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migranti stazione ventimigliaGiorno 17 giugno. Del reporter a me manca la convinzione che porre domande sia un diritto. Così aspetto di vedere sul viso dell’altra persona la voglia di raccontare mentre  cammino in un corridoio della stazione di Ventimiglia. Passo fra file di donne, bambini, qualche uomo. Sono accomodati alla meglio su coperte stese in terra.
Mi fermo vicino a tre ragazze che mi sorridono, la barriera linguistica è quasi impenetrabile, capisco solamente che vengono dall’Etiopia, due da sole e l’altra col marito. Si lasciano riprendere con il viso coperto e poi scherzando indicano un’altra poco lontano: beautyful, dicono ridendo. Vero. Un viso intenso e bellissimo.

DSCN1410 Il malessere cresce in mezzo a quella umanità stanca e rassegnata, torno sui miei passi verso l’atrio della stazione. Una voce dietro di me, un giovane mi raggiunge per chiedermi l’ora.  La scusa di chi ha voglia di parlare; il suo accento inglese è così buono che viene naturale chiedergli se mi racconta la sua storia. Acconsente sorridendo, gli chiedo di registrare un video, esita, poi dice no, ma quando gli chiedo un nome di fantasia per raccontare di lui risponde: Quello vero, Jonathan.
Viene dall’Eritrea, che cosa è questo paese si può leggere in questo articolo. E’andato  in Sudan ed è rimasto sei mesi lavorando per coprire le necessità e guadagnare il costo del viaggio. Arrivato in Libia è stato fermo tre mesi prima di ottenere un imbarco da Tripoli, che lui chiama Tarabulus. Il viaggio è durato tre giorni, il mare non era calmo, la barca piccola, tutti stretti l’uno all’altro. Gli ho chiesto com’erano i rapporti, se c’era gente che litigava. Ha risposto No, nessuno litigava, c’era chi pregava, chi piangeva, chi cercava di dormire come si poteva. E’ arrivato in un porto della Calabria, un’organizzazione di cui non conosce il nome lo ha preso insieme ad altri e l’ha scaricato a Torino. A quel punto lui si è preso la sua libertà. E’ arrivato a Milano, è salito su un treno per la Francia, è passato alla frontiera. Perché tu hai documenti? gli ho chiesto. No, non li ho, dice mettendo le mani in tasca e allargandole. E sei passato lo stesso? Ma allora com’è che tu sei passato senza problemi e questa gente qui la Francia non li fa entrare? Ancora con le mani in tasca allargando le braccia. It’s the case. E’ il caso. Allora perché sei qui, se eri arrivato in Francia? Perché là polizia mi ha preso, mi ha caricato su un mezzo con degli altri e mi ha portato a Nizza e da Nizza alla frontiera e adesso son qui a Ventimiglia. Testimone diretto del comportamento ambiguo dei francesi
Chiedo le sue intenzioni: vuole arrivare in Olanda dove c’è suo fratello. Perché ora che è qui vuol tornare di nuovo in Francia, non potrebbe unirsi ai compatrioti già in Italia…. No, pensa che in Olanda … it’s better.
Nelle mie intenzioni, e forse anche nelle sue, questa doveva essere la premessa di una chiacchierata più ampia su quello che ha vissuto in Eritrea, nel Sudan, in Libia, ma a noi si è avvicinato un altro migrante, occhi sbarrati, pieni di uno smarrimento in cerca di conforto. Avrebbe potuto diventare un dialogo a tre? Non so, qualcosa si è inceppato. Jonathan era a disagio, il nuovo venuto mi fissava senza aprire bocca, un dolore muto. Non ho saputo esplorare le possibilità di intenderci, caso mai Jonathan potessere fare da interprete, sono riuscita solamente a formulare a entrambi un incoraggiamento.

Sul piazzale della stazione, da una parte poliziotti e carabinieri schierati dinanzi all’ingresso, dall’altra migranti seduti sulle aiuole. Con le volontarie dell’Unicef si parla desolatamente dell’atteggiamento della Francia, ricordando la stessa crudeltà nel 2011, ma allora i numeri erano spaventosamente più alti, dicono.
Mi intrattengo con due poliziotte, chiedo se c’è qualcosa di imminente: no la situazione è in stallo. Sulla scogliera di confine i migranti continuano la protesta, quelli che sono stati portati qui attendono la sistemazione un po’ meno precaria che sta approntando la Prefettura di Ventimiglia. Spaccatura: una tace, l’altra commenta con ammirazione l’atteggiamento francese.
migranti ventimiglia pranzoAll’ora del pasto distribuito dai volontari il numero dei migranti improvvisamente si moltiplica, a quelli del piazzale si uniscono i dispersi nelle zone della città.
La giornalista di Sky intervista Silvana Tizzano, Prefetto d’Imperia, napolatana con aplomb ligure che espone difficoltà e prospettive. Il brusio mi impedisce di comprendere tutto e la giornalista mi riassume l’essenziale dal punto di vista umanitario: il progetto di dare un’accoglienza separata alle donne e ai bambini, la possibilità data a quelli che protestano sugli scogli di essere portati in stazione dove possono trovare i servizi indispensabili; Sky ha una postazione fissa in frontiera e il canale trasmette continui aggiornamenti.

La città regge, lo si vede bene, ci sono persone comuni che fanno giocare i bambini, l’atteggiamento delle forze dell’ordine è del tutto professionale, ma rilassato. Nel buffet della stazione le cameriere discutono e le opinioni si ripartiscono fra accoglienza e “aiutiamoli a casa loro”. Una cameriera è di origine africana, racconta di aver parlato con un migrante  “Gli hanno ucciso il padre, la madre, i fratelli e tutta la famiglia di uno zio. Cosa doveva fare? Aspettare che uccidessero anche lui?” e poi si accordano tutte contro la guerra, i “signori della guerra.

La solidarietà per i rifugiati politici c’è, pochi hanno l’ardire di criticarla, ma penso al diritto di volere una esistenza meno grama, emigrando dall’Africa sfruttata all’Europa sfruttatrice. E’ una motivazione meno legittima? E’ la medesima spinta a star meglio che hanno tutti nel mondo contemporaneo, non mi sembra che “qui non c’è lavoro neanche per noi” sia una posizione che può sopravvivere alla globalizzazione che ha reso le economie e le dinamiche socio-culturali interdipendenti.
Non sono nemmeno sicura che questi sbarchi siano da ricondurre solo allo squilibrio economico e alle persecuzioni. In fondo la storia dell’umanità è una cronaca di migrazioni e segnala una persistente dicotomia, variamente declinata secondo i tempi: nomadi e stanziali. Disgraziatamente un rapporto difficile, che suscita in chi sta fermo un’allarmata diffidenza.

 

 

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