di Site, il sito di Rita Katz che ha il monopolio delle informazioni sulle attività Jihadiste, se ne assunsero la responsabilità] in risposta a un blitz inglese e nigeriano per la liberazione degli ostaggi. Oppure se ucciso dagli stessi  SAS inglesi in un fallito tentativo, di cui non avevano avvisato l’Italia. Italia che subito ha adottato come versione ufficiale: il blitz non è mai avvenuto. 

Giulio è stato trovato cadavere in Egitto dopo una scomparsa di alcuni giorni. Da quel momento è iniziata una virale campagna “Verità per Regeni” nella quale i media si sono distinti fin dal primo momento nella raccolta di  dichiarazioni da chiunque volesse farne alimentando l’idea che, viste le contraddizioni, fossero le autorità egiziane ad aver motivo di nascondere la verità perchè colpevoli. Il  governo italiano esercita pressioni e avanza richieste contrarie alla costituzione egiziana, ma anche al più banale concetto di privacy, ritira l’ambasciatore, promette misteriose risposte proporzionali.
Che esistano degli aventi profitto a rovinare i rapporti  fra i due paesi vien detto sottovoce, perchè si punta all’emozione e Giulio è immortalato come un giovanotto sorridente e spettinato che abbraccia teneramente un gattino.

Che cosa provoca questa pressione emotiva in un paese dove dell’ordine pubblico si occupa una polizia senza controllo assistita da teppisti? Un paese dove ormai chi ha funzioni pubbliche, o semplicemente gode di uno status di borghese, preferisce girare armato. Dove un poliziotto spara a un barista perché il tè è troppo caro, dove un funzionario di polizia incendia l’auto di un giudice e la cosa finisce in uno scontro a fuoco con due feriti.... 

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Sinai: una penisola di punti interrogativi

13 aprile 2016

mcc43

Lamentos del Sinai è un’antologia dello scrittore spagnolo Max Aub ed è un capolavoro della “poetica del falso”, dello scivolamento della realtà nell’irrealtà, con la sovrapposizione di maschere a personaggi veri o il cambio di coordinate di accadimenti concreti. Aub scriveva negli anni ’80. Ora potrebbe aggiungere un altro capitolo e ancora mettere in bocca a un personaggio: “Pobres árabes, árabes pobres. ¿Cuál es el adjetivo, cuál es el sustantivo? ¿Quién es el responsable de este desastre?(*1)

  – L’esercito e la popolazione del Sinai 
– Il Governo e il terrorismo in Sinai
– Quattro governi e il mare del Sinai

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Il Mar Rosso e le isole di un accordo precipitoso, fra Sisi e Salman

10 aprile 2016

mcc43

Non è stata una visita secondo il consueto protocollo. Re Salman in Egitto si è fermato più dei due giorni canonici e, oltre al faccia a faccia con Sisi, ha avuto un abboccamento con Pope Tavadros; è la prima volta che un re saudita che va personalmente a omaggiare la massima autorità religiosa copta. Tra le varie importanti dichiarazioni finali, per esempio il progetto del ponte sul Mar Rosso cui sarà dato il nome di re Salman, ha colpito l’attenzione internazionale l’annuncio che l’ Egitto cede all’Arabia Saudita le due isole contese all’imbocco del golfo di Aqaba: Tiran e Sanafir.
isole-mar-rosso-sanafir-tiranIsole di cui i più non si sono mai occupati, se non i vacanzieri di Sharm el Sheik in quanto esse fanno parte del paesaggio, Tiran e Sanafir secondo le intese del 1906 fra la Gran Bretagna e l’Impero Ottomano erano territorio egiziano, reclamato però dall’Arabia Saudita. Nel lungo contenzioso fra i due paesi separati dal golfo di Aqaba,  il 1949 segna un momento importante: dopo la nascita dello stato di Israele i sauditi concedettero agli egiziani di occuparle militarmente “per  scopi difensivi”; dopodichè  il governo provvede a bloccare il transito nello stretto di Tiran per impedire a Israele l’accesso dal Golfo al Mar Rosso. Con la Guerra dei Sei giorni del 1967, le isole cadono sotto il controllo di Israele che le occupa fino al 1987,  quando tornano sotto l’amministrazione egiziana.
L’8 aprile 2016  il governo di Al Sisi firma con re Salman un “accordo di delimitazione delle frontiere marittime”  e  a tambur battente, il giorno dopo, ufficializza che Tiran e Sanafir fanno parte del territorio dell’Arabia Saudita.

Centodieci anni di contenzioso si concludono con un inatteso inchino del presidente al re. Prendono un significato ancora più pregnante, allora,  le notizie filtrate attraverso una intercettazione telefonica  un anno fa [ndr. Ved. Golpe con tangente: Al Sisi d’Egitto e i paesi del Golfo“] Leggi tutto…

Libia: tre Governi, l’Isis e altro

9 aprile 2016

mcc43

Dopo la creazione a tavolino del GNA, Governo di Accordo Nazionale, da parte dell’Onu nel mese di dicembre, mai votato dalle due assemblee in carica – il GNC di Tripoli e l’Hor di Tobruk –  e dopo che Ban ki Moon ha incontrato il premier designato  Fayez al-Serraj in Tunisia per indurlo a trasferire il governo fantasma in Libia – passo ostacolato dal Governo di salvezza nazionale di Tripoli che il giorno designato chiude l’aeroporto costringendo Serraj e alcuni ministri ad arrivare via mare su una fregata italiana e con scorta internazionale –  il nuovo governo di unità dal 30 marzo  è finalmente in Libia.

fayez-al-serraj-gna

Fayez al-Serraj e alcuni membri del GNA

Da quella data il crogiolo di forze rivali o temporaneamente alleate ribolle. In data 9 aprile a livello delle Istituzioni esistono 3 governi, 1 Consiglio di Stato formato a Tripoli da membri del GNA e 1 altro Consiglio di Stato in formazione da parte di 94 deputati dell’Hor di Tobruk che, a questo scopo, si riuniranno a Bengasi. Presenze armate sul terreno: il generale Khalifa Haftar, che ufficialmente combatte l’Isis e in pratica distrugge Bengasi, e l’Isis stessa che, secondo gli Stati Uniti, nell’ultimo anno ha raddoppiato i suoi effettivi. Leggi tutto…

Raimondo Bolletta

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