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Sharon, Falangi Libanesi e Reagan: gli assassini di Sabra e Shatila

15 settembre 2015

mcc43

1982, Prima Guerra del Libano che Israele chiamò “Operazione Pace in Galilea
Ronald Reagan mandò Philip Habib a negoziare un cessate il fuoco in seguito al quale i combattenti dell’OLP si ritirarono dal Libano dietro esplicita garanzia che gli Stati Uniti d’America, con l’autorità e la promessa del presidente Ronald Reagan, avrebbero tutelato la sicurezza delle donne e dei bambini rimasti indifesi nei campi profughi. Habib firmò il documento di suo pugno. L’OLP andò in esilio in Tunisia stringendo in mano le più alte rassicurazioni possibili: quelle degli Stati Uniti d’ America. Non valevano la carta sulla quale erano scritte. Il massacro ebbe inizio.

Sepoltura a Shatila

Sepoltura dei Martiri

Susan Abulhawa Jenin

Susan Abulhawa

da Ogni mattina a Jenin,

di Susan Abualhawa

Il 16 settembre nonostante il cessate il fuoco, l’esercito di Ariel Sharon accerchiò i campi profughi di Sabra e Shatila […] I soldati israeliani eressero posti di blocco per impedire l’uscita ai profughi e fecero entrare nei campi i loro alleati della Falange Libanese (*). I soldati israeliani appostati sui tetti guardavano l’area con i loro binocoli durante il giorno e di notte illuminavano il cielo con i razzi per guidare la Falange che passava di baracca in baracca.
Due giorni dopo I primi giornalisti occidentali entrarono nei campi profughi e riferirono quel che videro.

Robert Fisk scrive in Il martirio di una nazione: “Erano dappertutto, per strada, nei vicoli, nei cortili e dentro le stanze diroccate, sotto i calcinacci e sopra i mucchi di spazzatura. Quando arrivammo a 100 cadaveri smettemmo di contare. In ogni vicolo c’erano cadaveri di donne bambini ragazzi anziani, ammassati in gran numero, languidamente, terribilmente, là dove erano stati sgozzati o uccisi dai mitra. Nei corridori tra le macerie c’erano altri cadaveri. I pazienti dell’ospedale palestinese erano scomparsi dopo che il killer avevano ordinato ai dottori di andarsene. Dappertutto trovammo segno di fosse comuni scavate in fretta e furia. Anche mentre eravamo là circondati dall’evidenza di tanta ferocia potevamo vedere i soldati israeliani che ci osservavano dal tetto di un alto palazzo a ovest, li vedevamo fissarci con i loro binocoli, le cui lenti a volte brillavano al sole mentre il loro sguardo si spostava per il campo. Loren Jenkins del Washington Post cominciò a imprecare come un matto. Jenkins capì subito che il ministro della difesa israeliano avrebbe dovuto rispondere di quell’orrore.
“Sharon” gridò “Quello stronzo di Ariel Sharon! Questo è un altro Deir Yassin” (**) .
Ciò che trovammo dentro al campo palestinese di Shatila alle 10 di mattina del 18 settembre 1982 era inenarrabile o, al limite, lo si sarebbe potuto esporre nella fredda prosa del linguaggio medico. […]
Io e Jenkins eravamo talmente sconvolti di ciò che avevamo trovato a Shatila che sulle prime non fummo in grado esprimere il nostro shock. Avremmo potuto accettare l’evidenza di qualche omicidio, anche di dozzine di cadaveri uccisi nella foga della battaglia. Ma c’erano donne distese dentro le loro case con le gonne tirate su fino alla vite le gambe aperte, Bambini con la gola sbozzata, file di ragazzi fucilati alle spalle dopo essere stati allineati contro un muro. C’erano neonati, anneriti perché erano stati trucidati da più di ventiquattr’ore e i loro piccoli corpi erano già in stato di decomposizione, buttati su mucchi di spazzatura accanto a lattine di cibo vuote dell’esercito americano, materiale medico dell’esercito israeliano e bottiglie vuote di whisky. [… ] In un vicolo alla nostra destra a meno di 50 m dall’ingresso, erano ammassati dei cadaveri, saranno stati più di una dozzina, ragazzi le cui gambe braccia si erano intrecciate le une alle altre nell’agonia della morte. Erano stati tutti uccisi a bruciapelo con un colpo alla guancia. Il proiettile aveva strappato una striscia di carne fino all’orecchio ed era entrato nel cervello. Alcuni avevano degli sfregi cremisi oppure neri sul lato sinistro della gola. Uno era stato castrato: aveva i pantaloni aperti e una colonia di mosche che gli brulicavano sugli intestini squarciati. Questi ragazzi avevano tutti gli occhi aperti. Il più giovane avrà avuto solo 12 o 13 anni.” 

