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Governo Libano: 72 ore per rispondere a quattro richieste!

30 agosto 2015
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mcc43

Sabato 29 agosto a Beirut la piazza  ha ribadito alla classe politica: You Stink. Folla pacifica, forze dell’ordine poco numerose a vigilare senza intervenire, mentre piccoli droni volavano sulla testa dei manifestanti; a convocazione sciolta, gruppetti di guastatori, presto dissuasi dai manganelli della polizia. 

libano you stink

 

La paura non ci paralizza più” dice un giovane “Il merito del governo è di averci svegliati e uniti”.  Uniti. Bella parola per un paese a fette religiose, affaristiche e di obbedienza internazionale.
E’ prevalso sabato lo slogan “Vogliamo la caduta del Governo”, un’evoluzione rispetto alla scorsa settimana (vedere “You Stink”.Il Libano ai libanesi)

Le richieste ufficiali di sabato 29:
dimissioni immediate del Ministro degli interni, creazione di un sistema raccolta rifiuti eco-compatibile, indagine sulle responsabilità delle violenze della polizia del week-end precedente e dimissioni dell’intero Governo. Tempo concesso per accettare: 72 ore.

Sulla prima richiesta, il Ministro degli Interni, Nohad Machnouk, ha risposto immediatamente  “Non abbandonerò i miei doveri!”  

La seconda richiesta sarebbe realizzabile “se” i partiti cambiassero pelle. Stop lucrare sui servizi, vera gara d’appalto con preventivi depurati della mazzetta al padrone politico, avvio della raccolta differenziata, scelta dei siti e calendario controlli per accertare la continuità della compatibilità ecologica.

La terza richiesta, secondo il Ministro degli Interni, è già esaudita. Aveva detto in una precedente intervista che l’indagine è in corso, le forze dell’ordine hanno agito in maniera responsabile e fra le loro fila si coontano un centinanio di agenti feriti. Aveva aggiunto “Insultate chi vi pare, ma non mettete a rischio la sicurezza” .
Machnouk tiene un atteggiamento che lo rende perfetto come testa da far cadere per dare un segno alla piazza, ma è un pezzo grosso del Futur Bloc degli Hariri, fu consigliere del Primo Ministro Rafik, e – per quanto inaudito – è dentro la Commissione parlamentare per i diritti umani e la crisi dei rifugiati siriani.  Difficile mandarlo a casa.

La quarta richiesta appare tanto giustificata in sè quanto irrealizzabile  in concreto. Come già spiegato nel post citato prima:

Impensabile decapitare il Libano, avendo Salam nelle sue mani sia la presidenza nazionale pro-tempore sia il governo, con un Parlamento che, incapace di darsi una nuova legge elettorale, si è auto-incaricato oltre la scadenza dello scorso novembre, fino al 2017, con il terrorismo jihadista già entro i confini e un partito, Hezbollah, impegnato nella guerra in Siria.

Cosa accade in caso di dimissioni de governo Salam? Risponde l’esperto costituzionale intervistato dal quotidiano NOW :

Legalmente,  il governo diventa limitato all’ordinaria amministrazione, ora già Salam ha su di sé la presidenza nazionale, se si dimette non potrà prendere decisioni, avrà meno autorità e non potrà incaricare un nuovo primo ministro: non ci sarebbe alcuna autorità nazionale per formare un nuovo governo.”

E’ il cerchio dell’impossibilità, saltarne fuori significa lasciare il Libano senza testa, una testa che ragiona male certamente, ma la cui esistenza offre un argine all’avanzata di Al Nusra e dell’Isis e che, con le sue alchimie, impedisce altresì che Iran e Arabia Saudita potenzino i loro referenti rispettivamente nei blocchi parlamentari 8marzo e 14marzo.

Ci sono 72 ore per produrre una risposta effettiva per la crisi dei rifiuti e una interlocutoria per le elezioni.
La situazione istituzionale effettivamente è tale da giustificare quei manifestanti che parlano di regime. Il Parlamento è scaduto a giugno 2013, si era auto-prolungato di un anno, poi con sfacciato riconoscimento di inettitudine fino al 2017. Proporre una data a breve significa reinvestire il Parlamento che si è paralizzato, oltre che sulla nomina del Presidente, proprio sulla legge elettorale in sostituzione di quella del 2008. Le diatribe ruotano sulla quota di proporzionale, sul maggioritario, sulla composizione delle circoscrizioni. L’unica possibilità sarebbe votare con la vecchia legge. Una possibilità grottesca, ma ce n’è un’altra?

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Gli hashtag in Twitter spaziano dall’identitario #YouStink a #JonSnow  #GamesofThrones  #peaceful #revolution.

beirut jon snow you stink

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“You Stink”: il Libano ai libanesi

28 agosto 2015

mcc43

“Quali sono gli obiettivi di You Stink ?”
“Vogliamo tre cose.
Primo: smantellare il monopolio politico sulla raccolta dei rifiuti. Chiediamo che sia lasciata alla competenza della municipalità. Secondo: non vogliamo che la raccolta rifiuti venga parcellizzata, significherebbe tante fette per i vari partiti. Terzo: responsabilità, chiediamo che siano designati dei responsabili. “

libano spazzaturaA dirlo è Mark Daou, in qualità di portavoce del movimento “You Stink”, a France24 il 27 agosto.
I cittadini di Beirut si sono mossi individualmente, senza leader, è l’opinione condivisa dai partecipanti al dibattito televisivo. Pur dichiarando nelle interviste la loro appartenenza politica, sottolineano che a farli protestare è il cumulo d’immondizia davanti all’uscio e il disgusto per l’inerzia del governo.

