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Il 26 marzo gli Egiziani andranno alle urne per eleggere il Presidente. Improbabili le sorprese:  Abdel Fattah Al Sisi ha provveduto  con svariate e illecite misure a creare le condizioni di una sua eclatante rielezione.

Come già in passato per altri articoli, chiedo a un contatto egiziano i segni concreti delle linee guida emanate dall’alto.

“Qui, nel millenario paese delle Piramidi, la campagna elettorale è cominciata ufficialmente il 24 febbraio, ma in pratica i commandos elettorali di Sisi ci inseguono già da tempo. Nell’ufficio statale dove lavora mio cugino, un mese fa, all’incirca, è piombato un funzionario: è passato da tutti gli impiegati per chiedere una firma, autenticata, in calce a una petizione che chiede a Al-Sisi di restare per un secondo mandato presidenziale. A cosa serve? ti chiederai, visto che ciascuno potrà votare per lui il mese prossimo. Per prima cosa serve a dimostrare alla comunità internazionale che i cittadini considerano che Sisi sta guidando il paese in modo democratico. Serve a mostrare che la cittadinanza lo vuole e che senza di lui andrebbe tutto a catafascio. Serve allo stato per controllare chi è un fedelissimo o è da schedare come oppositore. So di realtà in cui il responsabile di un’azienda governativa ha chiesto ai dipendenti di firmare una dichiarazione in cui si impegnano a informare i superiori qualora venissero a conoscenza che un collega nutre sentimenti ostili al governo.  Serve anche alla precisa volontà di  incrementare le divisioni fra la popolazione, in questo caso infatti si instaura concretamente un reciproco controllo fra colleghi.  Come forse immagini, mio cugino si è rifiutato di firmare… Un altro trucco per arrivare a una gloriosa percentuale di sondaggi, mentre il paese soffre di un tremendo aumento del costo della vita, è quello di posporre certe misure imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Per esempio il taglio delle sovvenzioni al prezzo della benzina, in pratica l’aumento alle pompe, avverrà solo dopo le elezioni. “

al-sisi-egitto-elezioniLa macchina elettorale che porterà Sisi al secondo mandato si è messa in funzione fin dai primi di gennaio, quando 464 dei 596 parlamentari hanno espresso il loro supporto al presidente in carica.
Già forte dell’appoggio dell’esercito, il feldmaresciallo Sisi pochi giorni dopo quella seduta parlamentare ha annunciato, il 19 gennaio, dagli schermi della tv la sua candidatura. “Dichiaro che le prossime elezioni presidenziali saranno libere e trasparenti”. Poi, con serafica ipocrisia, ha aggiunto  che la campagna sarebbe stata “caratterizzata da pari opportunità tra i candidati” mentre già provvedeva a demolire le poche valide candidature.

La più promettente era quella dell’ex generale Ahmed Shafik. Si è ritirato subito a ridosso dell’annuncio ufficiale di Sisi affermando di non essere “la persona migliore per gestire gli affari di stato”, mentre uno dei suoi avvocati ha rivelato che a Shafik erano arrivate minacce da ambienti governativi circa possibili accuse di corruzione a suo carico.

Aveva espresso l’intenzione di candidarsi anche Anwar Sadat, nipote del defunto presidente, ma si è ritirato dichiarando che l’atmosfera non gli pareva “adatta a una onesta competizione”.

Quattro giorni dopo l’annuncio ufficiale della candidatura Sisi, il suo più pericoloso sfidante ancora tenacemente in corsa viene neutralizzato mediante arresto. Sami Anan, ex generale e personalità politica, viene accusato di falso: avrebbe presentato un documento attestante la conclusione della sua vita militare che, secondo l’esercito, sarebbe un documento falso. Talmente risibile l’accusa che per render più odioso il personaggio è stata fatta circolare la voce che Anan aveva il sostegno dei Fratelli Musulmani, organizzazione politica messa fuori legge, i cui rappresentanti hanno ben credibilmente smentito, poiché la carneficina delle piazze Nahda e Rabaa nel 2013 rende improbabile che la Fratellanza appoggi personalità dell’esercito, che di quel massacro porta la responsabilità. Inoltre, Anan era in carica come capo di stato maggiore delle forze armate fino al 2012, anno in cui venne rimosso proprio dall’allora presidente Mohamed Morsi.
A segnare la fine delle ambizioni presidenziali di Anan, in realtà, sono stati i suoi riferimenti al peggioramento delle condizioni di vita in Egitto e le critiche al modo con cui l’esercito conduce le operazioni antiterrorismo in Sinai.

Mentre le epurazioni preventive procedevano impudentemente, varie organizzazioni venivano  attivate per rendere una seconda presidenza Sisi una benedizione del cielo, come si è visto dall’episodio raccontato all’inizio dell’articolo. Il giorno seguente il lancio ufficiale della campagna elettorale il Sindacato dei Lavoratori Egiziani ha indetto una  conferenza per annunciargli il suo sostegno, sottolineando che tale decisione nasce “dall’amore per l’Egitto” ed infiorando ulteriormente l’annuncio con grandi lodi alla fedeltà che l’esercito mostra al paese.

Si può dire che Sisi è un leader forte o è solo il volto pubblico del vero potere che tiene in scacco l’Egitto? Lo SCAF, Consiglio Superiore delle Forze Armate, è uno stato dentro lo stato.

Del resto in varie occasioni, Sisi ribadisce “io non sono un politico, io sono un militare” e questo si constatata chiaramente dal feroce controllo sociale, fra sparizioni e incarcerazioni, che rendono la sua leadership ancor più lontana dalla democrazia di quella di Hosni Mubarak.

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