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Se la mente è sempre altrove, rispetto al corpo fisico, significa non essere, nella propria completezza, mai da nessuna parte.

Il mio rifiuto dei device che permettono di essere sempre connessi è istintivo. Oso dire che mi ispira qualcosa di simile alla repulsione, come quando nella calca qualcuno si stringe tanto a te da alitarti in viso o farti odorare il suo afrore. Amo internet, non vorrei una giornata senza la connessione, a patto che sia aprire una finestra quando e per quanto desidero io.
Questo ha le sue scomodità, i computer e i portatili funzionano meno bene da quando i programmi sono pensati per diventare App sui telefoni. Ma non è niente in confronto all’immiserimento dei contatti nei social media. La coincidenza del continuo flusso e delle piccole dimensioni degli schermi induce a privilegiare le immagini e trascurare i post scritti. L’immagine crea emozione, ovvero un moto: Like e via, o Like e condivisione. Un ingorgo di doppioni.

Chi legge gli articoli? Pochissimi, infatti i blog stanno diventando nicchia, ma il condividere ormai è compulsione e si fa in base al titolo; spesso chi, anziché ri-condividere al volo, apre il link e legge il testo si accorge che il titolo era truffaldino e l’articolo dice cose diverse.

Trascorrendo molto tempo dentro tale extra-realtà, in cui la mente scorrazza altrove ignara del luogo ove il corpo occupa spazio, si assume un’abitudine: ciò che è vicino e fisico ha trascurabile importanza. Un fastidio. L’attività che si deve compiere diventa secondaria e da sbrigare con il minimo tasso di attenzione.
Lavoratori dipendenti che sono in Facebook durante le ore di lavoro violano il patto del proletario e dell’imprenditore: salario in cambio della prestazione. Studenti su Whatsup durante le lezioni compiono il sabotaggio della passione del docente per il suo compito. Che pensare dei politici che durante importanti riunioni non ascoltano i colleghi ma twittano per criticarli o in Facebook annunciano le mosse politiche a venire? Quanto è consapevole della strada un automobilista che al volante chatta con gli amici di Facebook? Quanto è percepita la gioia di certi momenti della vita quando sono vissuti controllando le email?

eric pickersgill
@EricPickersgill

L’attività che coinvolge anche il corpo si svuota del suo potenziale valore e diventa poco più di un recitare, così internet, strumento d’inestimabile valore, è come quei farmaci che assunti in dosi eccessive diventano letali.
Non sembri eccessivo. A stramazzare sono state per prime le differenze: che sia l’orsa ferita, il cane abbandonato, la donna stuprata o Aylan steso sulla spiaggia, il fervore della denuncia ha parole simili e altrettanta labile durata.
Muore l’attenzione per l’interlocutore in persona: come poco si dialoga in rete, ricorrendo più spesso all’insulto tranchant, la persona che obietta (anche solo: per favore, mi lasci passare) è un fastidio, quando non un nemico da stendere con la rispostaccia.
Muoiono la costanza di penare su una questione complicata e la capacità di fare collegamenti fra ciò di cui si viene a conoscenza, poiché online, se cambia la schermata, si vira verso altro argomento.

Il continuo on line – in coloro che ne sono diventati dipendenti, fenomeno mondiale – allerta su una tendenza suicidaria sublimata: la fuga della mente dal corpo è il rifiuto della condizione del vivente.
Vivere eternamente connessi è migrare in un Non-Luogo che non ha caratteri distintivi, modalità specifiche, connotazioni tradizionali. Un non-luogo dove tutto sembra possibile con un click, mentre la concreta realtà persiste immutata.

Eric Pickersgill è un fotografo americano. Seduto in una caffetteria in una città dello stato di New York prese a osservare una famiglia. Non parlano, il padre e le figlie sono occupati coi loro telefoni, anche la madre ne ha uno ma lo mette via, fissa fuori dalla finestra, triste: è sola in compagnia della sua famiglia; il padre parla ogni tanto per dire di qualcosa letto online, nessuno gli risponde, a un certo punto, anche la mamma riprende il suo telefonino…

Sono addolorato per l’uso della tecnologia per interagire che viene scambiata per il non interagire. Questo non è mai accaduto prima e sospetto che abbiamo appena scalfito la superficie dell’impatto sociale di questa nuova esperienza. L’immagine di quella famiglia, il volto della madre, le ragazze adolescenti e il padre, con la loro postura e la focalizzazione sul palmo della mano mi sono rimasti in mente. E ‘stato uno di quei momenti in cui si vede qualcosa di così incredibilmente comune che la coscienza si spaventa per quello che sta realmente accadendo, ed è impossibile da dimenticare.”

Da ciò è nata un’ idea tanto brillante quanto, nei risultati, angosciosa. Ha collezionato scatti di persone intente al loro telefono, ma ha tolto di mano il telefono stesso.
Guardando le foto mi sembra che, con la rimozione del device, paradossalmente, ciò che resta è la realtà fisica che costituisce il rimosso dalla mente dei soggetti.

L’articolo di Pickersgill è a questo link; la galleria delle immagini si apre anche qui con un click sull’immagine delle miniature.

 

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