La raccolta dei rifiuti è entrata in crisi per motivi tecnici e politici insieme. Il sito di Al Naima dove da anni venivano buttati e non smaltiti i rifiuti, era saturo. Gli abitanti, all’inizio del 2014 hanno protestato. paragonandosi agli italiani della zona di Napoli per la bomba ecologica presso le loro case, e bloccato l’accesso alla discarica. Beirut si è trovata per qualche giorno con cumuli di immondizia. Poi unagarbage lebanon immondizia libano  soluzione provvisoria, come sempre sono quelle del Libano, l’ha fatta riaprire e la crisi puntualmente si è ripetuta in luglio.
Walid Jumblat ha ordinato ai suoi “seguaci” di impedire il passaggio dei camion verso la discarica. La raccolta nuovamente sospesa, nelle strade cittadine montagne di spazzatura, preventivi delle aziende con cifre stratosferiche, Jumblat che giura di non essere dietro a nessuna di queste aziende della raccolta…..

Il Libano è un paese paralizzato dalle strade fino alla cima: da un anno la presidenza è vacante. Ogni decisione del governo deve essere presa, per statuto, secondo il principio della “democrazia consensuale” che consiste nel potere di veto delle opposizioni. Un veto che non resta nel palazzo, ma può arrivare perfino a servirsi dell’esercito. A questo si aggiungono il sistema consociativo, la corruzione e il “padrinato” straniero alle varie forze politiche.

Il Libano è di tutti, tranne che dei cittadini.

“C’è nel paese un senso di disgusto, di umiliazione per come il governo tratta i cittadini. Fra la gente è diffusa la sensazione che di fronte alle disfunzioni dei servizi: l’elettricità erogata per 6 ore al giorno, l’acqua potabile sempre più salina, le montagne di rifiuti dappertutto, il governo sia completamente indifferente” dice Rami Khouri, scrittore e docente della American University di Beirut.

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beirut wall protesters La protesta, di dimensioni e spontaneità senza precedenti, nel week-end del 22 agosto è iniziata pacificamente. La gente si conosce perché la città è piccola e l’atmosfera estroversa, perciò è stato facile notare che ad un certo momento sono comparse circa duecento persone mascherate, armate di sassi e di molotov che hanno tentato di abbattere il “muro” eretto a protezione della sede del Governo. La polizia ha lanciato lacrimogeni, sparato cannoni ad acqua e proiettili di gomma (che sono di metallo rivestito di gomma!). Totale: 400 feriti, anche fra i soldati, manifestanti intossicati, un morto.

Agli slogan mirati alla crisi dei rifiuti si sono mescolati quelli per la caduta del governo e del “cambio di regime”. Questo crea un’ombra ansiogena in un paese che ha conosciuto una terribile guerra civile. C’è il timore di diventare come la Siria, per questo una parte della cittadinanza si tiene in disparte.
Volete far cadere il governo? “chiede il giornalista a Daoud “No, noi vogliamo un cambio di atteggiamento del governo, qualunque esso sia.”
Gli organizzatori del movimento, dice Khouri, stanno dimostrando saggezza, imparano presto a gestire i tempi. Infatti, lunedì scorso in una conferenza stampa hanno annunciato la sospensione delle manifestazioni previste, rimandandole a Sabato 29. 

Nell’immediato, al culmine della protesta del week-end, il Primo Ministro Tammam Salam si è dichiarato disposto alle dimissioni, ma i governi occidentali e dei paesi arabi hanno incaricato gli ambasciatori di comunicare la loro preoccupazione per il rischio che il Libano entri nel caos.
Non poteva essere che un ballon d’essai. Impensabile decapitare il Libano, avendo Salam nelle sue mani sia la presidenza nazionale pro-tempore sia il governo, con un Parlamento che, incapace di darsi una nuova legge elettorale, si è auto-incaricato oltre la scadenza dello scorso novembre, fino al 2017, con il terrorismo jihadista già entro i confini e un partito, Hezbollah, impegnato nella guerra in Siria.

Questa situazione di stallo istituzionale, sempre che la protesta riesca a emarginare i gruppi della violenza e della provocazione, paradossalmente può essere d’aiuto al movimento nel braccio di ferro su una questione precisa – il passaggio della raccolta rifiuti alle realtà amministrative locali – fra la cittadinanza e una classe politica senza vie di fuga.
Sabato 29, sarà cruciale, e, a ben vedere, sarebbero giustificati slogan contro la comunità internazionale, sempre coinvolta nella politica e nel business delle armi, ma che mai ha risposto alla richiesta di aiuto economico per provvedere a un milione e mezzo di rifugiati siriani.
Anche a questo aumentato fabbisogno si deve la crisi nell’erogazione dei servizi pubblici e quella di cassa. Dal mese di settembre, infatti, dipendenti pubblici e militari potrebbero non ricevere lo stipendio: da mesi la legge finanziaria è in discussione e non si trova l’accordo. Il Ministro delle finanze Ali H. Khalil ha proposto due giorni fa di coprire il fabbisogno attingendo alle riserve ma attende che il Governo approvi questo provvedimento… Ma quando, se Salam difficilmente convocherà una riunione del Governo prima che  i Ministri del Free Patriotic Movement e loro alleati abbiano sospeso il boicottaggio delle sedute iniziato martedì scorso? 
Sì, sabato sarà un giorno cruciale.

