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Convenzione contro la Tortura,Articolo1

1. Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate.

Questa è la teoria, quella che segue è la testimonianza di chi  la tortura l’ha subita davvero su di sé: Mohamed Dihani, un giovane Saharawi del Sahara Occidentale, territorio occupato e sfruttato dal Marocco. Arrestato nel 2010, Mohamed è stato liberato nel 2015 conosce l’italiano e mi ha parlato dei suoi ricordi dolorosi. Li potete leggere qui sotto, come li ha riportati la giornalista dell’Osservatorio Aragonese per il Sahara Occidentale nell’articolo che gli ha dedicato. Aggiungiamo in calce i disegni di un artista marocchino che ha conosciuto le medesime sofferenze nella prigione di Salè, il pittore e vignettista Abdellatif Zeraïdi.

 

Immagina di essere Mohamed Dihani

Mohamed Dihane.jpgHai 26 anni e vivi a El Aaiun. Sei a una festa organizzata dalla tua famiglia. Tuo cugino, uno studente saharawi che vive a Marrakech, è appena uscito di prigione dopo sei mesi. Il suo crimine: discutere dell’occupazione marocchina del Sahara Occidentale mentre viaggiava in treno con un amico.
Il tuo nome è Mohamed Dihani. Siete tutti felici di dare il benvenuto a un coraggioso come lui. Ti allontani un po’ dalla festa, esci in strada per una boccata d’aria. All’improvviso, come in un film, tutto sfuma: dissolvenza in nero.

Ti svegli e non sai dove ti trovi. Capisci che è una prigione. La tortura ha inizio. Durante sessioni che durano ore, in un prolungarsi senza sosta di giorni di dolore e di angoscia, colpiscono il tuo corpo, il tuo giovane corpo, ma anche la tua mente. E’ la paura di non sapere cosa ti sta succedendo, perché questa volta è toccato a te.
Mettendo insieme pezzi di informazioni, arrivi alla conclusione che sei nella prigione segreta di Temara, circa 15 chilometri da Rabat. Il groppo alla gola si stringe più forte. Non è la stessa cosa essere in un carcere ed essere in una prigione segreta! Il carcere è un istituzione penitenziaria propria di un Marocco che vuole apparire democratico. Una prigione di stato marocchina è una prigione del terzo mondo, ma la prigione segreta si trova al di di fuori di tutte le leggi e i suoi detenuti ufficialmente non esistono: sono svaniti.
Nel frattempo, la tua famiglia ti sta cercando. Disperati, tuo padre, i tuoi cugini, vanno dalla polizia, negli ospedali … senza scoprire nulla. Ogni invitato alla festa ha visto come ti hanno rapito e la tua famiglia, proprio come te, non riesce a capire perché hanno scelto “te”.
Sdraiato sulla branda, cerchi di ricordare tempi migliori, più felici. Oggi ti hanno violentato, hanno cercato di distruggere la tua dignità ancora una volta. Non pensi a questo. Pensi alle vigne, all’odore dell’uva matura quando lavoravate alla vendemmia. Ricordi i tuoi colleghi di Livorno o dell’isola d’Elba. Ti concentri su un particolare del viaggio con tuo padre in Mauritania …
E arriva il giorno più terribile, dopo undici in cui ti hanno picchiato, bruciato, sottoposto a elettroshock, ferito, e violentato con una bottiglia … ma l’ultima cosa che ti aspetti è quella che sta per accadere tra pochi istanti.

Le guardie ti mettono in una stanza. E‘ un’altra, più pulita, non la conosci. Ci sono diversi uomini, tutti marocchini: “mandamases”, dirigenti della polizia, deduci dai loro abiti e dall’atteggiamento. Davanti a loro un tavolo con un mucchio di soldi, telefoni cellulari, vestiti nuovi e carte.
L’ultimo pezzo del puzzle è l’annuncio che ti fanno “Mohammed, andrai in Mauritania. Ti libereremo ed andrai là, dove ti sistemerai. Quello che devi fare è semplice. Ci saranno degli attacchi contro la sede della MINURSO, a Fos Burcraá, e anche in Italia, in Vaticano, si colpiranno persone importanti. Quello che devi fare tu è solo rivendicare questi attentati, presentandoti come una nuova cellula jihadista e spiegare che sei in rapporto con il Fronte Polisario “.

