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Nel 2017 ricorreva il giubileo della Guerra dei Sei giorni con la quale lo stato di Israele annientò le minacce di Egitto, Siria e Giordania, conquistò il Sinai, il Golan e la Cisgiordania. Per gli antichi Ebrei il giubileo era anno santo; cade ogni 50 anni e prescrive che la terra, di cui Dio è unico padrone, ritorni all’antico proprietario e gli schiavi siano liberati.

Israele, stato ebraico, non è stato ossequènte a questi principi della legge mosaica, i quali, misurati sul presente, avrebbero condotto dal 2017 a dialoghi per la restituzione del Golan e per un’equa soluzione della questione territoriale con i Palestinesi.
Al contrario, dal 2017 Israele usufruisce dell’appoggio del nuovo presidente americano. Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale, con le recenti dichiarazioni sancisce le pretese israeliane sulle alture del Golan. Più importante di tutto: Trump ha affidato al consigliere, genero, business man ed ex-democratico, Jared Kushner la mediazione  della questione israelo-palestinese.

Non è necessario supporre che siano le origine ebraiche di Kushner  a sbilanciare il suo giudizio in favore di Israele, è sufficiente la sua storia personale che, come quella di Trump, non inciampa in questioni etiche poiché percorre speditamente la via degli affari. L’appoggio ad uno stato forte militarmente, detentore di importanti brevetti sulle armi da guerra e da controllo del territorio, geo-politicamente dinamico e disinvolto, nonché potenza nucleare, è certamente più vantaggioso che sostenere i diritti della economicamente debole società palestinese. La realizzazione del piano sarebbe, dichiara Trump, “l’affare del secolo”!

Di recente in tour nei paesi del Medio Oriente, Kushner ha incontrato i sovrani sauditi e il presidente turco Erdogan, e del piano emergono confusi dettagli. Un “piano morto” in partenza secondo l’esperto di politica di sicurezza globale e nazionale presso l’Università di New Mexico Joe Macaron: “è l’unico tentativo nella storia della risoluzione del conflitto in cui le parti stesse del conflitto non sono incluse nel processo e in cui i loro sostenitori regionali non sono stati informati”. Secondo Macaron: “Kushner pianifica un tour di raccolta fondi per la componente economica del piano, mentre non menziona la componente politica, quindi si aspetta che gli alleati arabi lo finanzino e normalizzino i rapporti con Israele prima ancora di conoscere il  piano segreto per chiudere il conflitto israelo-palestinese”.

Confusi dettagli, si è detto prima.
– A fine febbraio Kushner dichiarava che il piano è capace di esercitare impatto economico su Israele, sui palestinesi e sull’intera regione, aggiungendo che unirebbe la Cisgiordania e la Striscia di Gaza sotto un’unica leadership “in modo da permettere al popolo palestinese di vivere la vita a cui aspirano”.
-Tuttavia negli stessi giorni indiscrezioni, riportate, per esempio, dal giornalista Filippo Landi  rivelavano l’intenzione di un’autonomia di Gaza rispetto al resto della Palestina con l’esclusione della Cisgiordania, quei territori che vanno da Ebron fino a nord. Questa zona non riceverebbe piena autonomia, non nascerebbe dunque un vero stato palestinese.
-Più in dettaglio il giornalista Michele Giorgio su Il Manifesto scriveva:

“Il piano, secondo le indiscrezioni, non prevede l’indipendenza per i palestinesi sotto occupazione militare da quasi 52 anni anni ma solo l’autonomia per Gaza, accompagnata da investimenti miliardari per la costruzione di infrastrutture, in modo da creare un numero cospicuo di posti di lavoro. Ai palestinesi verrebbe imposta, con la pressione degli arabi, la rinuncia al diritto al ritorno per i profughi. Secondo il Jerusalem Post, Kushner teorizzerebbe inoltre scambi territoriali tra Arabia saudita e Giordania. L’obiettivo degli Usa è strappare l’appoggio dei leader arabi in modo da isolare i palestinesi che respingono la mediazione americana e un piano nettamente sbilanciato a favore di Israele. I frutti di questo lavoro ai fianchi cominciano a vedersi in pubblico e non solo dietro le quinte. Dopo l’incontro avuto ieri con Pompeo, il ministro degli esteri del Kuwait, Sheikh Sabah al Khalid al Sabah Kuwait, si è detto «fiducioso» nel ruolo di Washington «volto a preparare un piano di pace per israeliani e palestinesi». Abdelmunim Said, noto editorialista dello storico quotidiano cairota al Ahram, ora megafono del regime di Abdel Fattah el Sisi, l’altro giorno non ha esortato gli arabi a respingere il piano Usa in modo da rispettare la posizione palestinese. Al contrario ha invitato gli arabi a negoziare un suo miglioramento. In quel caso verrebbe cestinata l’iniziativa araba del 2002: il riconoscimento di Israele in cambio della restituzione dei territori palestinesi e arabi occupati nel 1967”

Limesonline infatti scrive che i Sauditi sarebbero disposti a modificare la dichiarazione del vertice della Lega Araba a Beirut nel 2002. (1)

Il trumpiano “deal of the century”, in estrema sintesi promette ai Palestinesi fondi e aiuti per lo sviluppo (!?) in cambio della rinuncia al principio che sancisce il loro essere un popolo: il Diritto al Ritorno.

Nessuno, si suppone, ritiene possibile o vuole che milioni di Palestinesi profughi tornino alle loro case, ai loro villaggi distrutti o sostituiti da insediamenti di coloni israeliani perché non si risolvono i conflitti compensando profughi creando altri profughi.
Si risolvono trovando soluzioni win-win, applicando Ritorni possibili e compensazioni per quelli impossibili. Si risolvono con il rispetto della dignità delle persone, arabe ed ebree, che le decisioni delle loro leadership hanno subito e che, anche se forse ai coloni non sembra, hanno danneggiato le loro vite.

A differenza di quanto si assume in quest’epoca in cui le religioni vengono disprezzate, criticate come causa di tanti mali, vi sono dei principi religiosi, come quello del giubileo ebraico, capaci di rendere possibile la convivenza pacifica. Se applicati.

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nota (1) dichiarazione di Beirut nel 2002: punti titolati: Aspettative da Israele
A. Completo ritiro dai territori arabi occupati, comprese le alture del Golan siriano, alla linea del 4 giugno 1967 e ai territori ancora occupati nel Libano meridionale.

B. Raggiungere una soluzione giusta al problema dei profughi palestinesi da concordare in conformità con la risoluzione 194 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

C. Accettare l’istituzione di uno stato palestinese indipendente e sovrano sui territori palestinesi occupati dal 4 giugno 1967 nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza con Gerusalemme Est come capitale.

Perdite di territorio per i palestinesi,
espansione per israeliani, dal 1948