—————- Come si è arrivati a questo punto?

Libano: le difficili alchimie per eleggere un Presidente

17 MAGGIO 2014

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Tiriamo su un muro! La mania dilagante in Medio Oriente

26 agosto 2015
bucare i muri

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“Tiri giù questo muro!” declamò Ronald Reagan all’indirizzo di Gorbacev nel  discorso alla Porta di Brandeburgo del 1987. Come andò con il Muro di Berlino è storia passata, nella storia presente i Muri, al contrario, si moltiplicano.
Li costruiamo in Europa contro i migranti. In America contro l’afflusso dal Messico, nell’Africa Occidentale li costruisce il Marocco per tenere i Saharawi lontani dalla loro terra. Nel Medio Oriente, poi, i Muri sembrano spuntare come erba infestante.

Questi sono i muri costruiti, in costruzione o auspicati…

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Che cosa è successo all’ Egitto?

10 agosto 2015
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egitto paesi confinanti L’articolo Whatever is the matter with Egypt? sostiene la tesi del declino dell’Egitto come potenza leader regionale. L’autore Hisham Melhem, analista e direttore di Al Arabiya News Channel di Washington, ne identifica le principali motivazioni, così definendole: Il sacrilegio culturale, Vivere nella negazione, Disperato bisogno di celebrazioni, Giornate insanguinate, Dialogo strategico con un amico difficile.

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-Il Sacrilegio culturale, del quale riporto qui di seguito la traduzione, è secondo Melhem l’asfissia di quel “soft power” nazionale: intellettuali, scrittori, artisti, musicisti che fra le due guerre mondiali sapevano appropriarsi di quanto offerto dalla cultura occidentale e integrarlo, donando alla vita culturale dell’Egitto una grande vitalità e un sostegno all’emergere di nuove istanze e attori sociali.
-Vivere nella negazione: sebbene l’Egitto abbia università mediocri, giornali illeggibili e programmi televisivi oltraggiosi, i leader politici e la classe degli intellettuali ignorano la situazione e si atteggiano come chi abbia diritto alla deferenza. In questa negazione della realtà, si esige come un ‘diritto’ la generosità degli arabi, avendo gli stati del Golfo bisogno dell’Egitto per bilanciare l’azione ben più incisiva dell’Iran e della Turchia.

-Disperato bisogno di celebrazioni: il recente pomposo spettacolo dell’apertura di un ramo del canale di Suez – già costruito negli anni precedenti e spacciato per realizzazione di un solo anno –  della cui utilità  e ricaduta economica molti dubitano.
-Giornate insanguinate: fa riferimento alle continue uccisioni di soldati nel Nord Sinai ad opera della “provincia” locale dell’Isis e agli attentati.
-Dialogo strategico con un amico difficile: gli Stati Uniti. Obama chiude un occhio sulle terribili violazioni dei diritti umani del regime e concede aiuti militari che servono all’Egitto nell’insensata gara con Israele a chi è più e meglio armato.

L’articolo integrale in inglese di Hesham Melhem è in AlArabiya 

Il sacrilegio culturale

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Vivere da Egiziani: piccole storie di quotidiano tormento

5 agosto 2015
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Questo articolo non tratta dei vertici dello stato egiziano ma della base: dei cittadini e della vita sotto l’attuale regime, che non ha intaccato le storture del passato e ne sta aggiungendo di nuove. Non c’è velleità di descrivere compiutamente la quotidianità di un paese di così grande estensione e stridenti differenze, è solo una raccolta di testimonianze dirette dal nord del paese. Scene del quotidiano vivere fra le maglie di un sistema in mano alla casta dei militari che impone restrizioni economiche e consente ai funzionari statali di ogni grado di commettere impunemente abusi e vessazioni. Le testimonianze sono suddivise sotto quattro diversi aspetti:
In strada, In casa, A scuola, Gli scomparsi e le famiglie

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Israeliani a Hebron – Al-Khalil: ridere del “mostro” si può e si deve

1 agosto 2015

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soldati idf hebron Non può una risata seppellire l’impianto vessatorio dello Stato di Israele, no. Non può. Tuttavia saper vedere il versante del ridicolo nella crudeltà dell’agire e fare lo zoom sulla stupidità coltivata nei suoi stessi servi in divisa è un’operazione salvifica per le capacità di giudizio di noi tutti.
Il “cattivo” in ogni narrazione emana un’aura che attanaglia e rende dipendenti da quotidiane dosi di azioni canagliesche,  per il sollievo che dà urlare il proprio orrore.
Lucidamente vedere il lato grottesco della sua ottusa meccanicità, invece, consente molto di più. S’intravede l’ovvio finale di un ente modellato dalla cattiveria insensata: l’implosione.

