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Da mesi l’Onu e l’Europa hanno previsto una tornata elettorale, presidenziale e legislativa, per il 2018. E’ un obiettivo possibile? Molti lo ritengono un passo verso l’unità, altri un ulteriore e pericoloso incentivo al caos.

Nel sud della Libia continuano fra le tribù combattimenti che lasciano sul terreno ogni giorno vittime civili, distruggono strutture pubbliche e ospedaliere, con gran parte del centro di Sebha reso inaccessibile dai cecchini. A Tripoli fioriscono proteste nelle piazze per le condizioni di vita. Sempre più decisa a diventare essenziale nel Mediterraneo, Misurata si rende indipendente dalla capitale dichiarando la Misurata Free Zone (MFZ), forte del suo aeroporto internazionale, del secondo porto della Libia e di una potente centrale elettrica.

Queste e altre notizie sulla condizione reale della Libia passano inosservate. I grandi media sembrano interessarsi alle notizie riguardanti il generale Khalifa Haftar che preme per ottenere una visibilità internazionale presentandosi come il baluardo anti-Isis e che, oltre a godere già del solido e interessato sostegno dell’Egitto, invita Putin a stabilire una base militare russa in Libia.  

La stabilizzazione politica del paese è ancora lontana: ha mancato l’obiettivo il Governo di Accordo Nazionale (GNA) voluto dall’Onu a fine 2015, guidato da Fayez Serraj  che solo nella primavera del 2016 è riuscito a insediarsi, inutilmente, a Tripoli.
Continuano ad esistere due governi rivali, Tripoli e Tobruk, un parlamento disfunzionale, nell’est del paese,  e uno spin-off del vecchio parlamento riciclato come organo consultivo, a Tripoli. E’ stata redatta una nuova costituzione ma è subito stata contestata in tribunale.
Il potere consolidato nelle varie regioni è tuttora quello delle milizie, le casse dello stato sono vuote, un rilancio dell’economia è impensabile, la sicurezza dei cittadini è minacciata da rapimenti ed estorsioni.

Da mesi l’Onu e l’Europa hanno previsto una tornata elettorale, presidenziale e legislativa, per il 2018. E’ un obiettivo possibile?

Il suffragio richiede l’iscrizione dei cittadini alle liste elettorali e negli ultimi mesi la metà degli aventi diritto lo ha fatto, si legge in un articolo della BBC che non indica in quali zone del paese  sia stato più numeroso l’afflusso. 

Ghassan Salame, inviato Onu per la Libia da metà del 2017, aveva predisposto un piano in tre tappe.
Modificare l’accordo politico del 2015 che ha imposto il GNA, e di conseguenza la paralisi del paese, indire una conferenza nazionale, varare un referendum sulla costituzione e tenere elezioni entro un anno.
La discussione sui primi due punti del programma è giunta presto a uno stallo, poiché ha rinfocolato divisioni fra le parti politiche e militari, e ne ha creato di nuove. Non resta che percorrere la via delle elezioni? Molti la vedono come unica capace di creare unità, altri come un ulteriore incentivo alla confusione.
Salame sperava che un calendario serrato (tenere le elezioni in febbraio 2018) avrebbe creato un senso di urgenza e di impulso per il cambiamento; le parti politiche e militari con cui ha dialogato, da un lato, hanno espresso la volontà di cooperare ma contemporaneamente hanno ostacolato il processo.

Scrive la BBC  che le elezioni pacifiche richiedono maturità politica, istituzioni funzionanti e strutture di sicurezza dello stato capaci di servire la nazione nel suo insieme; mancando uno di questi presupposti il processo elettorale porta tre possibilità: può creare una base funzionante oppure portare a una dittatura o, ancora, preparare il terreno a un golpe. Quella metà di corpo elettorale che si è iscritto alle liste dimostra stanchezza per la paralisi nazionale. Ma cosa cambierà se non sarà fatto prima uno sforzo per riconciliare i gruppi armati? C’è il rischio tutt’altro che trascurabile di uno scontro armato a tutto campo, una guerra civile non più locale ma su scala nazionale.

In altre parole: fra l’attuale PM Sarraj e il comandante militare della Libia orientale, Haftar, nonché le forze straniere che li sostengono, chi sarà disposto a fare un passo indietro per consentire pacifiche elezioni e rispetto dei risultati?
A complicare ulteriormente c’è la lobby politica intorno alla famiglia Gheddafi in esilio, che vuole accreditare Saif Al Islam, l’unico componente in patria, libero ancorché nascosto, come potenziale candidato presidenziale, nonostante il mandato di arresto chiesto dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra presumibilmente commessi contro i ribelli nel 2011.

In una recente intervista l’inviato Onu Salame ha dichiarato “La cosa più importante è garantire l’accettazione da parte di tutte le parti dei risultati elettorali.” dimostrando di aver preso atto che questa è la quadratura del cerchio.
Occorre ben più che una riga e un compasso per quadrare il cerchio della Libia considerando quanto riporta oggi il quotidiano online  LibyaHerald

“I gruppi armati all’interno della Libia continuano a beneficiare del sostegno esterno, compresi la fornitura di materiali  e munizioni sofisticate e i notturni attacchi aerei mirati, come afferma il rapporto del gruppo di esperti Libia delle Nazioni Unite nella sua sezione sull’attuazione dell’embargo sulle armi.”

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