***

Il romanzo Ogni mattina a Jenin inizia nella Palestina 1941, villaggio Ain Hod, fondato da Saladino: la vita laboriosa, la raccolta delle olive, le feste, le tradizioni e gli amici, musulmani e ebrei. Poi, 1948: la Nakba,  i campi profughi, le stragi successive, le guerre e l’Occupazione militare.
La cerchia dei legami della protagonista Amal è spezzata; dopo gli anni di orfanotrofio e la vincita di una borsa di studio, lei vive in America. Tenta di dimenticare il massacro di Jenin e tutte le perdite dolorose, ma nel 1982 il richiamo del fratello Youssef, militante OLP, la riporta al suo mondo. In Libano ritroverà alcuni affetti famigliari, momenti di festa che la immergono nel lontano passato, e anche l’amore. Gli eventi precipitano e Amal torna in America per ottenere il visto di entrata per i suoi cari, ma il massacro di Shatila le ruberà tutto, tranne la sua bimba che darà alla luce nella disperazione invece che nella gioia.
Sul finire della vita, immolata per salvare quella della figlia che l’ha voluta ricondurre in Palestina, Amal avrà ritrovato alcune figure prima ignorate della sua storia: il fratello “rubato” da un ufficiale israeliano e cresciuto “come se” fosse ebreo, e Ari Perlstein, il fraterno amico d’infanzia ebreo di suo padre. Almeno nei sentimenti, nella condivisione della condizione umana, Palestinesi musulmani ed Ebrei israeliani, per Susan AbualHawa possono trovare reciproco conforto contro il male storico che le élite mondiali hanno provocato fra di loro.

****

Shatila Cimitero

L’ingresso del cimitero oggi. Uno spiazzo incolto, a fatica i Profughi hanno ottenuto dalla Municipalità che fosse vietato ad altre attività.

Note

(*) Delle Falangi faceva parte Samir Geagea, unico criminale di guerra libanese condannato e incarcerato. Oggi, però, è in lizza per la carica di presidente del Libano.
La strage di Sabra e Chatila è rimasta impunita, l’unica condanna è venuta dal Tribunale morale di Kuala Lumpur – vedere KLWCT sentenzia: Israele e Yaron colpevoli  

(**) Aprile 948: I terroristi dell’Irgun e Menachem Begin, futuro primo ministro di Israele, massacrarono la popolazione del villaggio palestinese di Deir Yassin. Un massacro “didattico” che spinse alla fuga migliaia di Palestinesi, e la cancellazione fisica del paese. Non rimasero neppure le lapidi del cimitero.

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2 commenti leave one →
  1. 15 settembre 2015 6:22 pm

    non riesco a cliccare mi piace…

    però lascio lo stesso un segno di apprezzamento.

    Liked by 1 persona

    • 15 settembre 2015 6:37 pm

      Grazie infinite. La sinergia giornalismo – letteratura ha un effetto molto potente. Brava Susan Abualhawa, lei stessa profuga.
      E’ così scoraggiante ogni anno ricordare avendo sotto gli occhi una situazione che si degrada sempre più .

      Mi piace

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