 E’ il 2013 Giovanni Vassallo è nei Territori Occupati. Guarda e “vede”.
Vede la smorfia grottesca dell’Occupazione.
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Un “pezzo di Libia” condanna alla fucilazione Saif al Islam Gheddafi

29 luglio 2015
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Dal giorno della cattura da parte della milizia della tribù Zintan, Saif al Islam Gheddafi è detenuto in regime di segregazione; è possibile che abbia una limitata libertà di movimento nella località di detenzione, ma con l’impossibilità di comunicare sia con i mezzi d’informazione che con i difensori nei vari processi pendenti. L’ultima sua apparizione pubblica verificata risale al giugno 2014.
Vogliono Saif la Corte Penale Internazionale per processarlo per “crimini contro l’umanità” il governo di Tripoli che rigetta le accuse di inabilità a un giusto processo, mentre fisicamente é la città di Zintan che lo detiene e processa per attentato allo stato, insieme all’avvocato Melinda Taylor della Corte Penale Internazionale.

saif al islam gheddafi Vari mesi di silenzio, poi lo scorso 28 luglio la notizia: il Tribunale di Tripoli, a conclusione del “dibattimento”, ha giudicato Saif al Islam colpevole e lo ha condannato in contumacia, avendo Zentan sempre rifiutato di trasferire il prigioniero nella capitale. Ufficialmente, per le udienze era predisposto un collegamento video a circuito chiuso onde consentirgli di assistere al proprio processo. In pratica sembra sia avvenuto per 3 sessioni su 24. La Corte gli aveva nominato un difensore d’ufficio: si dubita che abbia presenziato alle udienze e non si sa ha presentato un’arringa conclusiva.
Da sottolineare che questa vaghezza di informazioni non dipende da negligenze dei media: è tutto ciò che ha potuto appurare Human Rights Watch. Continua a leggere…

Frammenti del Corano ritrovati e Sincronicità

27 luglio 2015

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Corano frammenti sure birminghamLa scoperta è dell’italiana Alba Fedeli, la conferma è del laboratorio di Oxford: i due antichi frammenti con versetti del Corano risalgono a 1400 anni fa.  Poiché il culmine della predicazione del Profeta Muhammad è il 622, anno dell’emigrazione a Medina, i frammenti databili tra il 568 e il 645 d.C. potrebbero essere stati redatti durante la sua vita. Questo aspetto storico-archeologico è importante per gli studiosi. Per i musulmani è importante la rinnovata conferma che il Libro è rimasto nel tempo fedele alle origini.
Con Carl Gustav Jung ancora vivente, o con gli psicologi junghiani sulle orme del maestro, questo ritrovamento sarebbe motivo di riflessione entro il principio della Sincronicità.

Elaborata da Jung nel corso di decenni ed esposta al termine della sua vita, la Sincronicità sottintende un legame di senso e di tempo fra due eventi. Differisce radicalmente dalla Causalità – che è la nostra normale esperienza – in quanto nessuno dei due eventi considerati influisce sull’altro per determinarne l’esistenza. (nota1)

Nel tempo presente l’Islam, la religione del Corano, si trova al centro della maggior parte delle cronache, spesso additata come motore degli eventi.
Contemporaneamente avviene il ritrovamento inatteso di questi scritti coranici che meraviglia ed entusiasma gli studiosi.
Tale Sincronicità indica una carattere qualitativo del Tempo, ipoteticamente riconoscibile attraverso il contenuto dei frammenti rinvenuti. Su che cosa richiamano la nostra attenzione?

alba fedeli birmingham coranoSulle foglie, scritte su entrambi i lati, compaiono i versetti di tre Sure: 18. Al Khaf, La Caverna, 19. Maryam, e 20. Ta-ha. 
Una foglia contiene i versetti da 17 a 31 di Al-Kahf, l’altra gli otto versetti finali, da 91 a 98, di Maryam e i primi versetti, da 1 a 40,  di Ta-Ha.
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Freedom Flotilla e la vergogna d’Israele

29 giugno 2015

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In solidarietà con quei cittadini israeliani la cui onorabilità è quotidianamente sfigurata dalle azioni illegali e dalle manipolazioni dell’informazione del loro governo

