mcc43

Immaginate un paese sotto regime militare dove chiunque può essere cacciato in prigione perché un poliziotto “lo può fare” dal momento che, laggiù, diritti civili e umani sono trascurabili futilità. Immaginate che un un amico vi faccia ritorno promettendo di comunicarvi d’essere arrivato a casa, però dal momento in cui gli avete augurato “buon viaggio” passano i giorni, non arrivano notizie, ogni mezzo per contattarlo è offline.
Questo paese si chiama Egitto, l’amico ha per nickname “Wahed Masri” e chi non ha più sue notizie è questo blog.

A lui siamo debitori di tante informazioni sulla politica, ma soprattutto sulla vita quotidiana degli egiziani che sono diventate articoli hit di questo blog; post in cui si è parlato degli scomparsi nel nulla, come in Vivere da Egiziani, piccole storie di quotidiano tormento, o dei prigionieri torturati a morte, come in Il ritorno della tortura nell’era di Al Sisi. 

Il suo silenzio inspiegabile suscita la paura che qualche errore o abuso della polizia lo abbia reso una delle tante vittime degli arresti arbitrari. Che cosa può fare un cittadino straniero per soccorrere un cittadino egiziano? Non conosco la risposta, la vorrei conoscere. L’unica cosa possibile al momento è sottolineare con forza l’illegalità di uno stato che già ha disatteso la legittima richiesta della verità sulla fine di un nostro connazionale.

In Egitto, l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) si rende responsabile di rapimenti, torture e sparizioni forzate, scrive Amnesty in Rapporto sull’Egitto: centinaia di persone scomparse e torturate in un’ondata di repressione brutale

Dove finiscono queste persone?

Questa che segue è la testimonianza, rilasciata al Sun nel dicembre scorso, dal cittadino britannico Alisdare Hickson,  detenuto 54 giorni nella prigione Tora, al Cairo. 

“Di notte sentivi gridare disperatamente che qualcuno stava morendo in qualche cella, ma  nessuno veniva. Non c’era un dottore, se eri malato sapevi che non avresti ottenuto cure. Siamo stati trattati peggio degli animali. In Inghilterra sareste inorriditi se trovaste 70 cani pigiati in un posto minuscolo dove non possono sdraiarsi, impossibilitati a uscire, congelati, picchiati e terrorizzati. Era un posto spaventoso e agghiacciante, l’unica cosa su cui puntavi tutte le tue speranze era la possibilità del rilascio.

E’ stato un completo incubo, per me, perché un giorno tutto è normale, stai facendo una bella colazione in hotel e il giorno dopo sei in un mondo completamente diverso. Nulla ti può preparare per questo, non è come nei film: non ci sono gli esercizi nel cortile, non si giocano partite di calcio. Incontri altri prigionieri che sono stati in custodia cautelare per anni e inizi a chiederti per quanto tempo potresti restare lì. Perdi completamente la fiducia nel sistema giudiziario.

Stai chiuso nella tua cella, e nella prigione di Tora in ciascuna c’erano 70 o 80 persone, ma le condizioni in carcere erano perfino meglio della detenzione nella cella sotterranea della polizia, dove inizialmente sono stato tenuto per 10 giorni. Eravamo letteralmente schiacciati l’uno contro l’altro, quando ci siamo sdraiati sul pavimento abbiamo dovuto sollevare le gambe perché non c’era spazio per tutti. Eravamo una trentina  sul pavimento e c’era una fogna aperta, appena coperta da un panno. A volte la cella veniva inondata, non c’erano letti o sedie.

La polizia non forniva niente: alcuni prigionieri erano lì da mesi, incluso un vecchio siriano da tre mesi. Sono stato ferito alla gola da un altro prigioniero mentre eravamo in fila per il cibo perchè una persona aveva ricevuto il vitto da un parente, così mi ha offerto un falafel. Io ho detto di darlo al vecchio, ma mi ha risposto ‘no, prendilo tu‘, ho rifiutato di nuovo e lui me lo ha cacciato in mano; intanto ho sentito come una leggera carezza sul collo e un altro prigioniero mi ha detto “stai sanguinando “. Mi aveva dato una rasoiata perché gli stavo mancando di rispetto rifiutando di obbedire.
C’era un uomo con disabilità mentale che non poteva relazionarsi con nessuno: è stato picchiato brutalmente dagli altri solo perché aveva infastidito il ‘capo di cella’ e nessuno ha osato dire niente.

Stipati in celle di 80 persone, con le finestre  aperte anche durante l’inverno – e al Cairo a gennaio la temperatura può arrivare fino a 3 ° – e se prendi una malattia in quella cella così affollata sopravvivere per un lungo periodo è una sfida, anche per chi è molto in forma e forte.
C’era un solo altro prigioniero britannico in una cella adiacente, l’ho incontrato un paio di volte quando mi è stato permesso di raggiungere il pianerottolo. Si chiamava Osman, aveva 24 anni, era uno sportivo, un giovanotto in forma; era stato accusato di un reato di droga, in seguito giudicato colpevole. È morto un anno dopo che me ne sono andato, e solo pochi mesi dopo la sentenza, di tubercolosi. Mi è stato detto dalla  famiglia che quando sua zia andò a fargli visita, offrì di pagare le cure se lo avessero portato in infermeria, ma rifiutarono. ”

Alisdare Hickson racconta che il posto più spaventoso di tutti erano i furgoni usati per portare i prigionieri in Tribunale. Ricorda vividamente di essere stato con altri 20, alcuni dei quali erano solo bambini, nel furgone parcheggiato in una base militare sotto il sole cocente, deliberatamente privati dell’acqua per un lungo periodo di tempo; alcuni avevano cominciato  a togliersi un po’ di vestiti per il troppo caldo, ma le  guardie entrarono e cominciarono a  picchiare. La gente era in preda al panico, un ragazzo crollato sul pavimento venne trascinato fuori per i piedi. Intanto le guardie bevevano il tè accanto al marciapiede e i carcerati  pensavano che sarebbero stati lasciati morire lì dentro. Quando fu ordinato di scendere dal furgone, vennero ammanettati due a due, quello attaccato a Alisdare immediatamente iniziò a pregare l’ufficiale ‘per favore non picchiarmi, per favore non picchiarmi‘; in ogni parte del corpo aveva i segni delle botte ricevute; un altro prigioniero non poteva camminare, la gamba era rovinata dai colpi e dalle scosse elettriche.

***

“La prigione è stata progettata in modo
che chi vi entra non possa che uscirne morto”
Magdy Abdel el-Ghaffar –
guardia carceraria di Tora”

carcere-tora-cairo-egitto

 

Google+

 

Annunci