Sei esausto e hai le vertigini, non capisci quello che ti stanno chiedendo! Tuttavia, sembra che ti stiano offrendo una tregua e ti aggrappi con forza a quell’unica via che sembra darti il potere di sfuggire alla tortura. “Sì, sì, va bene, farò quello che volete” li preghi.
Le facce intorno a te si aprono in un mezzo sorriso e uno di loro fa un cenno con la testa alle guardie di portarti fuori di lì. Da quel momento, le cose cambiano radicalmente. Ti iniettano una sostanza che fa scomparire il dolore. Può essere metadone, morfina, eroina … e allora? La cosa importante è che il dolore è svanito e ti senti meglio.
Per tre giorni, ti servono il cibo migliore, come se fossi in un hotel a cinque stelle. Un lusso bizzarro in un posto come quello. Ma stai recuperando le forze, ti senti meglio, con la mente più lucida … fino a comprendere l’importanza e la gravità del piano in cui ti hanno aggrovigliato.
Sei appena diventato un’esca, un uomo di paglia. Ti sei venduto, getti l’ombra del sospetto sul tuo popolo, sulla tua gente. Ti rendi conto di quello che hai fatto. Hai paura di nuove torture, ma l’alternativa di diventare un traditore è molto più angosciante. Urli. Chiami i tuoi carcerieri. Una parte di te vuole esige di gridare “non c’è nessun accordo”, che non hai intenzione di sottostare al loro gioco, che preferisci “tornare alla tortura”. Mentre le parole ti escono dalla bocca, il tuo corpo trema. Sai che sarà molto difficile. Ma qualcosa si è calmato dentro di te.

Nel frattempo, la tua famiglia ha continuato a cercarti. Hanno scritto lettere a El Wali, al Ministero della Giustizia, al Procuratore Generale… nel Sahara occupato … e in altre città marocchine: Casablanca, Rabat.
Sono passati sei mesi dal rapimento, quando, una sera, dicono a tuo padre che sei in un commissariato della Brigata Nazionale della polizia giudiziaria di Casablanca. Ti “hanno appena catturato”, dicono, e sei accusato di “aver pianificato attacchi terroristici”. Nonostante la gravità dell’accusa, la tua famiglia sospira di sollievo. Tu sei vivo.

E ti trasferiscono. Ti portano in prigione, questa volta una ufficiale, a Salé II. E’ un altro mondo. Lugubre, ma non macabro come Temara. Finalmente hai contatti con gli altri detenuti, alcuni sono noti attivisti saharawi per i diritti umani, altri sono prigionieri politici saharawi dell’accampamento di Gdeim Izik.
C’è Brahim Dahane con la sua infinita capacità di comprensione, tanto forte come la sua forza di volontà e la sua tenacia. E’ la persona giusta per raccontare la tua storia. Una storia di cui tu stesso fai fatica a capacitarti. Una storia di cui ti vergogni, perché sei stato debole e, per un attimo, hai anteposto la tua sopravvivenza a quella del tuo popolo.
Ti lasci andare, gli racconti tutto e lui, nonostante la sua lunga permanenza nelle carceri e nelle prigioni segrete del Marocco, spalanca gli occhi, mentre ascolta quello che ti hanno fatto. E quello che ti hanno offerto di fare là, a Temara. Ti aspettavi un rimprovero, ma Dahane sta lottando da molti anni, e lo ammiri, sai che ha visto più volte la morte negli occhi e, tuttavia, non ha mai ceduto, ha mantenuto il suo impegno di difendere l’indipendenza del popolo Saharawi e denunciare le violazioni dei diritti umani inflitte dal regno marocchino.
Dopo un momento di silenzio, alza il viso e ti guarda sorridendo. Si congratula per la tua determinazione: “Un altro più debole di te avrebbe portato quella maledetta proposta fino alle ultime conseguenze”.
E allora tu, Mohammed Dihani, piangi. La tua mente si libera da una tensione immensa. Non sei un fantasma, non sei uno scomparso, una pedina in un piano machiavellico. Sai chi sei perché Brahim Dahane ti crede. Con la sua fiducia ti ha salvato, anche se sei accusato di terrorismo e, molto probabilmente, passerai i prossimi dieci anni, il miglior tempo della tua vita, rinchiuso tra quattro pareti a Salé II.

***

Il padre di Mohamed e lo stesso Brahim Dahane riescono a raccontare la  sua storia agli osservatori internazionali in visita a El Aaiùn, che restano sbalorditi, oltreché preoccupati per la gravità della questione. Nel 2013 il Working Group on Arbitrary Detention, gruppo Onu, si è occupato del caso; vedere al link.

La strategia delle autorità marocchine è dipingere il Fronte Polisario come gruppo terrorista, anziché una legittima organizzazione politica: un movimento di liberazione nazionale che riunisce persone di ideologie diverse, ma che nei decenni  di occupazione del Sahara Occidentale da parte del Marocco non ha mai intrapreso la strada del jihad.
Mohamed è stato forte, ha resistito alla tentazione, ma il Marocco persiste nel tentativo di criminalizzare i Saharawi, terrorizzando con i rapimenti e torturando, nella ricerca di qualche anello debole della resistenza popolare.
Avevamo già illustrato la situazione del Sahara Occidentale  con articoli a questa tag.

ARTS’ Abdellatif Zeraïdi ‘ s cartoons

 

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