freedom flotilla

Gideon Levy : la flottiglia della pace e la propaganda Israeliana

 da Frammenti vocali
Haaretz 2010

La macchina della propaganda israeliana ha raggiunto i massimi livelli della sua frenesia disperata. Ha distribuito i menu dei ristoranti di Gaza, insieme a informazioni false. Si è lanciata in una inutile battaglia di pubbliche relazioni, che sarebbe stato meglio non fare .Vogliono mantenere l’ inefficace, illegale e immorale assedio su Gaza e non lasciare che la “flottiglia della pace” raggiunga Gaza ? Non c’è nulla da spiegare, non certo a un mondo che non potrà mai comprare la ragnatela di spiegazioni, bugie e tattiche.Solo in Israele la gente ancora accetta queste merci contaminate.Ricorda un rituale pre-battaglia dai tempiantichi, il coro acclama senza fare domando. I portavoci hanno espresso le loro spiegazioni ingannevoli in nostro nome. La scena è grottesca . E praticamente nessuno di noi ha disturbato la performance.Il coro ha cantato canzoni di falsità e bugie. Tutti in coro diciamo che non c’è crisi umanitaria a Gaza e confermiamo l’affermazione che l’occupazione di Gaza è terminata e che la flottiglia è un violento attacco contro la sovranità israeliana : il cemento e il convoglio sono stati finanziati dai Fratelli Musulmani. L’assedio israeliano di Gaza serve a rovesciare Hamas e liberare Gilad Shalit. Il portavoce del ministero degli Esteri Yossi Levy ha superato se stesso proclamando che il convoglio di aiuti diretto verso Gaza è una violazione del diritto internazionale. Non è l’assedio illegale, ma piuttosto la flottiglia. Non era sufficiente distribuire i menu dei ristoranti di Gaza attraverso l’Ufficio del primo ministro, (compreso il filetto alla Stroganoff altamente raccomandato e crema di spinaci) e ostentare la quantità di carburante autorizzata. La propaganda ha cercato di vendere a noi al mondo l’idea che l’occupazione di Gaza è finita, ma in ogni caso, Israele ha l’autorità legale di bloccare gli aiuti umanitari : bugie.Solo una voce ha rovinato la festa un po ‘illusoria : un rapporto di Amnesty International sulla situazione a Gaza. Quattro su cinque residenti di Gaza hanno bisogno di assistenza umanitaria. Centinaia sono in attesa di uscire da Gaza per cure mediche, e 28 sono già morti. Questo nonostante i briefing del portavoce dell’esercito israeliano sulla mancanza di un assedio e la costante assistenza, ma a chi importa?E i preparativi per l’operazione ricordano una farsa particolarmente divertente: il dibattito febbrile dei ministri, il dispiegamento di unitàMasada, unità di commando della polizia penitenziaria specializzata nell’infiltrarsi tra le cellule del carcere, ilcommando navale e l’  unità cinofile dell’esercito Oketz; un centro di detenzione speciale istituito presso il porto di Ashdod, lo scudo elettronico che dovrebbe bloccare le riprese del blocco della nave e la detenzione di persone a bordo.And the preparations for the operation are also reminiscent of a particularly amusing farce: the feverish debate among the septet of ministers; the deployment of the Masada unit, the prison service’s commando unit that specializes in penetrating prison cells; naval commando fighters with backup from the special police anti-terror unit and the army’s Oketz canine unit; a special detention facility set up at the Ashdod port; and the electronic shield that was supposed to block broadcast of the ship’s capture and the detention of those on board E tutto questo a fronte di che cosa? Di poche centinaia di attivisti internazionali, per lo più persone di coscienza che Israele ha cercato di infangare. Sì, questa flottiglia è davvero una provocazione politica, e del resto che cos’è un’azione di protesta se non provocazione politica?E di fronte a loro una nave israeliana di sciocchi che non sanno nè dove andare né il perché. Simile alla vicenda di Noam Chomsky , ma alla grande questa volta.Naturalmente, la flottiglia di pace non porterà la pace, e non potrà nemmeno raggiungere la spiaggia di Gaza. Il piano d’azione trscinerà le navi al porto di Ashdod e trascinerà noi sulle rive della stupidità e degli atti illeciti. Ancora una volta saremo descritti non solo come quelli che hanno bloccato un carico umanitario , ma anche come gli sciocchi che fanno di tutto per minare ulteriormente la propria posizione. Se questo era uno degli obiettivi degli organizzatori della flottiglia di pace, hanno vinto alla grande .Cinque anni fa, il noto scrittore peruviano Mario VargasLlosa, vincitore del Premio Gerusalemme, dopo aver concluso la sua visita in Israele, disse che l’occupazione israeliana si stava avviando al grottesco . Durante il fine settimana Vargas Llosa, che si considera un amico di Israele, vedrà che quella fase ha raggiunto nuove vette di assurdità.
 

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Mali e Azawad: una pace che perpetua il conflitto

25 giugno 2015

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1960: un tratto di penna sulla carta geografica istituisce un grande stato federale che subito si spacca con il distacco del Senegal. Resta il Mali che nella sua metà a nord si estende nel deserto da sempre abitato, principalmente, dai Tuareg: l’Azawad. Quando i capi tribali compresero che la loro terra era diventata soggetta alla capitale Bamako, che sentivano straniera, ebbero inizio ribellioni e richieste d’indipendenza. Quella che in via ufficilae si chiude ora era iniziata il 17 gennaio 2012, su iniziativa del Movimento di Liberazione dell’Azawad, MNLA, autore della richiesta di autodeterminazione  inviata all’Onu e ignorata dalla comunità internazionale.

Nei tre anni trascorsi sono avvenuti un colpo di stato a Bamako e la moltiplicazione degli scontri armati. La lotta dell’Azawad è stata sfigurata dalla propaganda che ha spesso assimilato i combattenti MNLA alle banditesche milizie che trafficano nella zona. Si è consolidata la presenza di AlQaeda e si sono succeduti due interventi militari della Francia, Serval e Barakhane, affiancati dalla nuova missione Onu, MINUSMA.
Infine, gennaio 2014, il nuovo presidente del Mali Ibrahim Boubakar Keïta, IBK,  ha richiesto la mediazione di Algeri per arrivare a una soluzione del conflitto.
Le riunioni si sono susseguite e le posizioni degli indipendentisti si sono ridimensionate alla richiesta del federalismo. In gran pompa si è arrivati il 20 giugno alla firma di un trattato di pacificazione tra il governo di Bamako, alla presenza del presidente IBK,  e il CMA, Coordinamento dei Movimenti dell’Azawad che riunisce Tuareg e Arabi.

mali azawad ibk mnla

ll presidente del Mali , IBK, e il vice presidente del MNLA, Mahamadou Djeri Maïga, dopo la firma dell’accordo il 20 giugno a Bamako

Un trattato che accontenta l’Onu, la Francia, l’Algeria e Bamako, certamente non l’intero MNLA, componente più forte del CMA, e, soprattutto, un accordo che passa sulla testa della popolazione.
Il testo integrale non è disponibile, ma è sufficiente sapere che contiene l’istituzione di un Comitato con il compito di affrontare i problemi – in particolare gli emendamenti proposti dal MNLA –  lasciati volutamente in sospeso perchè tutte le componenti potessero firmare un accordo di cui rallegrarsi. Promessa di vita risicata per una pace scritta solo su un pezzo di carta. Continua a leggere…

Ventimiglia: umanità in stazione

18 giugno 2015

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migranti stazione ventimigliaGiorno 17 giugno. Del reporter a me manca la convinzione che porre domande sia un diritto. Così aspetto di vedere sul viso dell’altra persona la voglia di raccontare mentre  cammino in un corridoio della stazione di Ventimiglia. Passo fra file di donne, bambini, qualche uomo. Sono accomodati alla meglio su coperte stese in terra.
Mi fermo vicino a tre ragazze che mi sorridono, la barriera linguistica è quasi impenetrabile, capisco solamente che vengono dall’Etiopia, due da sole e l’altra col marito. Si lasciano riprendere con il viso coperto e poi scherzando indicano un’altra poco lontano: beautyful, dicono ridendo. Vero. Un viso intenso e bellissimo. Continua a leggere…

Lettera da Gaza

8 giugno 2015
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GAZA: LA SPERANZA, NONOSTANTE IL DOLORE

Il giorno in cui un gruppo di Palestinesi ha iniziato lo sciopero della fame a oltranza contro la persistente chiusura del valico di Rafah ho inviato l’articolo a Shaker, un internet_amico della Striscia. Ecco la risposta: “Non ne ho sentito parlare, ma è normale. E tu hai sentito che l’altro ieri Israele ci ha di nuovo sganciato un bel pò di bombe?”
Questa pacatezza, confrontata all’enfasi dei media, dei social e un pò di tutti noi che abbiamo a cuore i Palestinesi, mi ha profondamente toccato. Gli ho chiesto di essere i miei occhi durante una giornata in Gaza e di descrivere. Quelle che seguono sono le sue parole destinate a questo blog, quadretti di vita quotidiana che ho solamente tradotto.
Ricordo che una volta Gideon Levy ha detto “I Palestinesi sono fra le persone più tolleranti del mondo. direi delle meno violente del mondo. Chiunque altro in una situazione simile esploderebbe”.
Trovo questo giudizio perfino riduttivo! C’è molto più che la pazienza in quella prigione, le cui chiavi sono in mano all’Egitto e a Israele che si comportano come aguzzini: c’è della Resilienza.
I “Gazawi” sono gente resiliente: trasformano il dolore in forza, le difficoltà in riorganizzazione, l’ingiustizia e i traumi in capacità di sfruttare ogni possibilità del presente. Gente che avrebbe tutte le ragioni per odiare, invece spera.

La speranza nonostante il dolore

 E’ come tutti i Venerdì. Vado in giro con i miei amici, passiamo il tempo e camminiamo in direzione della spiaggia. La maggior parte dei nostri discorsi ruota sulla vita di uno o dell’altro, e qualche volta abbiamo di che congratularci. Discutiamo delle notizie di quello che è accaduto nei giorni precedenti e delle nostre ambizioni, delle aspirazioni, dei programmi per il futuro. Parliamo anche della situazione di Gaza, dei  Valichi, di Israele, delle divisioni che esistono fra i partiti del nostro paese. Ma non senza scherzare e riderci su, un sacco  di volte.

Camminando per le strade avvertiamo il sentimento delle persone. Molti hanno abbandonato le stanze bollenti, perché l’elettricità è stata sospesa, e si sono seduti di fronte alla loro casa.
Ci sono gruppi che chiacchierano, ci sono bambini che giocano al calcio e questo ci dà consolazione. Guardiamo le case e questo mette tristezza sulle nostre facce.
Ci sono quelli che preparano una festa di nozze e questo stende sul nostro viso l’allegrezza. C’è uno che ha radunato gli amici per farsi aiutare a riparare la sua casa.

Arrivati alla spiaggia, abbiamo trovato un posto e ci siamo seduti a guardare il mare. Riflettiamo e parliamo, quello che vediamo sono dei venditori ambulanti che si aggirano in mezzo a della gente contenta.

sunset gaza

Il tramonto a Gaza

Il sole sta calando e tranquillamente si assapora l’arrivo della notte.
Non sappiamo del domani, se verrà oppure no….
Così Gaza resiste, e continua a restare felice nonostante il dolore e le preoccupazioni….

Shaker

(il testo di Shaker in arabo e in inglese The hope despite the pain è pubblicato nel blog PALESTINA-FILISTINIA ).

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Su quel che resta del Matrimonio, eliminando l’eterosessualità

4 giugno 2015

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sallustio epimeteo pandora Il movimento di opinione che nei media descrive il matrimonio omosessuale come un passo avanti nella civiltà trascura di definire gli esatti termini della questione. Con epimeteica noncuranza, si legifera su equiparazione “nozze gay” e matrimonio alla maniera di semplice modifica linguistica delle leggi esistenti.
Al pubblico non si danno informazioni: si suscitano impressioni e si accendono le emozioni personali.

Che ciò sfoci in entusiastico consenso o in sdegnata ripulsa, raramente si percepisce nelle argomentazioni la profonda consapevolezza che i matrimoni sono decisioni private, ma avvengono “dentro” la collettività. Amplificare, com’è possibile oggi col web, la sensazione  che non vi sia nulla su cui riflettere, tanto sono banali parole quali omosessualità e matrimonio, è funzionale alle conferme referendarie che salvano le apparenze democratiche. Malauguratamente, per il futuro preparano anche la tardiva constatazione che l’eterosessualità ne è il pilastro naturale. Senza di esso tutte le altre caratteristiche costitutive del matrimonio sono destinate rapidamente a rivelarsi opinabili e collassare, nel collettivo sconcerto.

– L’OMOSESSUALITA’

La condizione omosessuale negli Stati Uniti era da un secolo, almeno, ingiustamente e pesantemente emarginata. Gli omosessuali subivano svariate repressioni, l’isolamento nelle prigioni e negli ospedali, l’esclusione da una serie d’impieghi, a partire da quelli federali, la loro voce era tacitata nel campo delle arti e della letteratura. Il movimento per il riscatto da questa cittadinanza di second’ordine iniziò ad essere fortemente presente nel dibattito collettivo negli anni ’70, però – anziché concentrare l’azione sulla libertà e i diritti umani attaccando le leggi dello stato – si rivolse contro l’anello debole: l’associazione degli psichiatri. Infatti dal 1952, anno di pubblicazione del DSM, Diagnostic and Statistic Manual of Mental Disorders, dell’APA, Associazione Psichiatri Americani, l’omosessualità, di per sé, era classificata fra le malattie mentali.
Poiché il metodo di classificazione psichiatrica richiede il consenso dell’intera comunità specialistica e constatando che non poche persone omosessuali conducevano una vita di equilibrio interiore e gratificazione esteriore, nel 1973 il movimento ottenne, non la cancellazione come spesso si legge, ma una spefica formulazione: Disturbo dell’Orientamento sessuale, riferibile pertanto agli individui che vivono con qualche tipo di disagio la loro condizione. 

Probabilmente è proprio da quel periodo storico che hanno assunto grande importanza i tentativi di spiegare l’origine dell’omosessualità. Le concezioni che si alternano, a seconda delle atmosfere del periodo sociale, sono due.
-Si diventa gay o lesbica per “scelta personale”, il che rimanda a motivazioni psicologiche.
-Si nasce gay o lesbica, o con altra connotazione delle molte che continuano a rivendicare la loro esistenza, il che rimanda a un condizionamento iniziale e, anziché alla Psicologia, fa riferimento alle scienze genetiche per una conferma.  Continua a leggere…

Sì, John Cantlie, questa è “La Tempesta Perfetta”

22 maggio 2015

mcc43

“Essi complottano, Dio complotta” è il titolo dell’ultimo magazine dello Stato Islamico, Dabiq9, (pdf) che questa volta risparmia al lettore irritanti lungaggini e riferimenti astrusi, limitando altresì l’eccesso d’invocazioni religiose, perlomeno negli articoli senza intento didattico per i militanti.

Dabiq9 coverDabiq9 Indice


L’articolo sulle cospirazioni (pag.14) dà il titolo all’intera pubblicazione e riprende le più note teorie complottiste in circolazione per concludere che, se da un lato i “Crociati” complottano, i veri fedeli “devono ricordare, in sede di analisi della storia e dell’attualità, che la conoscenza, il potere, e i mezzi degli infedeli (kuffar) sono deboli e limitati. Essi non vedono tutto, non sentono tutto, non sanno tutto, non controllano tutto, come certuni cercano di descriverli. Chi ci crede cade nel politeismo (Shirk)”.  Architettano complotti per impaurire, magnificando la propria potenza, ma i fattori in gioco sono talmente numerosi che solo l’autorità divina può controllarli e volgerli al fine da essa stabilito.
Dividere per conquistare è la tecnica usuale dell’Occidente per dominare gli Arabi sostiene l’articolo di argomento storico (pa.20) che riprende lo Sykes-Picot Agreement e le Primavere arabe.

Due articoli di grande interesse sono dedicati a Yarmouk. Continua a leggere…

I giornali, l’attentato del Bardo e il Minotauro

21 maggio 2015
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minotauro

A Creta viveva il Minotauro, l’orrendo mostro che si cibava solo di carne umana. Ogni anno Atene doveva inviargli le vittime per la sua cieca ingordigia.

“Secondo i media tunisini, che riportano indiscrezioni dell’inchiesta sull’attenato al museo del Bardo, il 18 marzo, giorno della strage, Abdelmajid Touil, il marocchino arrestato mercoledì nel Milanese, avrebbe incontrato in place Pasteur i due terroristi poi uccisi dalle forze speciali al museo. Proprio con loro si sarebbe poi diretto verso il Bardo.” (da Tgcom24) .


Indiscrezioni, fonti anonime, verbi al condizionale tracciano la rotta verso il Minotauro, la mitica pubblica opinione. Mitica come il mostro perché un’ opinione pubblica non esiste e sempre meno esisterà, travolta da quella fame giustizialista che allevia ansie volutamente instillate nella popolazione.
Vitali sono i problemi del nostro tempo, scarse le capacità di quelli che li dovrebbero capire e affrontare. Occorre loro, per restare sulla vetta dove si sono arrampicati, cadenzare notizie placebo. Il giornalismo collaborante, e in Italia la generalità lo è, si acconcia. Si fa barca che, dalla sconfitta Atene della Ragione, trasporta il tributo al Minotauro. Là nel Labirinto dove siamo noi, mitica pubblica opinione.


Il giornalista Amedeo Ricucci  – in un post pubblico della sua pagina Facebook – il giorno 20 maggio anticipava “Sull’arresto di Abdel Majid Touil ieri pomeriggio, mentre molte testate italiane sbattevano in prima pagina la faccia del “mostro” che aveva prima “ideato”, poi “eseguito”, infine “supportato” la strage al museo del bardo a Tunisi, mi sono permesso di avanzare qualche dubbio e di far notare i “toni” molto più prudenti usati dalla stampa internazionale.
E il 21 Ricucci raccoglieva, come quadrifogli in un prato, rari spunti di giornalismo “pensato” 
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Regime d’ Egitto: l’Esercito e la Croce

14 maggio 2015
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Sisi Tawadros

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Il secondo anniversario del colpo di stato in Egitto si avvicina. Il generale, ora Presidente, Abd Al-Fattah Al-Sisi per la comunità internazionale non è un golpista, bensì – come fu per Pinochet con la dittatura cilena – una pedina d’interessi estranei all’Egitto e alla sua popolazione. Il feroce controllo sui media e i social media nazionali non riesce a nascondere del tutto l’arroganza dello SCAF, Consiglio Superiore delle Forze Armate, elevatosi a potere liberticida con la collaborazione di una Giustizia asservita e di un Clero connivente.
1) L’Esercito e lo SCAF: uno stato nello Stato
2) L’impero dei Copti
3) Amnesty: report sull’Egitto degli orrori

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Michel Houellebecq e la “Sottomissione” al nostro nulla

30 aprile 2015
sottomissione houellebecq islam francia

mcc43

Antonio Gramsci scrisse che il Cristianesimo si è adattato “molecolarmente” diventando una grande ipocrisia sociale e che il processo a piccole tappe è avvenuto nel corso di vari secoli. Per l’Islàm, aggiunse Gramsci, c’è la costrizione a correre vertiginosamente, ma alla fin fine reagirà proprio come il Cristianesimo.
L’integrazione dei musulmani in Europa ha come prezzo la Sottomissione al nulla cui già si sono arrese le masse del continente?

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Il boia nazista di Albenga “politicamente protetto”. Sempre

24 aprile 2015
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Luciano Luberti (25 aprile 1921-10 dicembre 2002)
Nazista perchè “i fascisti erano spacconi
Boia ad Albenga. Uxoricida a Roma.
Pedina degli Anni di Piombo.

UXORICIDA A ROMA: Era defilato da anni Luberti, fu un fattaccio di cronaca nera nella Roma degli anni ’70 a riportarlo ignominiosamente a galla. E’ il 3 aprile: Carla Gruber viene trovata morta nella sua casa dalla polizia allertata da una lettera del marito alla Procura di Roma. Un colpo di pistola al petto è la causa della morte che l’uomo, resosi irreperibile, attribuisce a un  suicido, dopo il quale egli avrebbe vegliato il cadavere per tre mesi circondandolo di fiori per mascherare l’odore della putrefazione. La firma in calce alla lettera è Luciano Luberti, conosciuto dai vicini come un piccolo editore, già funzionario di un’organizzazione assistenziale, con vari legami politici, da Andreotti a noti personaggi della destra. La latitanza da sospetto uxoricida durerà due anni e terminerà, con uno scontro a fuoco a Portici, dove Luberti si era sistemato come trafficante di materiale pronografico. Non sono in molti a conoscere il suo passato durante la guerra.

BOIA AD ALBENGA: Nato a Roma, allievo della scuola tedesca si era appassionato all’ideologia nazista e si era arruolato nella Wermacht. Dal ’44 al ’45 è con le brigate fasciste che controllano il territorio del Ponente ligure, alla  feldgendarmerie di Albenga. Da tutti creduto tedesco, si distingue per la ferocia delle torture sui partigiani e i loro famigliari. La sua specialità: accanirsi sulle persone anziane e sulle donne, alle quali riserva personali attenzioni sotto forma di stupro mediante oggetti, mutilazioni e bruciature prima di inviarle all’esecuzione.

boia di albenga

Dichiarazione di Luberti, il Boia di Albenga, Archivio Storico dell’ Unità http://tinyurl.com/mj7gj2p

Gli “interrogatori” avvenivano in un edificio sull’argine sinistro del fiume Centa, dove ora una lapide elenca i nomi delle vittime; fra gli assassinati due persone con identità ignota. Continua a leggere…

Convenzione di Montevideo: Isis è uno “stato”?

14 aprile 2015

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  1. IS (ISIS) usa il terrorismo, ma non è solo un gruppo terrorista. Foreign Affairs

  2. Secondo la Convenzione di Montevideo, IS possiede i 4 requisiti che definiscono lo stato?

  3. L’articolo Paradigm Shift in Dabiq8 mira a soddisfare il quarto requisito fissato dalla Convenzione?

1. IS usa il terrorismo, ma non è solo un gruppo terrorista 
 

La visione che l’opinione pubblica internazionale ha dell’IS è la stessa che l’organizzazione diffonde di sé attraverso la propaganda, in consonanza con la definizione che ne diede Obama nel discorso televisivo dello scorso settembre. il Presidente, esponendo il suo piano per “indebolire e distruggere” l’ISIS, la definì nient’altro che “un’organizzazione terroristica, pura e semplice.” La sfida lanciata all’Occidente venne considerata come un’evoluzione di AlQaeda e affrontata con le stesse procedure. Foreign Policy, che fin dal titolo dell’articolo dichiara Isis is not a terrorist group, scrive: è stato un errore. Continua a leggere…

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